Eliade, Cioran, Ionesco, Horia, Zambrano. L’esilio come esistenzialità del vivere tra il labirinto e l’erranza

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AgenPress. Tra macerie e esilio il tempo consuma i libguaggi del destino. Si resta nel destino sapendo che il focolare perduto e il cammino che resta sono una identità nella fedeltà che portiamo nel nostro viaggio. L’esilio non è accidente: è condizione. Non è parentesi: è grammatica. Prima di essere geografico, è metafisico. Si nasce esiliati. Dal grembo, dal paradiso, dal senso. E tutta la vita è percorrere il labirinto non per uscirne, ma per ritrovare appunto il focolare domestico che sta al centro. Mircea Eliade lo sapeva: il labirinto è rito di iniziazione, non trappola. Si entra per perdersi, si percorre per ritrovarsi. L’esilio è il labirinto del vivere, e il focolare è il sacro che attende alla fine del cammino, uguale all’inizio. Eppure il centro non è luogo: è memoria. E la memoria, quando è vera, brucia. Per questo l’esilio non consola: rivela. Rivela che abitare è già errare, che ogni casa è tenda, che ogni patria è provvisoria. Cinque voci, cinque esiliati lucidi, dicono la stessa ferita con alfabeti diversi: Eliade, Cioran, Ionesco, Horia, Zambrano. Tutti mediterranei, tutti apolidi dell’anima. Tutti ostinati a cercare casa nelle macerie.

Il labirinto e il ritorno al sacro domestico vivono in Eliade. L’esilio è ontologico. L’uomo moderno vive in un mondo desacralizzato, fuori dal templum, lontano dall’axis mundi. È l’esiliato dal sacro. Perciò costruisce labirinti: disperazione, ideologie, città senza centro. Ma il labirinto, nel mito, non imprigiona. Inizia. Si entra nel buio per imparare la luce. Si perde la strada per imparare la via. La vita è percorrere il labirinto perché occorre ritornare al focolare domestico, al fuoco originario, al domus come mundus. Eliade, rumeno sradicato, parigino, chicagoano, non smise mai di cercare la capanna di Zalmoxis. Il suo esilio fu anche geografico – Bucarest, Lisbona, Parigi – ma la sua nostalgia fu cosmica: nostalgia del Paradiso. Scrisse “La notte di San Giovanni” per dire che ogni notte è vigilia, ogni esilio è attesa. Il ritorno non è dietro: è in fondo. In fondo al labirinto, il Minotauro è il nostro volto. Ucciderlo è riconoscerlo. E allora il focolare si riaccende. L’esilio, in Eliade, è pedagogia. Ti strappa dal profano per restituirti al sacro. Per questo la sua eleganza non è decorazione: è liturgia. Ogni pagina è soglia.

Mentre per Cioran errare tra le macerie con lacrime e santi è prendere consapevolezza della caducità.  Se Eliade cerca il centro, Cioran abita la circonferenza. L’esilio per lui non è passaggio: è permanenza. Nasce a Rășinari, muore a Parigi, ma la vera patria è l’insonnia. “Lacrime e santi”: il titolo dice tutto. Le lacrime sono la lingua dell’esilio, i santi sono gli esiliati di Dio. Cioran erra nel rintracciare le macerie della condizione d’esistere. Non costruisce: demolisce. Non consola: aggrava. Perché ha capito che l’esistenza è esilio da sé stessi. Per lui “Non si abita un paese, si abita una lingua”. E lui abitò il francese per meglio tradire il rumeno, per meglio tradire la vita. Il suo stile è aforisma: scheggia di tempio crollato. Ogni frase è rovina abitata. Eppure, in Cioran, l’esilio è dignità. Rifiuta le patrie perché ogni patria è prigione. Rifiuta Dio perché Dio è il primo esiliato: esiliato dal nulla. I santi, allora, sono compagni di strada. Teresa, Giovanni della Croce, i mistici: tutti esiliati dall’estasi. Le lacrime sono l’unica acqua che non evapora. Lavano senza salvare. E questo è lo scandalo. Cioran piange senza speranza, e proprio per questo il suo pianto è puro. L’esilio come esistenzialità del vivere: in lui è evidenza. Non si può tornare perché non c’è mai stato un focolare. C’è solo il cammino. E il cammino è maceria.

Ciò in Ionesco diventa l’assurdità dell’esistere nel tempo fragile. Anche Ionesco è rumeno, anche lui parigino. Ma il suo esilio è teatrale: mette in scena l’assenza. Si pensi a  “La cantatrice calva” o a “Il rinoceronte”. Non commedie, ma liturgie dell’assurdo. L’esilio, qui, è logico: se la parola non comunica, allora siamo tutti stranieri. Se il tempo è fragile, allora siamo tutti provvisori. L’assurdità dell’esistere nel tempo fragile del vivere è la sua formula. L’uomo di Ionesco abita una casa senza pareti, parla una lingua senza sintassi, aspetta un Godot che non è nemmeno atteso. È l’esiliato dal senso. Eppure, nell’assurdo, trova una pietà crudele. Il rinoceronte è chi rinuncia alla lingua per appartenere. L’esilio è resistere alla metamorfosi. Restare uomo quando tutti diventano bestia. Ionesco non urla: balbetta. Perché il balbettio è la lingua dell’esilio. È la lingua di Adamo dopo la cacciata. È la lingua di tutti noi quando il focolare si spegne e resta solo il palcoscenico. La bellezza, in lui, è geometria del vuoto. La sedia vuota è più vera del re. L’esilio è la sedia: presenza dell’assenza.

In Vintilă Horia campeggia il viaggio mediterraneo e la maschera della nostalgia. Infatti Horia, ancora rumeno, vinse il Goncourt e fu costretto a rifiutarlo: esiliato anche dal premio. Il suo capolavoro, “Dio è nato in esilio”, mette Ovidio a Tomis. Il poeta latino diventa il suo specchio. L’esilio di Ovidio è l’esilio di ogni scrittore, di ogni uomo. Ma Horia fa un passo in più: l’esilio è viaggio verso il Mediterraneo come culla, e verso la caverna di Platone come verità. Il volto del viaggio tra i luoghi del Mediterraneo non è dialettica o leggerezza. È anamnesi. Atene, Roma, Gerusalemme, Alessandria: tappe di una memoria che sanguina. La caverna di Platone è la storia: noi vediamo ombre e le chiamiamo realtà. La nostalgia è maschera perché copre la ferita, ma la maschera, se la indossi a lungo, diventa volto. Horia sa che l’esilio non è punizione: è vocazione. Ovidio a Tomis scrive le “Tristia”, e le “Tristia” sono più vere delle “Metamorfosi”. Perché l’esilio toglie le maschere, tranne una: la nostalgia. E la nostalgia, quando è lucida, diventa conoscenza. “Dio è nato in esilio” significa che il divino si rivela solo a chi ha perso la patria. Il focolare domestico, per Horia, è la pagina. Scrivere è tornare. Scrivere è abitare.

Così in Zambrano. Per lei  abitare l’esilio tra filosofia e ragione poetica è un uscire dal bosco o meglio un tracciare un segno di luce nel bosco. Zambrano, spagnola, repubblicana, esiliata per quarantacinque anni: Roma, Parigi, L’Avana, Ginevra. Il suo esilio non fu subìto. Fu abitato. L’esilio, in fondo  è la dimensione essenziale della vita umana”. Non incidente: essenza. Perché nasciamo separati, e vivere è cercare l’unità. Abitare l’esilio tra filosofia e ragione poetica è la sua rivoluzione. La filosofia classica è logos che espelle il delirio. Zambrano inventa la ragione poetica. Ovvero il logos che accoglie la penombra, il sogno, la pietà. L’esilio, per lei, è la caverna al rovescio. Non bisogna uscire dalla caverna ma bisogna scendere ancora più in fondo, fino alle viscere, dove la luce non è idea ma aurora. La sua eleganza è pensiero che respira. Non definisce: accompagna. È “Claros del bosque”. Radure nel bosco. L’esiliato non ha casa, ma trova radure. Istanti di senso. L’esilio è esistenzialità perché solo chi ha perso tutto può ricevere tutto. “L’esilio è il luogo dove si svela la verità della vita”. Non avere patria è avere il mondo. Non avere tetto è avere il cielo. Zambrano torna in Spagna nel 1984, ma l’esilio non finisce. Si trasfigura. Perché il vero ritorno non è geografico: è interiore. È tornare al focolare della parola, dove filosofia e poesia si tengono per mano.

C’è dunque il focolare che cammina. Eliade, Cioran, Ionesco, Horia, Zambrano. Cinque esiliati, un’unica condizione. L’esilio come esistenzialità del vivere. Non maledizione. Rivelazione. Il labirinto va percorso perché il centro è sacro. Le macerie vanno rintracciate perché tra le macerie nascono i santi. L’assurdo va abitato perché il tempo è fragile e solo l’assurdo lo dice. Il Mediterraneo va viaggiato perché la caverna è maschera e la maschera è nostalgia che conosce. L’esilio va abitato perché la ragione, senza poesia, è esilio da sé stessa. Il focolare domestico, alla fine, non è luogo: è cammino. È il fuoco che portiamo con noi, di esilio in esilio, di pagina in pagina. Eliade lo chiama sacro. Cioran lo chiama lacrima. Ionesco lo chiama sedia vuota. Horia lo chiama Ovidio. Zambrano lo chiama radura. È  comunque la vita. E la vita, quando è vera, è sempre esilio che cerca casa. È bellezza che si fa precisione. È stile che si fa etica. bisogna scriviere perché la parola è l’unico focolare che non brucia. Resta. Anche quando tutto va in fiamme i simboli, i miti, gli archetipi hanno un loro linguaggio. Parlano. Decodificano. Trasmettono. Il tempo è la solitudine mai cercata ma sempre presente. L’esilio è l’isola che portiamo nell’anima.  L’isola ha sempre nel cuore l’esilio e la parola è la decifrazione del nostro essere nella vita.

Pierfranco Bruni

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