Pitagora il maestro e lo sciamano nella Magna Grecia

- Advertisement -
- Advertisement -

AgenPress. Un percorso in un Mediterraneo alchemico trova un nome preciso. Quello di Pitagora. Una visione del tempo oltre la storia ma dentro il mito. Perché il mito è dichiarazione. Pythagóras. Il nome arriva da Samo, tra il 580 e il 570 a.C., e approda dove il mare fa scuola: nella Magna Grecia. Muore a Metaponto intorno al 495 a.C. Tra Samo e Metaponto non c’è solo viaggio, c’è trasmigrazione. Da isola a colonia, da mito a legge.  Qui, tra Crotone e Metaponto, tra Locri e Taranto, Pitagora non fonda una città: fonda un cosmos. Il sapiente dagli occhi penetranti capisce subito che questa terra non ha bisogno di altri dèi, ha bisogno di ordine. E l’ordine è numero.

Da Metaponto a Crotone la colonna regge il tempio e il numero regge il mondo. I pitagorici camminano a piedi nudi nelle scuole, mangiano in comune, tacciono per cinque anni. Non è ascesi per fuga. È disciplina per ascoltare. Perché il mondo parla in proporzioni. E chi non sa ascoltare il silenzio, non sentirà mai la musica delle sfere. La Magna Grecia è crocevia. Greci, indigeni, navigatori, mercanti. Tutto è mescolanza. Pitagora ci mette dentro la misura. Trasforma la grecità da epopea a etica. Non più solo eroi, ma uomini che contano, che pesano, che accordano. La polis diventa scuola, la scuola diventa modo di vivere.

Giordano Bruno lo legge bene, da lontano: «E si conchiude, con Pitagora e altri, che non in vano hanno aperti gli occhi, come un spirito immenso, secondo diverse raggioni e ordini, colma e contiene il tutto». Aprire gli occhi nella Magna Grecia significa questo: vedere che il mare, la terra, il grano, il sangue rispondono allo stesso ritmo. Lo spirito immenso non sta sull’Olimpo. Sta nella proporzione. Ed è qui che Pitagora diventa anche sciamano. Non il mago da mercato. Lo sciamano che attraversa. Empedocle, agrigentino, lo capisce perché è della stessa terra: «Un uomo di straordinario sapere, che aveva dunque acquistato un’immensa ricchezza d’ingegno, e padroneggiava al più alto livello ogni genere di sapiente attività: quando infatti dispiegava tutto il suo ingegno, era capace di scorgere, senza difficoltà, ciascuna delle cose esistenti in dieci, in venti epoche umane». Dieci, venti epoche. Vedere le radici sotto il grano e le stelle sopra il mare. Questa è la vista di chi ha vissuto tra Sibari e Crotone, dove la ricchezza esplode e il pericolo è perdere il centro.

Per questo la sua parola diventa legge morale. Perché se tutto è numero, tutto è parentela. Cicerone lo trascrive: «Pitagora ed Empedocle avvertono che tutti gli esseri viventi hanno eguali diritti, e proclamano che pene inespiabili sovrastano a coloro che rechino offesa a un vivente». Nella Magna Grecia, terra di stragi tra Sibariti e Crotoniati, questo suona come rivoluzione. Non uccidere. Non solo l’uomo. Il vivente. Plutarco precisa il senso politico: «ha insegnato a ricavare vantaggio dagli animali senza però commettere ingiustizia nei loro confronti». Usare la terra senza violentarla. Governare senza saccheggiare. È il contrario della tirannide. È il governo del numero.

E Seneca va fino in fondo, fino alla metempsicosi: «sosteneva che esiste una parentela fra tutti gli esseri e che c’è una relazione fra le anime che trasmigrano da una forma di vita all’altra. Nessuna anima, a suo parere, muore, né cessa di agire, se non per l’attimo in cui si trasferisce in un altro corpo». In Magna Grecia questa idea prende carne. Le tombe sono vicine ai campi. I morti nutrono i vivi. Le anime passano. E il numero garantisce il passaggio. Eraclito di Efeso lo contesta, ma lo nomina: «Pitagora, figlio di Mnesarco, superò di gran lunga tutti gli uomini nell’esercizio della ricerca. E si fece una scelta di questi scritti da cui derivò la sua sapienza che così risulta varia erudizione e brutto artificio». Brutto artificio. Forse perché Pitagora non scriveva. Parlava. E la parola, a Crotone, si faceva comunità. La sapienza non era in un rotolo, era nel modo di vestire, di mangiare, di tacere.

Pitagora al centro del Mediterraneo. Al centro perché ha spostato il centro. Ha portato la Grecia da Omero a Archita. Dalla guerra di Troia alla teoria degli intervalli musicali. Ha insegnato che Taranto può avere le sue navi, ma deve avere anche il monocordo. Che Locri può avere le sue leggi, ma deve avere anche il silenzio.

Il maestro insegnava il teorema. Lo sciamano insegnava la trasmigrazione. Il politico della Magna Grecia insegnava la homonoia, la concordia. E tutto teneva insieme perché tutto era Uno. Quando a Metaponto il corpo si spegne, intorno resta la colonna dorica, resta il grano, resta il mare. Resta soprattutto una domanda che i pitagorici hanno lasciato scritta nelle pietre: se il mondo è numero, quale numero sei tu? Ecco perché Pitagora non è morto. Perché nella Magna Grecia il numero non muore. Continua a suonare sotto i templi di Crotone, tra le vie di Metaponto, nelle scuole silenziose dove ancora oggi qualcuno prova ad aprire gli occhi. Aprire gli occhi per definire un percorso e un pensiero preciso. Quello del tempo che non si perde. Quello che vibra tra lo spazio del l’immortalità e del finito. Non un tempo chiaramente storico. Non lineare. Ma profondamente circolare. Profondità e circolarità. Un viaggio definibile nell’undefinibile.

Pierfranco Bruni

 

- Advertisement -

Potrebbe Interessarti

- Advertisement -

Ultime Notizie

- Advertisement -