AgenPress. Le macerie e il disorientamento campeggiano nel disordine della modernità perché la politica oggi abita le macerie. Non le macerie di un palazzo crollato. Le macerie del senso. Parla senza dire. Decide senza pensare. Amministra il presente come se il presente fosse orfano di passato e sterile di futuro. Il disorientamento non è smarrimento geografico. È perdita del centro. E il centro, per l’uomo, è sempre stato il pensiero che interroga. Quando la politica recide il legame con la filosofia, diventa tecnica. La tecnica esegue. Non fonda. Conta, misura, gestisce. Ma non sa perché. E un perché taciuto trasforma ogni risposta in rumore. I discorsi sterili non nascono dall’ignoranza. Nascono dalla paura di attraversare il silenzio che precede la parola vera. Recuperare il senso del pensiero filosofico non significa portare i filosofi in parlamento. Significa restituire alla politica la sua carne metafisica. La politica senza filosofia è cronaca. La filosofia senza politica è solitudine. Insieme generano spessore. Lo spessore è ciò che impedisce allo sguardo di scivolare. Obbliga a sostare. Tutta la storia del Novecento ha avuto alla base il pensiero. Il pensiero filosofico non offre programmi. Offre domande. E la domanda è l’unico spazio in cui l’uomo ritrova i suoi valori e le sue identità, perché valori e identità non si ereditano. Si conquistano ogni volta che si accetta di non sapere. La politica che ha paura della domanda si rifugia nello slogan. Lo slogan è la tomba del pensiero. È pietra tombale messa sul destino. Si è perso tempo perché si è sostituito l’uomo con la funzione. L’elettore, il consumatore, il dato statistico. Ma l’uomo non è funzione. È eccedenza. È memoria e attesa, ferita e progetto. È corpo che abita una storia e una terra. È singolarità che non si lascia ridurre a numero.
Ritornare all’uomo sosteneva Cesare Pavese. Ciò significa anche ritornare alla percezione che Merleau-Ponty chiamava presenza. Significa riconoscere che prima del cittadino viene la persona. E la persona non si definisce per ciò che produce. Si definisce per ciò che custodisce: il limite, il sacro, l’altro. I valori non sono articoli di un manifesto. Sono radicamenti. L’identità non è bandiera. È racconto che tiene insieme le fratture. La dialettica hegeliana non c’è più storicamente. Perché Hegel stesso è soltanto un pre sistema fenomenologico. Ma occorre ricreare ciò che Croce aveva installato in un pensiero dinamico della storia con un umanesimo dell’uomo.
La sterilità non è assenza di parole. È assenza di rischio. Si parla molto perché non si vuole dire. Si dibatte perché non si vuole decidere. Si comunica perché non si vuole incontrare. La politica è diventata rappresentazione senza tragedia. Recita la parte, ma ha dimenticato il testo. Il pensiero filosofico interrompe la recita. Non porta soluzioni. Porta scosse. Ricorda che governare non è occupare un posto. È assumere una responsabilità ontologica: rispondere del mondo che si lascia a chi viene dopo. E non si risponde con i sondaggi. Si risponde con la coscienza. La coscienza è il luogo in cui la politica incontra la filosofia. Lì nasce l’etica. E senza etica ogni legge è solo forza travestita. Non con un editto. Non con una riforma. Si comincia da un gesto antico: sostare. La politica deve imparare a sostare davanti all’umano. Sostare significa ascoltare prima di legiferare. Significa studiare prima di parlare. Significa dubitare prima di imporre. Qui Cioran e Sgalambro hanno dato una lezione fondamentale nella contemporaneità. Occorre rimettere i libri al centro delle piazze. Non i libri di propaganda. I libri che bruciano. Platone accanto a Machiavelli, Agostino accanto a Tocqueville, Weil accanto a Bachelard. Perché la politica è memoria e visione. E senza memoria la visione è allucinazione.
Occorre educare alla complessità. La pedagogia è il primo atto politico. Una scuola che non insegna a pensare insegna a obbedire. E un popolo che obbedisce senza pensare consegna il proprio destino alla tecnica. La filosofia è l’antidoto: insegna che ogni risposta è provvisoria, che ogni potere è limitato, che ogni uomo è sacro. Occorre restituire dignità al silenzio. Il silenzio non è vuoto. È grembo. Nel silenzio nasce la parola che pesa. La politica ha bisogno di parole che pesano. Perché le parole leggere hanno distrutto le città. Hanno promesso senza mantenere. Hanno diviso senza costruire. La politica deve tornare sulla soglia. La soglia non è compromesso. È luogo in cui l’io incontra l’altro senza annullarlo. È spazio della mediazione che non è resa. È custodia della differenza che non diventa guerra.
Sulla soglia la filosofia insegna che governare è tenere insieme l’ordine e l’inquietudine. L’ordine senza inquietudine è dittatura. L’inquietudine senza ordine è caos. La politica autentica cammina sul filo. E il filo è teso tra materia e memoria, tra storia e sogno della storia, tra possibile e impossibile. Recuperare il pensiero non è operazione nostalgica. È atto rivoluzionario. Perché oggi pensare è inattuale. E l’inattuale è l’unico luogo da cui può nascere il futuro.
La politica sarà macerie finché avrà paura della domanda. Sarà disorientata finché confonderà velocità e direzione. Diventerà spessore quando accetterà di farsi attraversare dal dubbio, dalla poesia, dal tragico. Non servono nuovi partiti. Serve un nuovo sguardo. Lo sguardo che vede l’uomo prima del voto, la vita prima della norma, l’anima prima del programma. Allora la politica smetterà di essere deserto nei giardini dell’uomo. Tornerà a essere giardino. Imperfetto, conflittuale, vivente. Ma giardino. E nel giardino, forse, fiorirà di nuovo la parola che non inganna: responsabilità.
Perché pensare, in fondo, è l’unico modo per non disertare. Scriveva Aldo Moro, in una lettera dai cinquantacinque dalla sua prigionia in mano alle Brigate Rosse che “se la pietà prevale il paese non è finito”. Ancora oggi abbiamo bisogno di dare un senso alla pietà come capacità di umanizzare l’idea e di focalizzare al centro l’uomo. Le ideologie fallite urlano nelle piazze ma sono e restano soltanto idee. Se l’idea domina soltanto come idea il pensiero smarrisce I contenuti. Forse avremmo bisogno di sostare nella caverna per fare i modo che Platone si attivi per organizzare un simposio. Ma come sostiene Cioran abitano tragicamente le macerie. Quale è la fiducia alla quale affidarsi? Rintracciare quel taglio di luce che ci possa permettere di attraversare il bosco e Maria Zambrano da esule ha colto. Ma se c’è pietà, in un mondo che sfalda la tradizione, ritornare non alla idea ma al pensiero resta fondamentale.
Pierfranco Bruni
