Mito e Filosofia del ritorno. La vita dei popoli è un pensare antropologico

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AgenPress. Il mito e il popolare rispondono a una domanda filosofica e metafisica? Il sacro e il popolare sono la stessa ferita e hanno la stessa cura.  La cultura popolare è antropologia. Non descrive l’uomo. Lo fonda. E al centro di questa fondazione c’è la religione non come dottrina, ma come gesto. Il religioso è popolare perché nasce dal basso, dal corpo, dalla notte, dalla fame e dalla festa. Nasce quando una comunità decide che un tempo e un luogo non sono uguali a tutti gli altri.  Qui si apre il piano filosofico. Il problema non è  in “cosa crediamo”, ma “come abitiamo il mondo”. E il mondo, per essere abitato, ha bisogno di centri.

La struttura dell’essere necessita della Ierofania. Parte da qui la grande lezione di Mircea Eliade. La quale  è la più semplice e la più radicale. Il sacro nasce nel mito e dal mito.  Il mito non è favola. È ontologia. È il modo in cui l’uomo esce dal caos e fonda un cosmo. Ogni rito è ripetizione di un archetipo. Ogni festa è ritorno a quell’“in illo tempore” in cui gli dèi hanno mostrato come si fa.

Eliade riporta tutto all’anthropos. L’uomo non inventa il sacro. Lo riconosce.

In fondo nessun luogo è privo di spirito. Attraversare un luogo significa subire la sua prova. Nel labirinto eliadianò non si cerca l’uscita. Si cerca la trasformazione. Il sacro popolare è dunque metafisica pratica. È il tentativo di tenere aperto il canale tra tempo profano e tempo originario. Il divino che diventa un presupposto è la lettura che ne da  Kerényi. Infatti Károly Kerényi aggiunge il volto.

“Tutto ciò che è religioso presuppone il divino, nessun elemento religioso è concepibile senza la rivelazione di qualcosa di divino”.  Per Kerényi il mito è epifania. Gli dèi non sono allegorie. Accadono.  Il suo labirinto è lo stesso di Eliade, ma si attraversa con un altro passo: non solo ripetizione, anche incontro.  Il popolare diventa così la forma più diretta del divino, perché parla per immagini, per corpi, per canti. Non ha bisogno di teologi. Ha bisogno di testimoni. Demetra, Persefone, Dioniso non sono nomi da manuale. Sono stagioni dell’anima che ogni comunità riattiva.

Ci sono in Frazer due percorsi fondamentali: l’archivio e il limite. James Frazer con Il Ramo d’Oro percorre lo stesso territorio ma con altro sguardo. Raccoglie riti, magie, tabù. Legge la magia come scienza fallita e la religione come magia fallita.  Sbaglia la conclusione, ma consegna il materiale. Frazer cataloga le ossa.  Eliade e Kerényi vi rimettono il respiro.

Perché il popolare non è errore. È sapere. È la luna per seminare, l’acqua per curare, la pietra che “canta”. È filosofia senza concetto, pensiero che cammina. In un tale contesto abita anche Pavese. Cesare Pavese in Feria d’agosto chiude il cerchio. Non parla di dèi. Parla di uomini al lavoro, di vendemmie, di piazze. Eppure ogni pagina è mito.

Pavese capisce che il sacro popolare è tempo ciclico che resiste al tempo lineare della storia. È il grano che torna, è la festa che ritorna, è l’origine che non si possiede ma si pratica.  Qui la filosofia diventa etica. Abitare il mondo significa ripetere con fedeltà i gesti che lo fondano. In fondo gli echi di Vico sono abbastanza presenti e giungono sino  a Zolla e Castaneda. Con Elémire Zolla: “Si può imparare a conoscere gli archetipi, non con frasi, ma grazie a vivide scene, a fisionomie precise, a colori e a ritmi fusi in una situazione, in una scena che è l’incarnazione della forza invisibile”.

Il sacro popolare non si insegna. Si mostra. È la tarantata che danza, il pellegrino che sale, la madre col cero. È corpo, luce, suono. Carlos Castaneda, con  La Ruota del Tempo e Il Fuoco del Profondo, dice la stessa cosa con un’altra lingua. Sciamani, sogni, alleati. Il sacro è esperienza. Non è credere. È vedere. È uscire dalla ragione per entrare in una ragione più antica.  Zolla, con Le Tre Vie,  e Castaneda si incontrano. Perché l’archetipo deve incarnarsi, altrimenti resta idea. L’uomo resta custode. Da Eliade a Castaneda il filo è uno solo. Il sacro popolare è filosofia del ritorno.

Ritorno a un centro. Ritorno a un gesto. Ritorno a un patto tra uomo, terra e divino.

Non si tratta di nostalgia. Si tratta di ontologia. L’uomo è l’essere che ha bisogno di fondare per esistere. E fonda ripetendo. Oggi il sacro popolare vive come resistenza. Resiste all’omologazione, alla fretta, alla desacralizzazione. Vive nelle processioni, nei canti, negli ex voto, nelle veglie. Non è folklore. È metafisica in atto.  Il mito non è morto. Dorme. Si sveglia quando una comunità si ferma e dice: “qui”. Il sacro popolare non chiede sistemi. Chiede abitazione.  Non chiede spiegazioni. Chiede partecipazione: passo lento, silenzio, corpo.

Perché l’unica verità che ci è data è questa: non possediamo il sacro. Lo custodiamo.

E nel custodirlo custodiamo noi stessi. Una dimensione in cui il senso del tempo è un archetipo profondo che investe il vero il reale e l’immaginario. Il tutto è rivelazione.

Pierfranco Bruni

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