La sicurezza ai tempi della guerra ibrida

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 Tagliente: quasi cinquant’anni nella sicurezza, dalla Polizia di Stato ai ruoli di Questore e Prefetto. La lezione di Lipsia sui nuovi confini della guerra ibrida


AgenPress. Dopo quasi cinquant’anni vissuti al servizio della sicurezza, prima come poliziotto e poi nelle responsabilità dirigenziali della Polizia di Stato e nelle funzioni di Questore e Prefetto, ho imparato che prevenire significa, prima di tutto, saper leggere i segnali deboli. Un episodio apparentemente isolato può essere infatti il primo indizio di un fenomeno più ampio, così come una piccola anomalia può anticipare una minaccia.
È con questa esperienza che guardo oggi a ciò che sta accadendo in Europa e alla trasformazione dello scenario della sicurezza: che cosa significa proteggere un Paese quando la guerra non ha più necessariamente un fronte, un’uniforme, un territorio chiaramente individuabile e persino un volto riconoscibile?

Il caso dell’aeroporto di Lipsia rappresenta, in questa prospettiva, uno spunto particolarmente significativo. Al di là delle responsabilità che le indagini dovranno accertare, è soprattutto la natura dell’episodio e il contesto nel quale si inserisce a meritare attenzione.
Droni, sabotaggi, cyberattacchi, interferenze sui sistemi di navigazione, minacce alle infrastrutture energetiche e di comunicazione, reclutamento attraverso la rete, campagne di disinformazione: strumenti e modalità differenti, apparentemente lontani tra loro, ma accomunati dalla capacità di colpire la sicurezza di una comunità senza ricorrere alle forme tradizionali della guerra e senza che vi sia necessariamente una dichiarazione formale di ostilità.

È questa, forse, la novità più profonda con cui devono confrontarsi oggi le politiche della sicurezza: il confine tra sicurezza interna e sicurezza nazionale si fa sempre più sottile.
Le infrastrutture strategiche di un Paese — un aeroporto, una rete energetica, un sistema informatico, un cavo sottomarino, una rete di comunicazione — possono diventare obiettivi di una competizione che si svolge anche lontano dai tradizionali scenari di guerra.
E chi agisce non è necessariamente un militare: può essere un soggetto reclutato attraverso la rete, utilizzato per una singola azione e spesso inconsapevole della strategia più ampia nella quale quella stessa azione si inserisce.
Il territorio nazionale, quindi, non è più soltanto lo spazio da proteggere dalle minacce tradizionali, ma può diventare il terreno sul quale si manifesta, in forme nuove e difficilmente riconoscibili, il confronto tra Stati.

Per un poliziotto, questo significa soprattutto una cosa: la prevenzione deve arrivare prima della minaccia e non limitarsi a inseguirne gli effetti.
È una convinzione maturata anche attraverso l’esperienza nella gestione della sicurezza dei grandi eventi che hanno attraversato l’Italia negli ultimi decenni, quando la protezione di migliaia o, talvolta, di milioni di persone ha imposto di anticipare i rischi attraverso un lavoro continuo di raccolta, confronto e valutazione delle informazioni. In questo sistema, la cooperazione tra forze di polizia, intelligence e strutture di analisi, come il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (CASA), ha assunto un ruolo decisivo.
La lezione, oggi, è ancora più attuale: un sabotaggio, un’anomalia informatica, un’interferenza radio, un movimento sospetto o una campagna di disinformazione non possono essere osservati necessariamente come fenomeni separati.
Potrebbero esserlo, naturalmente. Ma il compito di chi analizza la sicurezza è chiedersi se, dietro segnali apparentemente diversi, possa esistere una stessa regia, una stessa finalità o semplicemente un filo che vale la pena di seguire.

Lipsia ci ricorda che la sicurezza del futuro non potrà essere affidata soltanto alla capacità di reagire quando la minaccia si è già manifestata. Dovrà fondarsi sulla capacità di conoscere, collegare e interpretare segnali diversi, spesso deboli e apparentemente lontani tra loro.
È la stessa logica della prevenzione che ho imparato in tanti anni di servizio, applicata però a uno scenario profondamente cambiato: oggi una minaccia può arrivare dal cielo con un drone, attraversare una rete digitale, colpire un’infrastruttura strategica o insinuarsi nelle nostre società attraverso l’informazione.

La guerra ibrida mette alla prova, prima ancora della forza degli Stati, la loro capacità di capire per tempo ciò che sta accadendo.
Per chi si occupa di sicurezza, la sfida è nuova nelle forme, ma non nella sostanza: vedere prima, capire prima, prevenire prima.

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