Il privato accreditato, quando opera all’interno della programmazione pubblica e nel rispetto degli standard di qualità e appropriatezza previsti dal SSN, può rappresentare una componente complementare in grado di aumentare la capacità di risposta del sistema, contribuire alla riduzione delle liste d’attesa, ampliare l’offerta di prestazioni e utilizzare in modo più efficiente le risorse disponibili
AgenPress. La sanità pubblica italiana continua a reggersi grazie al senso del dovere di medici, infermieri e operatori sanitari. Ma il sistema mostra da anni crepe sempre più profonde, che non possono più essere affrontate con interventi parziali o con semplici aggiustamenti contabili. È arrivato il momento di pensare a una riforma radicale della sanità, capace di restituire efficienza, dignità professionale e fiducia ai cittadini.
Uno dei problemi più evidenti riguarda il mancato ammodernamento della rete ospedaliera. In molte realtà le strutture sono vecchie, inadatte ai nuovi bisogni assistenziali e spesso prive delle tecnologie necessarie per garantire cure rapide ed efficaci. Il ritardo accumulato sul piano edilizio e tecnologico finisce inevitabilmente per scaricarsi sui professionisti del servizio pubblico, costretti a lavorare in condizioni sempre più difficili, tra carenze organizzative, strumenti insufficienti e carichi di lavoro insostenibili.
A questa situazione si aggiunge un crescente clima di insoddisfazione professionale. Il personale sanitario vive una pressione continua: turni massacranti, responsabilità enormi, aggressioni, burocrazia soffocante e scarse prospettive di crescita. Il risultato è un sovraccarico lavorativo che rischia di compromettere non solo il benessere degli operatori, ma anche la qualità stessa dell’assistenza ai cittadini.
Servono certamente maggiori risorse economiche, ma il problema non può essere ridotto esclusivamente agli stipendi. Occorre ricostruire un sistema di progressioni di carriera che restituisca identità, ruolo e motivazione ai professionisti della sanità pubblica. Un medico o un infermiere devono poter immaginare un percorso di crescita, professionale e umana, all’interno del Servizio sanitario nazionale.
Vale ancora oggi la celebre intuizione di Napoleone: “Ogni soldato porta nello zaino il bastone di maresciallo”. Significa che ciascuno deve poter ambire a crescere, a vedere riconosciuto il proprio valore, a conquistare responsabilità e prestigio attraverso il merito. Nella sanità italiana, invece, accade spesso il contrario.
Negli ultimi anni le aziende sanitarie regionali sono state progressivamente accorpate fino a raggiungere dimensioni spesso abnormi. I dipartimenti diventano strutture “transmurali”, distribuite tra più aziende e territori, con catene decisionali sempre più lontane dai luoghi reali della cura. Le strutture complesse si riducono, diventano rare e frequentemente appannaggio del mondo universitario. Tutto questo viene giustificato in nome del risparmio e dell’efficienza amministrativa.
Ma il prezzo di questa impostazione è altissimo. Si impoveriscono le opportunità professionali, si riduce l’autonomia dei sanitari, si spegne il senso di appartenenza. Le professionalità più mature e qualificate finiscono così per guardare altrove, verso il privato o verso altre realtà dove possano trovare riconoscimento e soddisfazione professionale.
Un nuovo contratto nazionale di lavoro è certamente necessario e doveroso, ma da solo non basterà. Senza una riforma profonda dell’organizzazione sanitaria, della governance e delle prospettive di carriera, il rischio è quello di continuare a perdere energie preziose e competenze fondamentali.
La vera sfida non è soltanto salvare la sanità pubblica dal punto di vista economico. È salvarne l’anima. Perché senza medici motivati, infermieri valorizzati e professionisti messi nelle condizioni di crescere, nessuna tecnologia e nessuna riforma contabile potranno garantire il diritto alla salute sancito dalla Costituzione.
Abbiamo bisogno, suggerisce UNIONE PER L’ITALIA, di una riforma che, allo stesso tempo, sappia valorizzare tutte le risorse disponibili, riconoscendo il contributo che le aziende sanitarie private accreditate possono offrire al Servizio Sanitario Nazionale. Il privato accreditato, quando opera all’interno della programmazione pubblica e nel rispetto degli standard di qualità e appropriatezza previsti dal SSN, può rappresentare una componente complementare in grado di aumentare la capacità di risposta del sistema, contribuire alla riduzione delle liste d’attesa, ampliare l’offerta di prestazioni e utilizzare in modo più efficiente le risorse disponibili.
Non si tratta di contrapporre pubblico e privato, ma di superare una contrapposizione ideologica che rischia di penalizzare soprattutto i cittadini. Il punto deve essere garantire a ogni persona il diritto a cure tempestive, appropriate e di qualità, indipendentemente dal soggetto, pubblico o privato accreditato, che materialmente eroga la prestazione. La regia, la programmazione, il controllo e la garanzia dell’universalità devono rimanere saldamente in capo al Servizio Sanitario Nazionale, mentre tutte le strutture che ne condividono gli obiettivi devono poter concorrere, secondo regole trasparenti, alla tutela della salute.
Una sanità moderna deve quindi mettere al centro il cittadino e misurare le proprie capacità non soltanto sulla base delle risorse stanziate, ma soprattutto sui risultati: tempi di accesso alle cure, qualità dell’assistenza, appropriatezza delle prestazioni, valorizzazione dei professionisti e capacità di rispondere ai bisogni delle persone. È su questi obiettivi che pubblico e privato accreditato possono essere chiamati a collaborare, ciascuno nel proprio ruolo, per rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale e renderlo più efficace, sostenibile e vicino ai cittadini.
Aurelio Coppeto – Portavoce Unione per l’Italia
