AgenPress. Ci sono immagini e lentezza che attraggono. La percezione della sera forse è più della sesta stessa? Percepire. Vivere. Starci dentro la sera. Ed è così che la sera in Foscolo non è una parte del giorno. È una stagione della giornata. È una stagione dell’anima. È pensiero nella malinconia. È malinconia che si apre ai colori che diventano cangianti attimo dopo attimo. È la deposizione di tutte le ore trascorse. È l’anticipo del tramontare. È sostanzialmente una filosofia della riconciliazione ma anche della disgregazione del pomeriggio e del meriggio. È l’incipit dell’abbandono alla notte. È la metafora dell’andar via. È l’attesa.
Bisogna partire da qui per capire Foscolo. Perché Foscolo non è il poeta del mattino. Il mattino è di Parini. Il Mattino del Giovin Signore che si sveglia e inizia la sua giornata inutile. Foscolo è il poeta della sera perché la sera è il tempo dove il guerriero depone le armi. Nel momento in cui depone le armi inizia un nuovo tempo.
1803. Milano. Foscolo ha venticinque anni. Ha già visto tradire la patria con Campoformio, ha già scritto l’Ortis, ha già amato e perduto. E scrive un sonetto che è un trattato di metafisica in quattordici versi. Alla sera.
“Forse perché della fatal quïete
tu sei l’imago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni…”.
Già il primo verso è tutto. Forse perché della fatal quïete tu sei l’imago. Fatal quïete. Quiete fatale. Non è quiete tranquilla. È quiete di destino. Fatalis, dal fato. È la quiete che è già morte, ma è una morte dolce. È imprevedibile in un mistero di atmosfere in cui il poeta si raccoglie. La sera è imago. Immagine. Icona. Non è realtà, è riflesso della realtà interiore. Foscolo non descrive la sera fuori. Descrive la sera che ha dentro.
La sera reale in Foscolo è quella lombarda, quella che vedeva dai bastioni di Milano, quella del Naviglio, quella delle nubi estive. È una sera fisica, con colori, con zeffiri, con nubi. Ma subito diventa metaforica. Diventa stato dell’anima. La sera è il momento in cui il giorno si deposita. Deposizione è termine cristologico, ma anche giuridico. Si depongono le armi, si depongono le fatiche, si depongono le illusioni.
Foscolo vive il giorno come battaglia. Lo dice lui stesso nel verso più famoso del sonetto, al verso 8:
“…e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”.
Questo è il nodo. Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge. Rugge è verbo animale, è verbo di leone, è alfieriano. Dentro Foscolo rugge sempre un guerriero. È l’Alfieri che ha dentro. È il rivoluzionario che non si arrende, è l’esule, è l’ufficiale napoleonico, è Jacopo Ortis che vuole agire. Di giorno quello spirito guerriero è sveglio, combatte, si ferisce. Di sera, guardando la pace della sera, quello spirito finalmente dorme. La sera è l’unica che riesce a far addormentare il guerriero.
Ma si resta con lo spirito del guerreggiare. Ecco l’ambiguità foscoliana. Non è pace vera. È tregua. Il guerriero dorme, non muore. Domani si risveglierà. La sera è quindi riconciliazione ma anche disgregazione. Riconciliazione perché riconcilia l’uomo con se stesso, con la fatica di vivere. Disgregazione perché disgrega le certezze del meriggio, del pomeriggio, dell’azione. Il meriggio è il tempo della ragione che costruisce. La sera è il tempo della malinconia che smonta.
In questo senso la sera è filosoficamente l’anticamera della notte. E la notte in Foscolo sarà poi la morte. Ma la sera non è ancora morte. È attesa della morte. È quell’attesa che è dolce perché è sospensione. Scrive Foscolo nei versi finali:
“Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme che vanno al nulla eterno. È una frase immensa. La sera fa vagare il pensiero sulle orme che vanno al nulla eterno. Le orme sono quelle del giorno, della storia, delle vite. Vanno tutte al nulla eterno. È il materialismo foscoliano, è Lucrezio, è il nulla che inghiotte tutto. Eppure questo nulla eterno contemplato di sera non fa orrore. Fa pace. Perché la sera lo rende pensabile. Di giorno il nulla eterno ci fa urlare, di sera ci fa meditare.
E intanto fugge questo reo tempo. Reo tempo. Il tempo è reo, è colpevole. È colpevole di farci soffrire, di farci invecchiare, di tradire le rivoluzioni. Di giorno il tempo ci insegue. Di sera fugge lui. La sera ribalta il rapporto. Non siamo più noi a fuggire davanti al tempo. È il tempo che fugge davanti a noi.
Qui si incontrano tempo e anima. Tempo e anima si incontrano ma si osservano e poi che accade? Accade che l’anima per un attimo vince sul tempo. Per un attimo, quello della sera, l’anima guarda il tempo che fugge e non ne ha più paura. Perché la sera è il tempo che non ha più tempo. È il tempo sospeso.
Ma la sera è anche la metafora dell’andar via. Andar via da cosa? Dalla patria, dall’amore, da se stessi. Foscolo è l’esule per eccellenza. L’andare via è il suo destino. La sera è il momento in cui si parte, in cui le navi salpano. Non a caso, pochi anni dopo, scriverà A Zacinto, che è l’isola dove non approderà mai se non con il canto. Zacinto è il tramonto della patria. Alla sera è il tramonto del giorno, A Zacinto è il tramonto della terra natale, In morte del fratello Giovanni è il tramonto del sangue.
La sera è cangiante. Tu lo dici bene: malinconia che si apre ai colori che diventano cangianti attimo dopo attimo. Foscolo è pittore della sera. Non usa mai un colore fisso. Usa nubi estive, zeffiri sereni, fatal quïete. Sono colori che cambiano. È impressionismo prima dell’impressionismo. La sera non è mai uguale a se stessa, come l’anima di Foscolo non è mai uguale a se stessa.
C’è poi un altro elemento reale e metaforico che va aggiunto. La sera è l’ora della confessione. Nel sonetto, Foscolo non parla a nessuno se non alla sera. O Sera, vieni. È una preghiera laica. Non prega Dio. Prega la Sera. Perché la Sera è l’unica divinità che lo ascolta senza giudicare. È l’unica che può far addormentare lo spirto guerrier.
In Ortis, Jacopo cerca spesso la sera. Va sul colle di Arquà al tramonto. Va a guardare le colline Euganee quando il sole cala. La sera è l’ora in cui Jacopo scrive le sue lettere più disperate ma anche più vere. Di giorno Jacopo è retorico, di sera è autentico. La sera toglie la retorica giacobina e lascia l’uomo.
Ecco perché la sera è filosofia della riconciliazione. Riconcilia l’uomo con il nulla. Riconcilia il guerriero con la pace. Riconcilia il tempo reo con l’anima stanca. Ma è anche disgregazione del pomeriggio e del meriggio perché disgrega le costruzioni ideologiche. Il pomeriggio è il tempo delle certezze, dei proclami, dei trattati. La sera è il tempo dove i proclami si scoloriscono e resta solo l’uomo che guarda.
Foscolo ci insegna che non si può vivere sempre a mezzogiorno. Il meriggio acceca. La sera illumina. È un paradosso. La luce del meriggio è troppo forte e non fa vedere le ombre. La luce della sera è obliqua, radente, e fa vedere ogni ruga, ogni piega dell’anima. È la luce della verità.
1803, dunque. Forse perché della fatal quïete. Quel forse è filosofico. Non è forse dubitativo. È forse socratico. Forse perché… Foscolo non afferma, ipotizza. La sera è ipotesi, non dogma. È il forse della vita contro il certamente della morte.
E alla fine, che accade quando tempo e anima si incontrano? Accade che l’anima non vince, ma non perde nemmeno. Accade la tregua. Il guerriero dorme. Domani si risveglierà, ruggerà ancora. Ma stasera dorme. E questo basta a Foscolo per scrivere una delle poesie più pure della letteratura italiana. Perché la sera è l’unico momento in cui Ugo Foscolo non è Ugo Foscolo l’esule, il deluso, il tradito. È semplicemente un uomo che guarda la pace e per un attimo la sente sua.
Questa è la sera reale e metaforica. Reale perché è atmosfera lombarda, nubi, zeffiri. Metaforica perché è l’imago della fatal quïete che tutti cerchiamo. È l’attesa di una pace che non avremo mai di giorno, ma che di sera, per un attimo, ci viene a trovare e ci fa addormentare il guerriero che ruggisce dentro. Il ruggire dentro è una fase o una frase romantica. È molto di più. È saper raccogliere tutto il vissuto e trasformarlo in soecchio. Interiore specchio che specchia l’anima e lo sguardo. Qui si avverte il senso del metafisico che per gran parte dei versi qui e altri sarà fondamentale. La sera diventa così anche il rischio del nuovo giorno che si presenta alla notte. Ma non si sa cosa ci potrà donare.
di Pierfranco Bruni
