AgenPress. Se l’Italia delle tradizioni è da considerare come la Patria del Tradizionalismo la questione delle etnie e delle contaminazioni diventa cruciale. Dunque. Occorre partire da alcuni precisi elementi. Ovvero: Antropologia, identità, etnie. Costituiscono i capisaldi di una nuova normativa. L’Italia delle tradizioni è la Patria del Tradizionalismo. Antropologia, identità, etnie. Sono questi i capisaldi. Dalla cultura greca all’idea di Virgilio che fa sbarcare Enea a Brindisi. Non è Ulisse che incarna l’idea di identità nazionale. È Virgilio con il suo Enea.
È una scelta di civiltà. Ulisse è l’eroe del nostos, del ritorno errante. Enea è l’eroe della pietas, del fondatore che porta i Penati di Troia nel Lazio e genera una stirpe. Virgilio, nell’Eneide, costruisce volutamente una teologia nazionale: Romanam condere gentem. E lo sbarco nel Salento non è geografia casuale: è l’Italia come approdo già italiano prima di Roma. Il riferimento greco resta essenziale. L’Italia è figlia della Magna Graecia, da Cuma all’VIII secolo a.C. Ma quel greco non è antitesi, è matrice. Il Mediterraneo diventa la sintesi dell’incrocio di culture, di lingue e di modelli etnici. Il Mare Nostrum non è frontiera, è centro.
Il fattore etnico è una valenza fondamentale perché è questo che realizza una Europa dei Popoli, come intuì Johann Gottfried Herder alla fine del Settecento con l’idea di Volksgeist. I Popoli non sono altro che il portato di tradizioni che, in un legame tra storie, lingue, costumi, miti e riti, creano attraverso le contaminazioni il senso di un Tempo identitario. Non il sangue come determinismo biologico, ma la stanzialità come antropologia: un popolo è dove dimora da secoli.
In un tale contesto si inseriscono le cosiddette minoranze storiche in Italia, definite con termine infelice “minoranze linguistiche”, forse il peggiore che si sarebbe potuto trovare alla fine degli anni Novanta. La Legge 15 dicembre 1999, n. 482 ne classifica dodici. Definizione riduttiva e ormai anacronistica. Non è adattabile il concetto di minoranze, bensì di presenze etniche e linguistiche storiche, stanziali. Oggi quella normativa va superata. Partendo da ciò credo che sia necessario individuare tre ragioni storiche certe.
Primo. L’incompletezza dell’elenco. Le etnie storiche sono molto più di dodici. Manca, per esempio, la comunità armena di Venezia, presente dal XIII secolo e strutturatasi sull’isola di San Lazzaro dal 1717 con i Padri Mechitaristi; mancano i Tabarchini di Carloforte e Calasetta, di origine ligure trasferiti in Tunisia nel 1542 e poi in Sardegna nel 1738; manca il mondo gallo italico del Monferrato; mancano gli Ebrei di rito italiano, Italkim, attestati a Roma dal II secolo a.C.
Secondo. La disomogeneità regionale. Ogni Regione ha adottato un suo sistema. Un mosaico normativo che frammenta l’idea nazionale.
Terzo. Il mutato rapporto con la scuola. Nel 1999 si pensava a una tutela folclorica. Oggi serve una pedagogia della conoscenza. L’insegnamento delle lingue storiche non può essere ora aggiuntiva, ma parte del curricolo identitario.
Occorre quindi ristabilire una lettura che ampli tali presenze in una geografia Mediterranea che diventa sintesi di Orienti e Occidente. Partendo però da un presupposto essenziale: l’identità italiana come fulcro centrale in Europa e nell’Europa con al centro la storia Mediterranea. Il dato fondamentale deve restare il Mediterraneo in grado di inglobare il mondo adriatico e balcanico, gli Arbëreshë sbarcati dal XV secolo dopo la morte di Scanderbeg nel 1468, i Greci del Salento e della Calabria, le culture storiche franco occitane delle Valli Valdesi presenti dal XII secolo, le comunità germaniche Walser del Monte Rosa insediate dal XIII secolo, le etnie delle isole.
Tutte in una visione di presenze stanziali e non nomadi. Questo è il discrimine antropologico fondamentale: l’etnia storica, come la lingua, è stanziale perché ha un suo spazio, un suo territorio, un suo rapporto ben stabilito con la cultura italiana. Ha chiese, cimiteri, toponimi, contratti agrari. È la differenza che Marc Bloch chiamava radicamento.
Intorno a tale tema bisognerebbe discutere per un approccio nuovo a una normativa ben costruita sulle culture e sui beni culturali. Una ermeneutica in cui l’idea di identità nazionale deve essere perno. Perché tutto potrà essere fattibile, ma la Patria ospitante deve sempre mantenere la sua eredità, la sua territorialità e le sue radici. Come ammoniva Massimo d’Azeglio: Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani. Oggi diremmo: fatti gli Italiani, bisogna ricordare da dove vengono.
P.S. Credo che è proprio la Legge del 1999 che bisognerebbe rivedere alla luce della attuale situazione storico culturale. Sul piano storico è urgente e necessario.
Pierfranco Bruni
