Cosa resta oggi del pensiero politico della Democrazia Cristiana e il dopo

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AgenPress. A primo acchito, davanti a una situazione politica che abita la mediocrità delle culture e la precarietà di un progetto politico filosofico, penso a ciò che è stata la visione culturale della Democrazia Cristiana. Oggi cosa resta della metaforica balena bianca? Non c’è metafora più errata. Melville era altro da una metafora politica. Comunque.

Non resta la Democrazia Cristiana. Della DC è rimasta l’anagrafe, non l’anima. Si sono divisi le sigle, le sedi, le tessere. Non si sono divisi il pensiero. Perché il pensiero non era spartibile. Pensando a Moro: non ha fatto un partito. Ha fatto una custodia. Custodia della persona, custodia del limite, custodia della pietà.

Moro non attraversa Hegel. Lo costeggia e lo lascia. Non cerca la totalità che riconcilia. Cerca la singolarità che resiste. La persona non delega alla dialettica. Giunge sempre prima del sistema. È creata, caduta, redenta, mai riducibile a momento. In Moro c’è la cristianità del cattolicesimo biblico.

È la lezione che viene da Maritain e da Mounier: distinzione tra individuo e persona, tra massa e comunità, tra potere e autorità. Ma è anche la lezione che viene da dentro la DC, da quella DC che era pensiero prima di essere potere. Non c’è Machiavelli, come qualcuno ha potuto pensare. C’era piuttosto il post Pascal.

Vado nel concreto.

Non c’è Moro senza Don Luigi Sturzo. Sturzo nel 1919 con l’Appello ai Liberi e Forti non fonda un partito cattolico. Fonda un partito di ispirazione cristiana che rivendica l’autonomia del politico. La politica non è ancella della teologia. Ha sua dignità. È la prima rottura con il clericalismo e con il trasformismo liberale. Sturzo insegna a Moro che il popolarismo è esodo: uscire dalle sacrestie per andare nelle periferie amministrative, nei comuni, nelle cooperative. Senza Sturzo non c’è l’idea di pluralismo come riconoscimento.

Non c’è Moro senza Alcide De Gasperi. De Gasperi è l’altro pilastro. Se Sturzo è il profeta, De Gasperi è il custode. De Gasperi insegna che la democrazia cristiana non è centro. È limite. È argine contro le due idolatrie del Novecento: il fascismo che assorbe la persona nello Stato e il comunismo che assorbe la persona nella classe. La sua politica è ricostruzione dopo le macerie. Non è ottimismo. È pietà operosa. De Gasperi firma l’Europa non per mercato, ma perché l’Europa è l’unico luogo dove il confine diventa crocevia. Moro erediterà da lui la formula mediterranea.

Non c’è Moro senza Giuseppe Dossetti. Dossetti è il biblista della DC. Entra nel partito con la Bibbia e la Costituzione sotto lo stesso braccio. Nella Costituente porta l’articolo 2: la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali. Riconosce, non concede. È la traduzione giuridica di Maritain. Dossetti insegna a Moro che la verità non è dottrina da imporre ma carne da condividere. Poi si ritira, si fa monaco a Monteveglio, e dimostra che la politica come custodia finisce in preghiera. Moro lo capirà nei 55 giorni con la Bibbia come unico libro.

Non c’è Moro senza Giorgio La Pira. La Pira è il mistico. Il sindaco di Firenze che scrive a Khrushchev e a Ho Chi Minh perché il diritto degli altri, anche dei più lontani, sia tutelato. La Pira insegna a Moro che il Mediterraneo non è geografia. È profezia. Isaia e Gerusalemme che interrogano Atene. Senza La Pira, la frase sull’Europa intera nel Mediterraneo sarebbe geopolitica. Con La Pira è teologia politica.

E poi Amintore Fanfani, che Moro rispetta e combatte. Fanfani è l’organizzatore, il costruttore della macchina, ma anche il teorico del lavoro come fondamento. Fanfani porta nella DC l’economia come antropologia, non come tecnica. Il lavoro non è merce. È persona che si fa opera.

Il suo pensiero politico nasce da qui. Nel 1969, all’XI Congresso DC, consegna la sua teoria del potere: «Il potere si legittima davvero e solo per il continuo contatto con la sua radice umana e si pone con un limite invalicabile: le forze sociali che contano per se stesse, il crescere dei centri di decisione, il pluralismo che esprime la molteplicità irriducibile delle libere forme della vita comunitaria».

Il potere non è sovrano. È servitore. Non si legittima per investitura ma per contatto. Contatto con la radice umana. Fuori da quella radice il potere è usurpazione. Il limite non è imposto dall’esterno. È iscritto nella struttura stessa della persona. La persona non è funzione dello Stato. Lo Stato è funzione della persona. Per questo il pluralismo non è concessione. È riconoscimento. Ridirlo è violentarlo. E ogni totalità che pretende di riassumere il reale è menzogna.

Moro non pensa per sintesi. Pensa per mediazione. E la mediazione è l’arte di tenere insieme senza fondere, di unire senza uniformare. È l’arte biblica dell’alleanza: patto tra diversi che restano diversi. La politica come attraversamento filosofico si fa custodia.

Cosa è cambiato dopo la sua uccisione il 9 maggio 1978? È cambiato il paradigma. È finita la politica come custodia ed è cominciata la politica come calcolo. È finita la generazione che aveva letto Maritain e Mounier, Sturzo e De Gasperi, e ha cominciato la generazione che ha letto solo i sondaggi.

Sostanzialmente è finita la pietà come categoria ontologica. Dal carcere delle Brigate Rosse, nella notte della ragione, Moro scrive il suo testamento metafisico: «Se la pietà prevale il Paese non è finito».

Non invoca forza. Non chiede vendetta. Chiede pietà. Perché la pietà non è sentimento. È categoria ontologica. È il riconoscimento che l’altro mi riguarda prima di ogni contratto. Che il volto precede la legge. Che la comunità non è somma ma comunione di destini irriducibili.

Oggi la politica ha perso la pietà. È diventata tecnica di dominio. È diventata calcolo. E un Paese che si regge sul calcolo è già finito, anche se le istituzioni restano in piedi. La fine non è crollo. È svuotamento. È quando le forme restano e l’anima è partita. L’uomo non è etico per decreto. È etico perché è coscienza, anima, cuore. La coscienza è il luogo in cui l’universale si fa singolare. L’anima è la memoria del limite. Il cuore è il coraggio di restare umani quando l’umano è insidiato. La pietà tiene insieme i tre. Tenendoli insieme, tiene insieme il Paese. De Gasperi lo chiamava senso del limite. Dossetti lo chiamava riconoscimento. La Pira lo chiamava attesa della storia.

Ma è finita anche l’identità come crocevia: «Nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa e nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo».

Non è geopolitica. È antropologia. L’Europa senza Mediterraneo è ragione senza corpo. Il Mediterraneo senza Europa è corpo senza memoria. Il Mediterraneo è il luogo in cui la Bibbia incontra il pensiero greco, in cui Gerusalemme interroga Atene, in cui il diritto romano ascolta la profezia. Moro sa che l’identità non è confine. È crocevia. E il crocevia è pericoloso. Espone. Ma solo esponendosi l’uomo diventa persona. Chi si chiude nell’identità monolitica tradisce la propria radice. Perché la radice umana è plurale. È dialogo tra sponde. È mare.

Dopo Moro abbiamo scelto l’atlantismo senza Mediterraneo e poi il sovranismo senza Europa. Abbiamo perso il crocevia. E abbiamo perso la geografia dell’anima che De Gasperi e La Pira avevano custodito.

Per dirla con serenità è finita la verità come luce.

Negli ultimi cinquantacinque giorni Moro aveva con sé la Bibbia come unico libro che lo conduceva alla preghiera. E lì ha capito fino in fondo: «Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino».

È la stessa verità che Mounier scrive nelle Lettere sul dolore: «Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne». E Maritain: «La verità è la conformità dello spirito con l’essere, secondo che essere è ciò che è, e il non essere, ciò che non è».

Sturzo, a suo modo, lo aveva già detto nel 1926 in esilio a Londra: la libertà è vera solo se è per tutti, anche per chi ti perseguita. Dossetti, ritirato, pregherà per Moro fino alla morte. Moro ha fatto nascere la verità dalla sua carne. Dal suo corpo dato.

Cosa resta oggi?

Resta lo stile. Non ha lasciato un sistema, tranne modelli giuridici. Ha lasciato stile. Lo stile di chi sa che la politica è custodia. Custodia della persona, custodia del limite, custodia della pietà. Non segue Hegel perché non crede che la storia assolva. Segue Maritain perché crede che la storia giudichi, e giudica a partire dai volti. Segue Sturzo perché crede che la politica sia autonoma ma non sia neutra. Segue De Gasperi perché crede che ricostruire sia più difficile che vincere. Segue Dossetti e La Pira perché crede che la Costituzione e la profezia siano due facce dello stesso patto.

Segue il percorso biblico perché sa che l’uomo è più grande dei suoi atti, ma responsabile di ogni suo atto. Il percorso biblico è percorso dell’esodo: uscire da sé per incontrare l’altro. La filosofia della persona è esodo permanente. Resta la domanda che la DC dopo di lui non ha più saputo farsi: cosa sei disposto a perdere per non servire vilmente?

La sua Democrazia Cristiana era la risposta. Non un centro, ma un esodo permanente. Preferire la custodia alla conquista. L’esodo al possesso. Perché possedere la verità è perderla.

Dopo Moro è cominciata l’amministrazione del nulla. La politica senza anima. E la politica senza anima è amministrazione del nulla. Si raccolgono le macerie di tutto ciò che si è perso. La politica si è persa. Ma anche l’uomo è ombra e smarrimento. Oggi siamo nel tempo dello svuotamento delle ceneri. Il potere esiste. Ma la politica è morta. Perché il pensare non ha pensiero e la quotidiana realtà si regge come si regge il mattino relegando a un agire tanto per mantenere il governare.

di Pierfranco Bruni

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