Una libreria può essere devastata in poche ore. La cultura, invece, richiede anni di lavoro, di studio e di confronto per essere costruita.
Distruggerla non è un atto di liberazione: è una sconfitta per tutti
AgenPress. Sabato 17 ottobre 2026, a Torino, la libreria Feltrinelli della stazione di Porta Nuova è stata duramente assaltata e devastata. Un episodio che solleva interrogativi sul rispetto degli spazi culturali, sul significato della protesta e sulla memoria di una casa editrice nata anche come punto di riferimento per la sinistra intellettuale e per i movimenti operai.
Una libreria non è soltanto un luogo in cui si acquistano libri. È uno spazio di confronto, di conoscenza, di circolazione delle idee e, soprattutto, di libertà. Per questo, quando viene presa d’assalto e devastata, il danno non riguarda esclusivamente gli arredi, le vetrine o la merce distrutta: a essere colpito è anche il valore simbolico della cultura come strumento di emancipazione e di dialogo.
Quanto accaduto alla Feltrinelli della stazione di Porta Nuova, a Torino, impone una riflessione che va oltre la cronaca. Qualunque sia la motivazione politica o ideologica dei manifestanti coinvolti, la devastazione di un luogo dedicato ai libri rappresenta una contraddizione difficile da ignorare.
Per comprendere fino in fondo questa contraddizione, occorre ricordare la storia della casa editrice Feltrinelli, fondata a Milano nel 1954 da Giangiacomo Feltrinelli, editore, intellettuale e militante politico.
Fin dalle sue origini, la Feltrinelli si è distinta per la pubblicazione di opere letterarie, saggi e testi politici capaci di alimentare il dibattito pubblico e di dare spazio anche a idee radicali e a posizioni critiche nei confronti dell’ordine costituito. Nel corso degli anni è diventata un punto di riferimento per una parte significativa della cultura progressista italiana e internazionale.
Giangiacomo Feltrinelli non fu un semplice imprenditore editoriale. Fu un uomo profondamente coinvolto nelle vicende politiche del suo tempo, convinto che i libri potessero contribuire a cambiare la società. La sua storia personale si intreccia con quella dei movimenti rivoluzionari, delle lotte sociali e delle tensioni ideologiche che attraversarono l’Italia nella seconda metà del Novecento.
Proprio per questo, devastare una libreria che porta il suo nome significa colpire un luogo che, per la sua storia, avrebbe dovuto essere riconosciuto come uno spazio di confronto e di elaborazione culturale, anche da parte di chi si richiama alla protesta e alla trasformazione sociale.
La figura di Giangiacomo Feltrinelli merita di essere ricordata senza semplificazioni. Il suo impegno politico lo portò progressivamente verso posizioni rivoluzionarie e verso la convinzione che fosse necessario contrastare, anche attraverso azioni clandestine, ciò che considerava una deriva autoritaria della società italiana.
La notte tra il 14 e il 15 marzo 1972, Feltrinelli morì nei pressi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate, vicino a Milano, mentre era impegnato in un’operazione clandestina. Secondo la ricostruzione storica generalmente accolta, stava preparando un’azione di sabotaggio che prevedeva l’utilizzo di esplosivi. L’ordigno esplose e lo uccise.
La sua morte rimane legata a una stagione drammatica della storia italiana, segnata dalla radicalizzazione politica e dalla violenza. Ricordarla non significa approvare ogni sua scelta, né trasformarlo in una figura priva di contraddizioni. Significa riconoscere la complessità di una vicenda umana e politica che ha lasciato un segno nella storia del Paese.
Ed è proprio questa complessità a rendere ancora più significativo il paradosso di una libreria legata al suo nome che venga devastata da manifestanti mossi da ragioni politiche.
Se l’obiettivo di una manifestazione è denunciare un’ingiustizia, difendere diritti o contestare il potere, quale senso può avere distruggere uno spazio dedicato alla cultura?
La protesta può essere radicale, aspra e persino scomoda. In una democrazia, il dissenso è legittimo e necessario. Ma la legittimità delle idee non rende legittimo qualsiasi comportamento, e la rivendicazione di una causa non può diventare una giustificazione per la devastazione.
Una libreria contiene idee diverse, spesso contrapposte. Sugli scaffali convivono autori, pensieri e visioni del mondo che possono essere apprezzati, criticati o contestati. È proprio questa pluralità a renderla un luogo prezioso.
Distruggere una libreria significa negare, almeno nei fatti, quello spazio di confronto che la cultura dovrebbe garantire. Significa sostituire alla discussione la forza e al dissenso la sopraffazione.
Non è necessario conoscere ogni dettaglio della storia della Feltrinelli per comprendere la gravità di un simile gesto. Ma conoscerla rende la contraddizione ancora più evidente: colpire un luogo storicamente associato alla diffusione di idee progressiste, alla cultura politica e alla circolazione di testi scomodi appare particolarmente incoerente per chi sostiene di battersi in nome della giustizia sociale o della libertà.
Viene spontaneo chiedersi se coloro che hanno assaltato la libreria conoscessero davvero la storia della casa editrice e del suo fondatore. Sicuramente la conoscenza della storia avrebbe potuto offrire una ragione in più per fermarsi a riflettere prima di colpire un luogo come questo.
Giangiacomo Feltrinelli, se fosse ancora vivo, avrebbe potuto condividere alcune delle battaglie dei manifestanti, oppure dissentire radicalmente dalle loro posizioni e dai loro metodi. Non possiamo stabilirlo con certezza. È però ragionevole domandarsi se un uomo che aveva fatto della politica, dell’editoria e della lotta ideologica una parte centrale della propria esistenza avrebbe riconosciuto nella distruzione di una libreria uno strumento efficace di cambiamento.
L’assalto alla Feltrinelli di Porta Nuova lascia una domanda fondamentale: quale idea di società può nascere dalla distruzione di un luogo in cui le persone entrano per leggere, informarsi e confrontarsi?
La risposta non può essere quella dell’indifferenza. Gli eventuali reati devono essere perseguiti nel rispetto della legge. Allo stesso tempo, è necessario riaffermare un principio semplice: nessuna battaglia politica può trasformare la devastazione in un gesto automaticamente giusto o giustificabile.
La cultura appartiene a tutti, anche a chi la contesta. I libri possono essere criticati, le idee confutate, gli autori rifiutati. Ma uno spazio culturale non dovrebbe diventare il bersaglio di chi pretende di imporre le proprie ragioni attraverso la distruzione.
Una libreria può essere devastata in poche ore. La cultura, invece, richiede anni di lavoro, di studio e di confronto per essere costruita. Distruggerla non è un atto di liberazione: è una sconfitta per tutti.
Aurelio Coppeto – direttore responsabile AgenPress.
