Il patto violato. Per una pedagogia del limite. Occorre maggiore autorevolezza

- Advertisement -
- Advertisement -

AgenPress. La devastazione delle città non è una cronaca episodica, è sintomo di ben altro. Vetrine infrante, librerie saccheggiate, cassonetti incendiati, automobili distrutte. Al centro vi sono ragazzi, minori e non solo, una generazione fragile e furiosa che ha smarrito il senso del limite, ma figlia di una visione contraddittoria dei valori.

Viviamo una generazione sbandata non perché priva di valori, ma perché esposta a valori contraddittori e a nessun rito di passaggio. È la generazione della connessione permanente e della appartenenza intermittente. Come scriveva Pasolini, “la tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra” (1). La piazza diventa luogo per farsi vedere, non per proporre. Quando manca la proposta resta il gesto, e il gesto senza educazione diventa devastazione. Il vandalismo non è politica, è richiesta di riconoscimento che ha perso il linguaggio, ma ha aperto il varco all’idea perversa che tutto è possibile e che la vita è mia e me la gestisco io.

La famiglia resta il primo nucleo della regola come cura, non come repressione. Negli ultimi vent’anni ha abdicato alla fatica del limite, confondendo affetto e assenza di norma. Si è delegato al dispositivo e alla strada ciò che appartiene alla relazione educativa. Ernesto de Martino chiamava questo smarrimento “crisi della presenza”, quando l’io non riesce più a stare nel mondo con continuità (2). Il ragazzo che devasta sperimenta questa crisi. Non ha interiorizzato che l’altro esiste. Se la famiglia non insegna che dire di no è atto d’amore, nessuna istituzione successiva può supplire. Questo permissivismo è già un atto politico. Non è neutro. È una scelta che ha disarmato l’educazione.

Alla scuola si chiede tutto e la si lascia sola. Le si chiede di contenere la violenza e di supplire alla famiglia, ma la si priva di autorevolezza. Autorevolezza non è autoritarismo, è capacità di trasformare il sapere in “sapere dell’anima”, come diceva Maria Zambrano (3). Oggi la scuola ha sostituito l’educazione con la comunicazione, la parola che forma con la parola che intrattiene. Il ragazzo avverte questa fragilità e preferisce l’immediatezza della strada. E l’immediatezza è la malattia antropologica del nostro tempo. Ai docenti è stato tolto il Lei e si è entrati nella parità del Tu. Anche questo è un atto politico. Quando si abbatte la distanza simbolica, si abbatte la possibilità del rispetto. Il Tu senza il Lei è confidenza senza forma.

Viviamo in una società strutturalmente violenta, per il linguaggio che umilia, per il modello che esclude, per l’algoritmo che premia l’odio. In questo contesto il gesto vandalico non è anomalia, è mimesi. René Girard ha mostrato che la violenza è mimetica e cerca un capro espiatorio (4). La città diventa capro espiatorio. Si colpisce la vetrina perché non si sa colpire il sistema. È qui il punto. Altro che gesto non politico. È una violenza contro il sistema comunque, anche quando non sa di esserlo.

Sul piano antropologico siamo in una crisi della norma condivisa. Durkheim la chiamava anomia (5), Bauman modernità liquida come dissoluzione dei legami (6). Il rito, la festa, il ballo tondo erano cerchi che contenevano la violenza e la trasformavano in forma. Oggi il cerchio si è spezzato, il ragazzo corre in branco. Il branco non è comunità, è solitudine moltiplicata. Lévi Strauss ricordava che le società hanno bisogno di miti per ordinare il caos (7). Non vogliamo chiamarlo atto politico? Resta comunque una violenza che cerca un linguaggio e non lo trova.

Non si può parlare di violenza senza parlare di casse, di condizioni materiali. Precarietà, affitti alti, lavoro che manca, futuro percepito come prestito e non come progetto. Un ragazzo che non vede futuro non custodisce il presente. La manutenzione della città, la cura delle panchine, dei giardini, delle scuole, è pedagogia applicata. Dove c’è degrado il messaggio è che nessuno ha a cuore quel luogo, e quindi anch’io posso distruggerlo. La cura è argine alla violenza. Ma la degenerazione che non viene contenuta è incapacità della politica tutta a arginare tutto ciò.

Che fare. Occorre una politica della presenza. Presenza dello Stato come Stato di diritto, che dice con chiarezza che la devastazione non è dissenso, è reato. Presenza della famiglia come responsabilità, presenza della scuola come autorevolezza, presenza della cultura come rito civile. La città non è solo pietra, è patto morale prima che economico. Violarla significa violare il patto che ci tiene insieme.

Bisogna smetterla con l’alibi che siano minorenni e quindi meno punibili. Il fatto di essere minorenni non può diventare giustificazione. Il lassismo è un atto politico di chi non vede o fa finta di non vedere. Proprio in funzione di ciò bisogna essere autorevoli e usare autorevolezza.

Lo Stato deve essere Stato. Le Forze dell’ordine vanno rispettate e devono portare l’ordine. Credo che da qui occorra ripartire. Perché la violenza va contenuta, arginata e, quando necessario, repressa. Senza ambiguità. Senza retorica.

Pierfranco Bruni 

NOTE

1 Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975.

2 Ernesto de Martino, Il mondo magico, Einaudi, Torino, 1948.

3 Maria Zambrano, La confessione come genere letterario, 1943, e Il sapere dell’anima, 1950.

4 René Girard, La violenza e il sacro, 1972.

5 Émile Durkheim, La divisione del lavoro sociale, 1893, e Il suicidio, 1897.

6 Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, 2002.

7 Claude Lévi Strauss, Il pensiero selvaggio, 1962.

- Advertisement -

Potrebbe Interessarti

- Advertisement -

Ultime Notizie

- Advertisement -