AgenPress. La riflessione sulla vita, sulla morte e sulla continuità dell’essere umano non appartiene esclusivamente alla dimensione privata o religiosa. Essa investe direttamente la cultura, la società e la politica, perché chiama in causa il significato stesso dell’esistenza e il valore che attribuiamo a ogni persona.
Ognuno di noi porta dentro di sé il ricordo dei propri cari scomparsi. Persone uniche e irripetibili, con una propria identità, una voce, uno sguardo, una storia e un patrimonio di sentimenti che continuano ad accompagnare la nostra esistenza. La loro presenza non si esaurisce nella dimensione materiale, ma permane nella memoria, nella coscienza, negli affetti e nei valori che hanno trasmesso.
Da questa considerazione nasce una domanda fondamentale: quale valore attribuiamo alla vita umana? E tale valore può essere circoscritto alla durata biologica dell’esistenza oppure appartiene a una dimensione più profonda, spirituale e trascendente?
“La persona non può essere ridotta al proprio corpo, alla propria capacità produttiva, alla condizione economica o al ruolo che occupa nella società. Ogni essere umano possiede una dignità originaria, che precede qualsiasi riconoscimento istituzionale e non viene meno con il venir meno delle sue capacità fisiche o materiali”.
È questa la premessa di una riflessione che, secondo il senatore Domenico Scilipoti Isgrò, deve trovare spazio nel dibattito culturale e politico contemporaneo.
Una società che misura il valore dell’individuo prevalentemente attraverso la produttività, il consumo e il rendimento economico rischia di smarrire il significato più autentico della propria funzione civile.
Gli anziani, i malati, le persone con disabilità, le famiglie in difficoltà, i giovani che incontrano ostacoli nell’accesso al lavoro e coloro che vivono condizioni di solitudine o marginalità non possono essere considerati semplicemente costi sociali o problemi amministrativi. Sono persone, portatrici di diritti, dignità e bisogni che richiedono risposte concrete.
Da qui l’esigenza di ripensare il rapporto tra economia e società, restituendo centralità alla persona nelle politiche del lavoro, della sanità, dell’assistenza, dell’istruzione e della famiglia.
Il progresso non può essere valutato esclusivamente attraverso gli indicatori economici, la crescita della ricchezza o l’innovazione tecnologica. Deve essere misurato anche dalla capacità di una comunità di tutelare i più fragili, contrastare le disuguaglianze, garantire opportunità alle nuove generazioni e assicurare condizioni di vita dignitose a tutti.
In questa prospettiva, la memoria assume anche un significato politico e sociale. Una comunità è il risultato della continuità tra le generazioni: eredita conoscenze, sacrifici, esperienze, valori e conquiste civili da coloro che l’hanno preceduta. Dimenticare questa eredità significa indebolire la propria identità e compromettere il rapporto con il futuro.
La memoria, pertanto, non deve essere soltanto commemorazione, ma diventare responsabilità verso il presente e le generazioni future.
Particolare rilievo assume, in questo contesto, la prospettiva cristologica. Il mistero dell’incarnazione, la passione, la morte e la risurrezione di Cristo pongono al centro della storia la dignità dell’essere umano e aprono, nella fede cristiana, l’orizzonte della vita oltre la morte.
Le parole del Vangelo di Giovanni, «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25), esprimono il fondamento della speranza cristiana: la morte non rappresenta l’ultima parola sull’esistenza umana.
Non si tratta soltanto di una prospettiva confessionale, ma di una concezione antropologica che richiama il valore della persona, la solidarietà, la responsabilità e il rispetto della vita. Un patrimonio spirituale e culturale che ha contribuito profondamente alla formazione della civiltà europea e che può continuare ad alimentare un confronto aperto anche con chi interpreta l’esistenza attraverso differenti convinzioni filosofiche e religiose.
“Esiste una dimensione dell’essere che supera la materialità e che si manifesta nell’amore, nella coscienza, nella memoria e nella capacità di costruire relazioni. La tradizione cristiana riconosce in questa dimensione la presenza dell’anima e la prospettiva della vita eterna. È una visione che invita a non considerare mai nessuna persona superflua, sostituibile o priva di significato”.
La sfida contemporanea consiste proprio nel recuperare una concezione integrale dell’uomo, capace di tenere insieme dimensione materiale e spirituale, libertà individuale e responsabilità collettiva, sviluppo economico e giustizia sociale.
Non è in discussione soltanto un modello di welfare o una determinata politica economica. È in discussione l’idea stessa di società che intendiamo costruire.
Occorre una cultura politica che riconosca nel lavoro uno strumento di dignità e partecipazione, nella famiglia un presidio fondamentale della comunità, nella sanità e nell’assistenza espressioni irrinunciabili di solidarietà, nell’educazione e nella cultura gli strumenti per formare cittadini consapevoli e responsabili.
La centralità della persona deve tradursi in scelte concrete, superando ogni concezione che subordini i diritti fondamentali alla sola convenienza economica.
“I nostri morti ci consegnano la memoria di ciò che siamo stati; i nostri figli ci affidano la responsabilità di ciò che saremo. Tra queste due dimensioni si sviluppa la continuità dell’esistenza umana. Dobbiamo costruire una società nella quale nessuno, durante la propria vita, debba sentirsi invisibile, dimenticato o abbandonato”.
La persona oltre il tempo vuole essere, dunque, un richiamo culturale e civile a una rinnovata centralità dell’essere umano. Una riflessione che parte dal mistero della vita e della morte per approdare a una questione fondamentale per il futuro della società: riconoscere il valore di ogni persona significa riconoscerne la dignità in ogni momento della sua esistenza.
Perché il vero progresso non consiste soltanto nell’allungare la vita, ma nel darle significato; non consiste soltanto nell’accrescere la ricchezza, ma nel renderla capace di generare benessere condiviso.
La dignità oltre il mercato. La memoria come responsabilità. La persona al centro della società.
Sen. Dott. Domenico Scilipoti Isgrò, presidente nazionale “UC” e vicepresidente del consiglio nazionale della “DC”
