
AgenPress. Il Giorno della Memoria, è una delle ricorrenze più significative del calendario istituzionale. Non è soltanto un momento di commemorazione, ma un appuntamento che interroga il rapporto tra storia, responsabilità collettiva e coscienza democratica.
La data ricorda la liberazione di Auschwitz-Birkenau nel 1945, quando al mondo apparve l’esito estremo di un progetto di annientamento concepito nel cuore dell’Europa. Da allora Auschwitz è divenuto il simbolo della Shoah, non solo per il numero delle vittime, ma per ciò che rappresenta: la pianificazione sistematica dell’eliminazione e l’idea che un intero popolo potesse essere cancellato in nome di un’ideologia.
La Shoah non fu un evento improvviso, ma il risultato di un processo strutturato, sostenuto da apparati statali, da un diritto piegato al razzismo e da una cultura che aveva progressivamente normalizzato l’esclusione. Prima della violenza fisica vi furono le parole, le leggi discriminatorie, l’assuefazione morale.
In Italia il Giorno della Memoria è stato istituito nel 2000 per ricordare lo sterminio degli ebrei, le leggi razziali, le persecuzioni e le deportazioni nei campi nazisti, comprese quelle degli oppositori politici. Il momento più solenne della celebrazione si svolge al Quirinale, con la partecipazione del Presidente della Repubblica.
Dal 2005, la ricorrenza è riconosciuta anche dalle Nazioni Unite come Giornata internazionale in memoria delle vittime dell’Olocausto. Ogni anno, il 27 gennaio coinvolge scuole, istituzioni, comunità civili e religiose.
Ricordare la Shoah, tuttavia, non significa solo guardare al passato. Significa interrogare il presente. La storia dello sterminio degli ebrei non parla soltanto del nazismo, ma rivela la fragilità delle società democratiche quando l’odio diventa linguaggio legittimo e la politica rinuncia alla propria funzione di spazio della libertà.
Auschwitz non è solo un luogo della morte, ma il punto di arrivo di un processo di disumanizzazione. In questo senso, la Shoah resta una chiave di lettura del nostro tempo.
L’antisemitismo contemporaneo raramente assume le forme esplicite del Novecento. Oggi si manifesta attraverso la rete dei social, le teorie del complotto, la banalizzazione dello sterminio. Talvolta si traveste da antisionismo radicale, quando la critica legittima alle politiche di uno Stato scivola nella negazione dell’identità ebraica e del diritto stesso all’esistenza del popolo ebraico.
La memoria della Shoah diventa così terreno di tensione. Da un lato rischia di essere svuotata e ridotta a rituale privo di contenuto; dall’altro viene strumentalizzata come argomento retorico per bloccare ogni dibattito. Entrambe le derive sono pericolose: la prima indebolisce la consapevolezza storica, la seconda trasforma la memoria in ideologia.
La “questione ebraica”, formula che nel Novecento giustificò persecuzioni e genocidio, riaffiora sotto nuove etichette. Non si parla più di inferiorità razziale, ma di influenze nascoste e di responsabilità collettive attribuite agli ebrei. È un lessico antico che ritorna nei momenti di crisi, alimentato dall’insicurezza e dalla polarizzazione politica.
Le istituzioni internazionali hanno spesso richiamato gli Stati alla necessità di contrastare l’antisemitismo come parte integrante della tutela dei diritti umani. L’odio antiebraico non è un residuo del passato, ma un fenomeno capace di intrecciarsi con i conflitti contemporanei e di colpire le comunità ebraiche.
Le operazioni militari israeliane a Gaza, avviate dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas, hanno complicato lo scenario del Giorno della Memoria. La crisi umanitaria che colpisce la popolazione palestinese mette alla prova la capacità di tenere insieme empatia e distinzione storica.
Per alcuni parlare di Shoah oggi appare fuori luogo; per altri il genocidio degli ebrei viene sovrapposto ai conflitti attuali, generando analogie improprie. Riconoscere la sofferenza delle vittime civili di oggi non significa mettere in discussione l’unicità della Shoah, che resta un evento senza precedenti. Al contrario, solo una memoria rigorosa consente di evitare semplificazioni e accostamenti distorsivi.
La legge italiana sul Giorno della Memoria è esplicita: non richiama un generico appello alla pace, ma ricorda le leggi razziali e la persecuzione giuridica che precedettero lo sterminio.
L’unicità della Shoah non esclude il dovere di riconoscere altri episodi di violenze di massa; ignorarli rischierebbe di trasformare la memoria in un esercizio autoreferenziale.
Ricordare la Shoah significa affermare che il “mai più” è soprattutto una scelta quotidiana. La guerra in Ucraina, la distruzione di Gaza e il riemergere di pulsioni autoritarie dimostrano quanto l’odio continui a trovare spazio nelle nostre società. L’Olocausto è unico, ma i meccanismi che lo resero possibile – come la normalizzazione dell’odio e l’indifferenza – non lo sono.
Il 27 gennaio non può limitarsi a commemorare le vittime. Deve interrogare le democrazie sul loro stato di salute e sulla tolleranza verso il linguaggio dell’odio, che precede sempre la complicità.
Il Giorno della Memoria non serve solo a comprendere come un genocidio sia stato possibile, ma anche a vigilare affinché dinamiche simili non si ripetano.
Senza un legame saldo con la storia concreta, la memoria diventa retorica; senza memoria, i principi fondanti dell’Europa – antirazzismo, rispetto dell’altro, democrazia – si indeboliscono.
Difendere il Giorno della Memoria significa oggi difendere un’idea di umanità. Solo così il 27 gennaio può restare un atto di responsabilità civile e un monito universale.
