Il mondo sciamanico come soglia della parola segreta che rivela il mistero della poesia

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AgenPress. Mi è stato chiesto più volte chi è lo Sciamano. Perché spesso mi sono riferito e mi riferisco allo sciamano come proiezione dell’anima e della Spiritualità. Mi è stato chiesto più volte se il mio passaggio poetico è un samsara. Tra lo Sciamano e il campo di Budda in un riferimento che ha del religioso il Cristo o Francesco come “alter Cristo”.
Domande che restano dentro il mio viaggio tra seduzione e estetica. Certo non credo alla storia come non credo al razionale. Sono dentro il metafisico e il mistero. Un percorso onirico oltre la soglia del reale.
Va chiarito immediatamente una voce. Lo Sciamano è colui che attraversa. Non chi possiede risposte. Il mondo sciamanico appare nella lettura come stratigrafia. Ovvero sotto la crosta del logos occidentale corre la vena del sogno. Sotto la grammatica sta il respiro.  Sotto la città sta la grotta.
La letteratura e lo sciamanesimo condividono la metafora del viaggio. Lo sciamano lavora con l’oggetto povero. Come il  bastone il tamburo il filo di lana. Il  poeta si serve  a volte di un  sostantivo scarno. Entrambi tolgono peso affinché il varco si apra e vada oltre in una visione profondamente metaforica.
Il tempio non è  mai un edificio. È sostanzialmente una manutenzione della soglia. Nei testi che incrociano Tommaso D’Aquino, penso ai suoi studi sull’alchimia,  e la fascia orfico-pagana, lo sciamanesimo diventa armonia dell’onirico. La coscienza ordinaria cede. Il  linguaggio quotidiano lascia spazio a glossolalie, iterazioni, sillabe bruciate. Non c’è fuga. Ma cura.
Gurdjieff è un riferimento. La strada è complessa e tocca Eliade e Castaneda oltre che Guenon e il mondo dei nativi d’America e la cultura indù. Qui però Gibran riassume tutto il mondo islamico e persiano. Sul piano cristiano San Paolo resta un riferimento forte. C’è sempre comunque l’individuale che diventa soggettivo.
Lo sciamano definisce la ferita dell’anima-tempo  come malattia. La conduce fuori dal villaggio sotto forma di canto. La poesia fa un  identico gesto. Prende il frammento domestico (esempio: bicicletta appoggiata al muro, coppo rotto) e lo espone perché il lettore completi la cura. La cura è uscire dalla storia completamente.
Qual è il risultato?
Il risultato è ascesi della forma. Analoga alla perfetta letizia. Gioia che nasce dalla sottrazione. Il tamburo chiama non dio ma attenzione. Il verso chiama non verità ma ascolto. La poesia non è verità. Il mondo sciamanico non è esotismo. Bensì specchio.
Lo sciamano sa che la guarigione comincia quando si accoglie il bianco tra i versi. La pausa che lo sciamano chiama notte è l’isola che è allegoria della solitudine. Ovvero l’isola dalla quale osservare il buio perfetto.
Forse è la definizione che vale per entrambi. Lo Sciamano e il poeta stanno sulla stessa sponda. Uno con tamburo. L’altro con sostantivi di materia. Misurano la distanza tra la ferita e la cura e tra il  canto e l’ascolto.  Lo Sciamano non ha vanità. Il poeta invece convive con la propria vanità.
Non si diventa poeta. Non si diventa sciamani. C’è sempre una alchimia profonda che lacera il deserto dei loro cammini. Dietro c’è sempre un Dio sconosciuto. Bisogna seguirlo nel segreto e nel mistero. Non chiedere mai di rivelarsi. Il maestro che sia sciamano o poeta (o meglio sciamano e poeta) deve viversi in quell’attimo di “magaria” e prima di ascoltare deve ascoltarsi.
Pierfranco Bruni
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