Burke anticipa l’anti heghelismo. Kierkegaard lo conferma. Dalla politica al Singolo

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AgenPress. “Noi non siamo i proseliti di Rousseau; noi non siamo i discepoli di Voltaire; Helvétius non ha attecchito tra noi. Gli atei non sono i nostri predicatori; i folli non sono i nostri legislatori”. È una vera e propria dichiarazione di identità della Tradizione. Alla quale certamente non si può accostare Hegel. Forse Kierkegaard potrebbe avere un percorso filosofico più aderente.

Comunque è un concetto chiave di Edmund Burke. Non un controrivoluzionario. Bensi un anti rivoluzionario di quell’idea di Rivoluzione francese. È un contro Hegel sul piano ideologico. Ma è anche un filosofo che con Kierkegaard ha in comune il sublime.

Quel sublime che gli farà scrivere: “Il sublime oggi per me è nei volti più che nelle opere”. Qui si può trovare il Kierkegaard dell’estetica ma anche del religioso. Ovvero piuttosto del Singolo. Il sublime per Kierkegaard è appunto il Singolo: “Se si dovesse desiderare qualcosa, non desidererei ricchezza e potere, ma un ardente senso del potenziale, per l’occhio che, sempre giovane e ardente, vede il possibile. Il piacere delude, la possibilità mai”.

Burke per il contesto in cui visse andò oltre. Tanto che pone in essere il rapporto tra destino e politica. Infatti il pensiero dominante “gioca” tra sentimento del destino e sentimento della politica. Diritto e Ragione della politica. Un raccordo che trova la sua chiave di lettura nel valore della tradizione. La tradizione come recupero della centralità dell’uomo proprio nella politica.

Ma l’idea di politica, di cultura, di rivoluzione sono, ormai, dei modelli etici che restano nella storia e molte volte caratterizzano l’immaginario intellettivo fatto di utopie o eresie. Ma la politica ancora oggi, nonostante tutto, dovrebbe assumere una di quelle valenze fondamentali che decifrano i codici della vita. Purtroppo, la politica vive anche di degenerazioni che prendono il sopravvento sugli stati d’animo, sulle emozioni, sulle tensioni esistenziali.

Ci si trova a far fronte, con Burke  a delle situazioni che allontanano dall’impegno, ma il guaio maggiore è che ci si allontana persino dal dibattito sulla politica pensata perché questa si sostituisce non solo a quella urlata bensì a quella che fa capo all’alienazione del confronto perché è così basso lo spessore della dialettica che crea un distacco e una distanza. Non è una questione soltanto da intellettuali. Ormai coinvolge più ambiti e le nuove generazioni non sono immuni da questo distacco – distanza. Lo stesso percorso che in fondo affronta anche Kierkegaard anche se il suo pensiero ha la problematicità dell’angoscia. Nel quale si supera ogni idea della politica. Persino di una platoniana visione della politica. In lui c’è l’uomo e c’è Dio.

Cii sarebbe bisogno necessariamente di ritornare a quel pensiero pensato e pensante espresso da Edmund Burke. Più mi avvicino o più mi riavvicino a questi pensatori e a questi operatori seri, intelligenti, “intellettivamente” pronti ad una dialettica sulle tesi della politica e delle idee e più sono tentato di allontanarmi dalla politica del quotidiano che ha invaso queste nostre stagioni. Burke è un tradizionalista  (che ha dato il senso compiuto oltre che le “radici” al conservatorismo) d’altri tempi che pur vivendo un momento particolare e difficile ha trasmesso dei valori che appartengono a quella dimensione filosofica ed etica che manca all’attuale contesto. L’etica sulla quale ha impostato un modo di essere di Kierkegaard che lo conduce al religioso. O meglio a Dio. Ma Dio è religione? La domanda che si pone costantemente Kierkegaard.

I concetti di memoria, di passato, di ereditarismo sono per Burke dei sentimenti e si offrono ai popoli come valori condivisi: “I popoli che non si volgono indietro ai loro antenati non sapranno neanche guardare al futuro. L’idea ereditaria, infatti, fornisce un principio sicuro di conservazione e di trasmissione senza affatto escluderne uno di miglioramento”. Ma per Kierkegaard esiste il Singolo. Qui è la loro notevole diversità. Perché a Søren mon non è mai interessato la politica.

Per un pensatore e per un politico come Edmund Burke che visse tra il 1729 (nato il 12 gennaio) e il 1797 (morto il 9 luglio) l’idea di rivoluzione è paradossalmente un processo che ha fatto esplodere l’identità della tradizione. In altri termini non c’è rivoluzione più affascinante e più emblematica del rapporto tra tradizione e conservazione. E’ piuttosto un fatto di identità che si innerva nel ritorno non fantastico dell’idea di memoria. E la memoria non è un fatto individuale. Coinvolge, invece, i popoli e le civiltà. I quali non resistono al tempo attraverso la ragione ma grazie alla consapevolezza del sentimento di appartenenza e quindi grazie ad una educazione alla politica della tradizione.

La politica potrà essere salvata, oggi più che mai, da una attenta riflessione sull’orizzonte di senso che ci proviene dalla filosofia dell’essere. Insomma una strategia di un pre – politico che la dice lunga anche su una progettualità politica molto amata da Burke, che mira, in fondo, alla ricerca degli esiti fondanti non del dire della politica ma dell’essere stesso della politica. Mi pare più che appropriata, in questa attuale fase politica, la distinzione tra partito e fazione. Da questo punto di vista tutta la riflessione su Burke è di estrema attualità. Soprattutto in un processo di revisione globale che coinvolge il monopolio delle ideologie e soprattutto ancora perché gli scismi tra il post e l’anti comunismo non possono che avere una sede di dibattito serio se non partendo dal post – Illuminismo e dalla stagione del “terrore”.

Il terrore per Kierkegaard è ben altro. Scrive: “Nessuna passione, come la paura, priva con tanta efficacia la mente di tutto il suo potere di agire e di ragionare”. Ma è tutto dentro la dimensione esistenziale. In quella dimensione in cui non ci sono le folle. Ma c’è appunto il cuore singolo. L’anima.  Ovvero ritornando al sublime: “Ciò che è terribile, o che agisce in modo analogo al terrore, è una fonte di Sublime, ossia è ciò che produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire”.

Ma il sentimento del destino è una componente affascinante che centralizza l’uomo nel tempo. Appunto al di là dell’ideologia o dei potere come obiettivo. In un passo di “Ricorso dai nuovi agli antichi Whigs di Burke” si legge: “Non è necessario insegnare agli uomini ad essere assetati di potere. E’ invece molto adeguato che attraverso l’istruzione morale si insegni loro quanto dovrebbe poi essere tramutato in legge dalle costituzioni civili, e cioè a porre molti freni allo smodato desiderio di potere”.

Questo concetto in questo nostro tempo di spaesati viaggi e di disorientati futuri è chiaramente un disegno di una geografia che conosciamo bene. Di “difficile e cruciale problema” parla Burke. Ha ragione. Un precorritore. Ci servirà il suo insegnamento proprio in questa stagione politica le cui contraddizioni sono palpabili: tra etica, morale, intelligenza, capacità, impegno e che altro? Ma dovremmo avere anche il coraggio di testimoniarlo nei vari contesti della politica.

La crisi della ragione non è soltanto un fenomeno filosofico e basta. Ha una sua ossatura politica che è stata ben strutturata all’interno di quelle filosofie del cosiddetto “progresso” che non possono essere scisse dalla devastante deflagrazione della facile mitizzazione del rivoluzionarismo che ha defenestrato la religiosità dell’uomo. Diritto e ragione sono i pilastri di una politica post ideologica. Burke resta un riferimento nel recupero dell’umanesimo della tradizione anche in un tempo in cui dominava la Ragione dell’Illuminismo.

È certo che in Burke che in Kierkegaard il “nemico” resta la Ragione. Per Burke è il contratto sociale di Rousseau. Per Kierkegaard resta l’inspiegabile contraddizione di Hegel tra la tesi l’antitesi e la sintesi. Sono filosofi in cui la spiritualità non diventa fenomenologia bensi metafisica.  Quindi sentimento. In tale “rappresentazione” è comunque il tragico che assume una valenza fondamentale. Certo tra di loro c’è Schopenhauer. Poi,  dopo Kierkegaard, arriverà Nietzsche. Il problema si complica. Il dubbio resta centrale. Ma la filosofia abita coerentemente l’isola del dubbio oltre la Ragione.

Pierfranco Bruni

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