AgenPress. Nelle ultime ore abbiamo assistito alla diffusione capillare di una notizia che ha giustamente suscitato sgomento e indignazione: il fermo di un giovane appartenente alla comunità Ebraica di Roma per i fatti accaduti il giorno del 25 aprile a Roma.
L’Unione Giovani Ebrei d’Italia condanna con fermezza quanto accaduto, che è da considerarsi grave e inaccettabile. Non esistono contesti che possano ridimensionare la responsabilità individuale e la gravità di un gesto violento, anche quando non letale.
Allo stesso modo è importante sottolineare che non esiste alcun legame tra questo episodio e la comunità ebraica italiana. La dissociazione è stata immediata, trasversale e inequivocabile.
Eppure, accanto alla legittima condanna, si sta facendo strada il meccanismo pericoloso della generalizzazione.
Questo passaggio non è solo scorretto: è profondamente dannoso. Attribuire a una collettività la responsabilità di un gesto individuale significa alimentare una narrazione distorta, che non aiuta a comprendere la realtà ma contribuisce ad avvelenare ulteriormente il dibattito pubblico. Significa sostituire l’analisi con la semplificazione, la responsabilità personale con il pregiudizio.
La comunità ebraica italiana, nelle sue molteplici espressioni, non solo è estranea a quanto accaduto, ma ne è parte lesa nel momento in cui viene chiamata, anche implicitamente, a risponderne. Condannare un gesto è doveroso. Trasformarlo in un pretesto per colpire un’intera identità collettiva è un errore che non possiamo permetterci. Soprattutto oggi.
