AgenPress. Ci sono notti nella vita che cercano radici. Il vento soffia oltre la storia. Dichiarato che gli pensano. Non solo guardano. Gli occhi pensano. Nelle notti ci sono vissuti. Ma nella città di Pavese il buio quella notte non ha segni di luce. Allora. Torino, fine agosto. La città è una conchiglia rovesciata: dentro, il mare si è ritirato e resta il sale. L’albergo Roma ha corridoi lunghi come esili. Al terzo piano, la stanza 318. Le persiane sono chiuse, ma la notte entra lo stesso. Entra dalle fessure, dalle crepe del soffitto, dagli spigoli del comodino. È una notte senza orologio. Cesare Pavese non dorme. Non da giorni. Ha sul petto il peso di tutte le colline, e le colline, si sa, non perdonano.
Sul tavolo “Dialoghi con Leucò”. Accanto, le bozze di “Fuoco grande”, il romanzo scritto a due mani con Bianca Garufi, che uscirà quando lui non ci sarà più. E le lettere. Mazzi di lettere legate con lo spago, anni di parole che non hanno salvato nessuno, ma che hanno tenuto in vita il dialogo. Perché Pavese non ha mai smesso di dialogare con Bianca. Neanche quando lei era a Roma, a Messina, in Sicilia. Neanche ora che la stanza è vuota. Eppure, qualche notte prima di quella che i giornali chiameranno “fine”, Bianca arriva. Non bussa. Entra come entrano i miti: senza rumore, perché sono già dentro. Si siede sulla sponda del letto. Ha l’odore di salsedine e di libri greci. Lui non si volta subito. Prima ascolta il respiro. Poi dice: “Sei tu, Leucò?”.
Bianca sorride. Non è Leucò, ma conosce Leucò. L’ha tradotta con lui, riga per riga, nel tempo in cui tradurre era un modo di amarsi senza dirlo. “Parliamo di grecità, Cesare. Ancora una volta. Come quella sera a Roma, quando mi dicesti che i greci avevano inventato la tragedia perché non avevano il perdono.” Pavese si alza. Va alla finestra. Non la apre. Guarda il buio come si guarda un verso non riuscito. “I greci, Bianca. I greci non consolano. Ecco perché torno sempre da loro. Non c’è redenzione nel mito. C’è destino. C’è moira. Edipo non si salva. Antigone non si salva. Leucò parla, ma parla dal fondo del mare. La grecità è la grande ferita che resta aperta. E noi, moderni, mettiamo cerotti. La psicoanalisi, il progresso, l’amore. Ma la ferita sanguina. E il sangue è bello. È l’unico inchiostro che non sbiadisce.”
Bianca sfoglia “Dialoghi con Leucò”. Legge piano: “L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”. Poi chiude il libro.
“E tu, Cesare, che ricordo vuoi lasciare? Quello del vizio assurdo?”. Lui tace. La parola vizio assurdo è un sasso nello stagno. Fa cerchi. I cerchi arrivano fino al mare di Brancaleone, fino alle Langhe, fino a Constance, fino a lei. “Volevo lasciare il lavoro. Solo il lavoro. I libri. Il resto è fumo. Ma il lavoro, senza un focolare, a chi lo consegni? I greci lo sapevano: si scrive per i morti. Noi scriviamo per i vivi, e i vivi non leggono. O leggono male. Ecco la nostra tragedia: non abbiamo dèi, e fingiamo di essere dèi di noi stessi.”
La notte si fa più densa. Fuori, un tram fischia su via Roma. Dentro, il mito prende voce. Bianca ha con sé “Fuoco grande”. Lo apre a caso. “Lo abbiamo scritto insieme, ricordi? Giovanni e Silvia. L’incesto, la Sicilia, il fuoco che distrugge perché non sa creare. Anche quello è mito, Cesare. Mito senza dèi. Mito borghese. Mito che si consuma in una casa, non sull’Olimpo.” Pavese annuisce. Prende la sigaretta, non l’accende. “Il mito è sempre ritorno, Bianca. Ma non è ritorno a casa. È ritorno al bivio. Ulisse torna a Itaca e trova i proci. Io torno alle Langhe e trovo l’infanzia morta. Tu torni in Sicilia e trovi il fuoco. Il mito non consola: ripete. Per questo l’ho amato. Perché ripete la ferita. E ripetere la ferita è l’unico modo di abitarla senza impazzire. O impazzendo con metodo.”
Bianca si avvicina. Gli sfiora la mano. È fredda. “Nei Dialoghi fai parlare gli dèi come uomini stanchi. E gli uomini come dèi che hanno perso la memoria. È questo che intendevi? Che siamo tutti esiliati dall’Olimpo, e fingiamo che la pianura sia casa?”. “Esatto. Siamo dèi caduti. E la caduta è la nostra unica immortalità. I greci lo sapevano: Prometeo è incatenato, ma il fegato gli ricresce. Soffrire è ricrescere. Noi moderni vogliamo anestesia. E l’anestesia è la vera morte. Per questo ho scritto Leucò: per togliere l’anestesia. Anche a me. Soprattutto a me.”.
Sul comodino, le lettere. Anni di carta. 1942, 1943, 1945. Lei a Roma, lui a Torino. Lei in analisi, lui in trincea con i libri. “Mi scrivevi di Jung, di archetipi, di Kore. Io ti rispondevo con Pavese, con la terra, con la fatica di essere adulti”, dice Bianca. “Le lettere erano il nostro mito privato. Epistole tra due esiliati. Tu dal tuo vizio assurdo, io dalla mia Sicilia.” Lui prende una lettera a caso. La calligrafia di lei è netta, greca. “Mi dicevi: ‘Bisogna amare la vita come si ama una donna difficile’. Io ho amato donne difficili, Bianca. Tutte. Te, Constance, le altre. Ma la vita no. La vita non l’ho mai amata. L’ho studiata. Come si studia il greco: per tradurlo, non per parlarlo. E un giorno ti accorgi che hai passato l’esistenza a tradurre, e non hai mai detto una parola tua.”
Bianca lo guarda. Nei suoi occhi c’è il Mediterraneo, c’è il mito, c’è la psicoanalisi e c’è la pietà. “La parola tua l’hai detta, Cesare. È nei Dialoghi. È in Fuoco grande. È nelle poesie. ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’. Quello è tuo. Nessun greco l’ha scritto prima.” Lui sorride. È un sorriso stanco, da statua. “Sì. Ma gli occhi della morte sono i miei. Non è profezia: è specchio. I greci non avevano specchi. Avevano il mare. E nel mare vedevano il destino. Io ho avuto solo specchi. E nei specchi ho visto solo me. Ecco perché torno al mito: per uscire dallo specchio. Per annegare nel mare.”
L’alba di Torino è un lenzuolo sporco. Bianca si alza. Non dice addio. Nel mito non ci sono addii: ci sono trasformazioni. “Andiamo, Cesare. Andiamo a camminare tra le Langhe. Lì gli dèi parlano ancora, se sai ascoltare. Lì la grecità non è libro: è zolla.” Lui non risponde. Prende “Dialoghi con Leucò”, lo tiene sul petto. Leucò è la ninfa, è l’oceano, è la parola che viene dal fondo.
“I greci sapevano che non si torna. Che il ritorno è un’altra forma di esilio. Ulisse torna, ma non riconosce nessuno. Io non tornerò. Resterò qui, nel dialogo. Il dialogo è l’unico focolare che non si spegne.”
Bianca esce dalla stanza. Non dalla memoria. Perché Bianca, per Pavese, è stata sempre grecità: misura, intelligenza, destino. È stata mito: non donna, ma figura. È stata lettera: non corpo, ma voce. Resta il buio. Resta il libro. Resta la frase che lui scriverà tra poco sul frontespizio di “Dialoghi con Leucò”, come un testamento: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.” Non è addio. È congedo alla maniera greca: senza consolazione, con dignità. La tragedia non prevede applausi. Prevede silenzio. E il silenzio, alla fine, è l’unico dio che Pavese ha sempre riconosciuto.
La stanza 318 è vuota. Ma nelle Langhe, in quel momento, una vigna si muove. E nel mare di Sicilia, Leucò parla.
“L’uomo mortale non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia.” Cesare ha lasciato il ricordo. Bianca lo custodisce. Noi leggiamo. E leggendo, abitiamo il mito. Ancora una volta. Senza salvezza. Con bellezza. La bellezza è travolgente. Travolge. Si intreccia con eros. Ma anche con il naufragio e la morte. Nel mito si rivive perché Pavese abita la geografia del mito. Nel mito gli dèi. Bianca è un tracciato tragico nel mito. Pavese lo sapeva.
Allora? Gli echi sono mare di onde. Le onde portano voci. I tramonti raccolgono il gorgo muto.
Pierfranco Bruni
