Nella Capitale il sistema per il riconoscimento della protezione internazionale appare cronicamente paralizzato e vessatorio, facendo scivolare sempre più migranti nell’emarginazione abitativa e sanitaria. La denuncia del 21° Rapporto dell’“Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio”.
Presentazione il 24 giugno al Teatro Rossini
AgenPress. A Roma il sistema d’asilo “sta scivolando in una paralisi cronica”: un vero e proprio abisso burocratico nel quale l’Ufficio immigrazione della Questura e la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale si distinguono per una “condotta omissiva e impenetrabile” che ostacola gravemente l’esercizio dei diritti dei migranti.
È una delle denunce più nette contenute nel 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS e dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, che sarà presentato il prossimo 24 giugno alle ore 16.00 presso il Teatro Rossini (qui il programma).
Una denuncia ancora più grave se si considera che proprio nella Capitale si concentra il numero più elevato di richieste di protezione internazionale del Paese. Il contributo dedicato da A Buon diritto al tema parte da una premessa semplice: secondo la normativa italiana lo status di richiedente asilo si acquisisce nel momento in cui una persona manifesta la volontà di chiedere protezione, indipendentemente dalla formalizzazione della domanda, e l’accesso alla procedura dovrebbe essere garantito senza ritardi. La realtà, invece, è che per esercitare questo diritto i richiedenti asilo devono affrontare una seconda estenuante “traversata” di terra fatta di pratiche vessatorie, tempi volutamente dilatati e procedure spesso incomprensibili. Una via crucis in 10 tappe:
- L’Ufficio immigrazione riceve solo 20 persone al giorno e, diversamente da altre città italiane, non dispone di un sistema di prenotazione online; il Tribunale di Roma ha censurato più volte questa prassi di contingentamento, nulla è cambiato.
- Gli interessati sono così obbligati a stazionare per giorni consecutivi sui marciapiedi davanti agli uffici, spesso in condizioni climatiche difficili, alimentando il mercato nero delle file e fenomeni di sfruttamento ormai tristemente noti.
- Chi riesce finalmente ad accedere e a manifestare la propria volontà di chiedere asilo riceve generalmente solo un appuntamento differito per il fotosegnalamento e il rilascio del cedolino, seguito da un’ulteriore convocazione per la formalizzazione della domanda.
- Anche il fotosegnalamento presenta notevoli criticità: la prassi è infatti di convocare il richiedente non presso lo stesso Ufficio, ma in commissariati periferici situati a Ostia, Tivoli o persino Civitavecchia, con un preavviso che può limitarsi a un solo giorno. Chi non riesce a presentarsi deve ripartire dal via, “reiterando” la domanda con gravose conseguenze procedurali.
- Prima della formalizzazione della richiesta, quindi, possono trascorrere diversi mesi, una “zona d’ombra giuridica” nella quale i richiedenti rimangono privi di un titolo valido e non possono accedere all’accoglienza, al lavoro, alle cure mediche o alla formazione.
- Una volta formalizzata la richiesta viene rilasciato un “attestato nominativo” che non riporta chiaramente una data di scadenza, rendendo spesso impossibile per il richiedente aprire un conto bancario, firmare un contratto di lavoro o iscriversi all’anagrafe.
- Tra la manifestazione della volontà di chiedere asilo e il rilascio del permesso di soggiorno possono così trascorrere complessivamente fino a tre o quattro anni (durata destinata ad allungarsi ulteriormente con le nuove procedure introdotte dal recente “Decreto Paesi sicuri”, che lasceranno indietro le pratiche di asilo “ordinarie”).
- A ciò fa da cornice il carattere “impenetrabile” del sistema: l’Ufficio immigrazione ha eliminato qualsiasi contatto diretto con l’utenza e per ogni necessità (dalla verifica dello stato della pratica alla richiesta di un appuntamento) si può comunicare solo via Pec. Una “barriera tecnologica” (digital gap) che di fatto incoraggia l’inerzia e la discrezionalità degli uffici pubblici.
- Inoltre si corre il rischio di essere considerati irreperibili solo perché, pur avendo comunicato via Pec la propria nuova residenza, la Questura “frequentemente” non registra l’aggiornamento e continua ad inviare le comunicazioni al vecchio indirizzo. E anche chi perde una convocazione deve ricominciare da capo.
- Tempi così dilatati richiederebbero, nel frattempo, l’accesso a una rete di accoglienza (Cas e Sai) in grado di garantire condizioni di vita dignitose; accesso che però i richiedenti asilo, anche i più vulnerabili, spesso non riescono ad avere a causa di un “sistema perennemente saturo”.
La trappola della protezione speciale cancellata
A queste deviazioni si aggiungono, dopo l’entrata in vigore del “Decreto Cutro” (Dl n. 20/2023), le crescenti difficoltà nell’ottenere o rinnovare la protezione speciale, riconosciuta ai cittadini stranieri che, pur non avendo i requisiti per ottenere la protezione internazionale, non possono essere rimpatriati perché a rischio di persecuzione, tortura o trattamenti inumani e degradanti. Il decreto ha ridotto significativamente i presupposti per il rilascio del permesso, tra cui la valutazione dei legami familiari e del percorso di integrazione costruito in Italia, ha limitato le possibilità di rinnovo ed eliminato la convertibilità in permesso per lavoro. Nella pratica, gran parte dei titolari di questo permesso rischiano di restare “intrappolati in uno status precario” e di cadere nel circuito della marginalità, nonostante i legami sociali e lavorativi intessuti spesso in anni di permanenza in Italia.
In crescita le persone migranti senza una dimora stabile o adeguata
Forse non è allora un caso che nel Lazio si concentri quasi il 27% delle oltre 100mila persone senza fissa dimora o in marginalità abitativa registrate nelle anagrafi comunali italiane (+4,6% rispetto al 2021); che 4 su 10 di queste persone siano straniere, con una netta prevalenza di africani; e che, a livello regionale, la quasi totalità si trovi a Roma: 25mila persone iscritte all’anagrafe presso una via virtuale, con una incidenza di stranieri (giovani) ben oltre il 60%. Numeri di altra scala, ma più allarmanti, riguardano gli homeless deceduti, la cui incidenza più alta in rapporto alla popolazione riguarda ancora il Lazio: 59 nel 2025 (+9 rispetto all’anno prima); 48 morti sono stati registrati in provincia di Roma e l’80% dei casi ha riguardato cittadini stranieri.
Anche tra i migranti in transito (area della Stazione Tiburtina) o che vivono nelle periferie più fragili (Bastogi e Idroscalo di Ostia), la precarietà indotta dalla burocrazia contribuisce ad aggravarne le condizioni di vulnerabilità. In questi contesti la clinica mobile di Medu evidenzia come la marginalità sociale e abitativa sia causa primaria del mancato accesso ai servizi sanitari. Nel 2025 l’associazione ha realizzato 569 interventi nell’area della Stazione Tiburtina verso 303 persone, generalmente giovani uomini provenienti da Africa sub-sahariana e Corno d’Africa: metà di essi si dichiara “in transito”, ma un 30% vive in Italia da più di 3 anni. Anche tra di essi 6 su 10 dormono per strada, la quasi totalità non ha un medico di riferimento e non utilizza i servizi sanitari, due terzi sono privi di un documento sanitario.
