AgenPress. Il Mito e gli Archetipi. Si riparla con molta frequenza, e da varie parti, di una riscoperta di riferimenti mitici. Ma più che una riscoperta è soprattutto una riproposta che interessa la storia della cultura e la storia dell’uomo. L’uomo come riaffermazione di una antica identità.
Nella cultura della tradizione non è da oggi che ci sono autori – riferimento con i quali ci siamo costantemente confrontati.
Autori come Vico, come Guénon, come Jünger, come Jung, come Mann, come Eliade, non da oggi, ma da sempre, sono nella nostra tradizione. Sono solo pochi nomi, che citiamo per caso, che arricchiscono un viaggio dove il mito è ritrovare ciò che siamo stati prima di essere o prima di ritornare ad essere nel Tempo. Il ritorno al mito è tentare, soprattutto in una stagione di perdite e di continue lacerazioni, di riconquistare una primordialità.
Diceva Guénon in: La crisi del mondo moderno”: «Lo spirito tradizionale non può morire, perché nella sua essenza è superiore alla morte e al mutamento; esso può però ritirarsi interamente dal mondo esterno e allora sarà veramente la ‘fine di un mondo’». Guénon è certamente un grande interprete.
Nella riscoperta di una identità mitica (la crisi del romanzo contemporaneo ha avvertito notevolmente una perdita di identità mitica) c’è una riproposta letteraria. La letteratura, attraverso il mistero, attraverso i riti, i luoghi, i paesaggi, i Tempi, porta sullo scenario quella tradizione mitica di cui parla Guénon.
Un interprete di questa riaffermazione è Elémire Zolla. “I letterati e lo sciamano” di Elémire Zolla ci proietta in una atmosfera mitica il cui centro di riferimento è la cultura arcaica come sintesi di un processo quasi iniziatico. Gli Indiani, Nativi d’America, nella loro storia attraverso i riti e una cultura che non dimentica il sacrificio, la solitudine, il dolore. Zolla considera il loro viaggio. La disputa è tra tradizione e progresso. Zolla, si sa, va verso la tradizione e va verso la sacralità della tradizione.
Ancora in Zolla: «La storia delle tante immagini dell’Indiano che via appaiono nella letteratura americana mostra una prospettiva abbastanza strana di opere e d’autori ma altresì insegna i (semplici) mezzi stilistici con i quali si suole agevolare il genocidio. Insegna che criminale, colpevole dell’eccidio, è stata l’idea del progresso, che per sua natura vuole l’eliminazione di ciò che si decreti invecchiato, sorpassato, attardato, nostalgico e reprime l’amore, congeniale all’uomo, della patina delicata e sapiente che il tempo depone sulle cose». Più che una denuncia è una sfida. Si legge ancora: «L’idea del progresso ha giustificato, promosso (e rimosso dalla coscienza) l’eccidio, che fu ora fisico ora spirituale, a seconda dell’occasione. Ha anche riatteggiato come le conveniva l’immagine dell’Indiano, quando non ha inibito la visione» (Elémire Zolla). Delinea così un singolare viaggio all’interno delle civiltà. Il popolo degli Indiani fedeli allo spirito della tradizione vive nella perdita e nell’attesa il proprio esilio.
La letteratura indiana canta questo sfuggente amore verso la riaffermazione di un valore, che è quello dell’appartenenza ad una terra e ad una tradizione, nella quale la vita, la sua quotidianità, si incontra con i riti. È proprio in questo percorso che la memoria diventa, in Zolla, segno archetipale.
Tra i luoghi e i riti c’è il Paesaggio della grande Memoria che incontra il Tempo e il Mistero. La letteratura è religione all’interno del viaggio. Gli archetipi ci indicano il percorso sul quale l’uomo traccia la sua identità. Di identità si tratta. La poesia è avventura nel Tempo – Amore. Non può esserci poesia senza il segno di una indicazione mitica. La poesia è avventura nel Tempo – Amore – Destino. Sul ritmo di questo tracciato incontriamo i miti. Il mito si serve della metafisica. Il mito ha bisogno di significati. Elémire Zolla parla di corrispondenze tra «la metafisica e la mitologia». Parla di «luogo metafisico». Attraverso questo uogo il segno che ci induce a comprendere il tempo del viaggio è il ritorno. L’uscita dal labirinto e il rimpossessamento del focolare (secondo l’immagine forte di Mircea Eliade) non è soltanto una metafora del viaggio. È una metafisica nel tempo. È una metafisica che incontra il mito del ritorno. I luoghi e i riti sono il paesaggio liturgico che ci porta al ritorno. Il ritorno è già il senso della compiutezza del destino.
La letteratura che incontra il mistero è parola (ritorniamo a Zolla) che varcando il cerchio magico ritrova il «grembo e la culla». La nostalgia è nel Paesaggio. Le civiltà si inseguono attraverso il senso del ritorno. Non possono dimenticare. Quindi non possono fare a meno della nostalgia perché hanno bisogno del Ricordo.
Per restare soltanto alla letteratura contemporanea. Mann vive nel pozzo della memoria la sua avventura più affascinante. Pavese tenta di imporsi al destino attraverso il mito. Jung cerca nel simbolo la riaffermazione di una identità primordiale. Guénon traccia il mito e il destino. E la poesia si fa «Montagna Cosmica». La poesia conduce al Grande Paesaggio. C’è un tragitto nel quale la lontananza si fa memoria. Ma tra la poesia e la memoria il tassello che ricostruisce il mosaico è rappresentato dalla profezia.
Ecco cosa dice Zolla in “Aure”: «Profezia e poesia sono affini: che altro avviene in un poeta se non costellarsi di coincidenze, per cui un tema evoca un ritmo, un metro, e poi convoca frasi, fa cadere accenti e rime al posto inevitabile? Fa ammirare una poesia ciò che nella vita fa trasecolare alle coincidenze. L’artista è semplicemente un artigiano cui capitano sincronismi sul lavoro. Ma ogni amore, ogni fortunata o eroica impresa evocano sincronismi. Scrivere un racconto o un saggio è bello se la redazione avviene per coincidenze: la battuta colta al mercato risolve un viluppo narrativo, un libro cade per terra e aprendosi mostra la citazione che sigilla una pagina. Una vita, un’opera prive di queste combinazioni scorrono via desolate e spente».
Il fascino del mistero ci coinvolge profondamente. Non può esserci realizzazione artistica senza questo atto. La metafora di Zolla non è semplicemente una rappresentazione di un dato. È l’accostarsi al mistero della creazione. La creazione senza mistero è solitudine che incontra il deserto. La solitudine è anche riappacificazione. Quando questa vive il sogno, la grazia incontra la pagina nella magia. Un rito che resiste. Un rito che ritrova in tutti i gesti il segno della primordialità.
Zolla ridefinisce il luogo e lo spazio del poeta e della sacralità. È uno dei punti alti della sua ricerca e della sua individuazione letteraria-simbolica. C’è ancora il poeta. Il poeta vive il suo ruolo e si riappropria di un destino nel quale nuovamente i luoghi e i riti sono paesaggio all’interno di una sacralità che colora il tempo e la vita.
Ma nel tempo e nella vita si riscoprono gli archetipi e il poeta esce dalla veglia per ricompattarsi con il sogno. Il poeta gioca con il sonno e trova nel sogno la sua identità o la sua iniziazione. Dio o il perduto. Il sogno o la rinascita. «Il poeta si spinge fino all’originarietà dell’essere, perciò di solito non ci offre formule concettuali, ma ci distrae introducendoci in un labirinto di relazioni simmetriche, non per il solo piacere estetico di percorrerlo, ma perché una mente meditativa non può credere che la verità si possa dire in una lingua lineare, ordinaria, secca, e inerte, per logica che essa sia. Questa inadeguatezza del linguaggio discorsivo a cogliere la delicata verità, spesso induce allo scetticismo, al disprezzo della conoscenza, mentre per il poeta è uno sprone a mettere in gioco tutte le potenze dell’anima e del cosmo, perfino la forza del silenzio, per esprimere ciò che è concettualmente ineffabile, provocando un coinvolgimento totale, non soltanto della coscienza, ma anche dell’inconscio; oltre alla logica binaria anche il pensiero simmetrico deve entrare nel gioco, sperando, scommettendo che le forze cosmiche compenseranno le imperfezioni della mente, spezzandone i limiti storici, portandone allo scoperto i tropismi imponderabili e i sogni stessi, fino ai limiti del sonno profondo, all’assoluto silenzio da cui tutto nasce» (Elémire Zolla, “Archetipi”.
La rinascita è in questo «assoluto silenzio da cui tutto nasce». La poesia è in questo atto di incantesimo. Ritrov a proprio qui la sua unitarietà. Il linguaggio è conquista. È conquista che attraversa la perdita e si impossessa della magia del ritorno. La parola è sempre ritorno. Il poeta è un viaggiatore che ritorna o che continuamente si ritrova e non ha paura perché è già destino e solitudine.
«Il poeta, sempre in quest’ultimo testo di Zolla,in genere sta sul confine tra la veglia e il sogno ed è perciò esente dalle paure, dai terrori che il loro sfiorarsi di solito produce». I luoghi e i riti sono per il poeta il viaggio mai interrotto ma mai ritrovato del tutto. E cammina lungo questo tracciato sapendo che la parola è incontro ma anche solitudine. Sapendo che in questo incontro l’anima è il tempo percorso e da ripercorrere. Ci sono assenze e silenzi. Ma la speranza non è un traguardo. È soltanto un altro segno. È la salvezza che continua a restare come una luce nel Grande Paesaggio in cui la Promessa è un sogno ma non il nulla, è il silenzio ma è anche il sacrificio e la tragedia. La metafisica e il mito non sono una risposta. Sono il Silenzio e gli Archetipi che ritroviamo o ci ritrovano.
Pierfranco Bruni
