La bellezza cadendo può distruggere e distruggersi. Pascoli sul filo della filosofia indiana e la tragica assenza

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AgenPress. È pur vero che la bellezza svanendo dal volto può distruggersi e diventare specchio in frantumi? Cade. Si distrugge. Distruggendosi distrugge tutto? C’è un mondo arabo e indiano che recita il tragico dell’assenza nel volto di ognuno di noi. L’assenza e il tragico. C’è nella vita di ognuno di noi un passaggio inevitabile che “intrappola” la nostra identità sia sul piano delle emozioni nella esistenza dei nostri camminamenti sia sui tracciati letterari. Il viaggio tra le pieghe dell’esistenza e quello nella letteratura ha una verifica che si presenta con le sue valenze antropologiche. Questo inevitabile passaggio, che è fatto di anni di riflessioni, di studio, di verifiche, vive di contraddizioni.

Ci sono contraddizioni nel vissuto umano e contraddizione nelle intermittenze letterarie. Le prime appartengono al buio e alla luce e l’ombra oscura diventa sempre aurora penetrante. Un insegnamento che continua a vibrare grazie a presenze importanti che continuano come Maria Zambrano, Simone Weil, Andreas Salomé accanto agli autori poeti – filosofi che mi hanno impastato tra la sabbia e il mare. Le seconde filtrano i nostri sguardi sul mondo delle esperienze, delle conoscenze, della storia superata.

Ebbene, io ho attraversato e attraverso le prime e ho vissuto le altre. La storia che non è più storia ha un suo destino nella poesia. La poesia non può avere storia e non può affidarsi alla storia ma ha la sua alchimia, il suo mistero, il suo deserto nei segreti che portano al cielo stellato. Ma i simboli segnano sempre il cammino. Forse anche per questo ho riscoperto un Giovanni Pascoli che non apparteneva ai segreti della vita letteratura che è stata da me condivisa.

Ho riscoperto un Pascoli dell’aurora perché soltanto i segni possono dare fili di stelle che ci camminano dentro. Leopardi ci ha insegnato che tutto il resto è noia. Soprattutto quando si ha il coraggio di ridere. E già: “… chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire” (il mio Leopardi dello “Zibaldone”, nota del 23 settembre 1828).

Ma senza Leopardi il Pascoli “bucolico” si sarebbe trasformato nel Pascoli esoterico, alchemico, omerico? Avrebbe intuito che il “fanciullino” resta quel “puer aeternus” molto caro a James Hillman? Avrebbe sottolineato il coraggio di spezzare il velo della tradizione omerica con l’immagine splendente di Calipso? Ma la Calipso di Pascoli vive sì di immortalità ma anche di “ricordanze” e ha lo sguardo di una Nerina nell’intreccio tra il nido e la siepe.

La Calipso di Pascoli nell’immortalità che offre ad Odisseo trova le piaghe della Teresa di Foscolo nella sera che abbraccia la sensualità del dubbio e la serenità della perdita della verità. Questo Pascoli che mi tormenta e che mi ruba il sogno di un San Lorenzo che si ritaglia nelle estati di morte è fatto di “mirabili visioni” proprio nel momento in cui la parola cerca di rendersi rappresentazione. Ed è qui che il tutto non si ritrova più.

La malattia mortale kierkegaardiana non è il mistero soltanto e neppure la caduta nel regno dei morti con la perdita del padre. È il riconoscimento di un Dante al quale non attribuisce gli schemi della tradizione. Ma è come se imbrogliasse le carte e il segno della rivelazione diventa una visione escatologica della vita che resta nel tempo allontanando la storia. Beatrice è sapienza certamente ma è anche la profezia della grazia nella ricerca profetica che ha come riferimento Virgilio.

Tra la grazia e la ricerca Pascoli scende negli inferi per cercare il padre, ovvero per ricercare il padre – io e altro da sé. E questa ricerca la si abita perché è una ricerca di vita dentro la morte dell’infanzia – giovinezza.

La morte del padre significa la rottura del tempo – storia e il vivere nel luogo della nostalgia – naufragio. Pascoli è il naufrago. Appunto l’Ulisse che abbandona Itaca per disperdersi nella esasperazione di un amore impareggiabile. Il suo inseguire Dante per le strade dei simboli ha la ragione del sentimento proprio nei suoi scritti dedicati alla “Commedia”.

La “Minerva oscura”, ovvero il buio. “Sotto il velame”, ovvero il velo”. “ La Mirabile Visione ”, ovvero la visione. Il tutto è nel gioco dell’immaginario che diventa la vera Immagine del tempo oltre la storia.

Nel superamento della storia c’è l’Oriente che ha una voce piana ma incisiva. Già nei “Canti di Castelvecchio” nei versi di “Addio” la presenza araba è ben sottolineata. “Volerete sopra le mimose/della Khala, dentro le ulivete/del solingo Achilleo di Corfù”. Il termine “Khala” è chiaramente arabo e sta a significare le steppe composte da spinose piante”.

Tutta la poesia ha un suono orientale e omerico in cui le lingue si intrecciano sino a paragonare il mondo gitano al vagare delle rondini. Molto bello il verso “nella vostra lingua di gitane”. Ma anche nella tradizionale “La cavalla storna” il senso rituale ha un unciso magico come magica è l’immagine del cavallo nella proiezione metaforica dell’Achille omerico.

Siamo in quella temperie dei “Conviviali” che ha ritmo e verseggiare in cui l’Occidente si definisce non solo in termini poetici nella “visione” di un Oriente sia greco che arabo. Sino a toccare le sponde del linguaggio dell’ “Ultimo viaggio” nel quale c’è certamente Omero ma c’è anche Dante.

I rimandi sono preziosi e Pascoli lavora attraverso i rimandi e sa gestire la sua inquiete e armonica passione per il mare come se portasse, quel mare di Odisseo, l’ultima onda in un sogno che resta, come nei versi di “Alexandros” “l’infinita ombra del Vero” in ondeggiare di vento che trasporta, ecco lo sguardo sempre presente di Dante, le stelle. Quelle stelle che sono vitali nella cultura indiana.

Pascoli da Ovidio, con la conoscenza profonda delle “Metamorfosi” fa albeggiare tutta quella cultura indiana che ha trovato nel commento del linguista e studioso di religioni dell’antica India Michele Kerbaker, nato a Torino nel 1835 e morto a Napoli nel 1914, (e nella traduzione del “Bhagavadgita”, ovvero Canto del Divino, una sommessa religiosità si respira nei versi) un punto di riferimento. Kerbaker traduce e commenta il testo indicano citato nel 1866 e nel 1867 e Pascoli conosceva bene questo modello culturale e lo fa suo proprio sul piano filosofico grazie alla lezione di Hanry Thomas Colebrooke nato a Londra nel 1765 e morto a Calcutta nel 1837, il quale fu un orientalista e tra i primi conoscitori e promotori della lingua sanscrita. Due nomi che hanno accompagnato Pascoli nella conoscenza della cultura Indù che è trasparenza sia nell’approfondire il mondo esoterico di Dante sia nel progetto del plurilinguismo che è parte vibrante nella pagina poetica del Pascoli.

Una delle poesie che permette di portare nel segno magico questa tradizione indiana è “Il naufrago” tratto da “Nuovi Poemetti” del 1909. Il mare, le onde, l’acqua sono elementi greco – latini che però vivono della “pazienza” e saggezza indiana: “Noi siamo onde superbe, onde sommesse./Onde, e non più. L’acqua del mare è tanta!/Siamo in un attimo, e non mai le stesse”.

È il Pascoli che vive la sua dimensione dentro Leopardi ma è anche l’indagatore tra le culture che diventano espressioni antropologiche dentro i linguaggi. D’altronde lo sguardo della nostalgia in Pascoli non è soltanto l’estensione di un segno panico di una infrangibile malinconia. È piuttosto un alchemico viaggio tra un Occidente delle culture classiche e medioevali e un Oriente su fico, alchemico e indiano in cui il mondo arabo è il Mediterraneo che include.

In questo segno c’è la dimensione della bellezza. Se in Leopardi l’infinito è sulla traversata da Silvia a Nerina e nel Foscolo – Ortis la Teresa della passione – rivoluzione è il sangue sparso per un amore sconfitto e in Manzoni la Lucia attratta dal fascino di Rodrigo si spegne nel fatuo modello moralistico di Renzo e in Carducci l’eros mai assopito per Lina lo porta a poeta oltre il cantore dell’amore per il “pio bove” in Pascoli Calipso diventa l’eros che uccide non temendo però il senso del tragico di un Nietzsche che si lascia fatalmente attrarre da Salomé.

Pascoli non legge Beatrice come donna – candore. La propone come donna diletto ma accetta la furbizia della ninfa perché deve fare i conti anche con il mito indiano: fai quello che il cuore ti dice.

Nel poeta indiano Vyasa, citato da Pascoli nel viaggio dentro il fanciullino, è una figura fondamentale proprio nelle prime battute ma questo poeta è l’esempio di una poetica dell’induismo in cui il saggio accetta il naufragio come saggezza rivelante dentro una griglia prettamente mitico – simbolica.

Ma la grecità del Pascoli o la latinità non può essere collocata all’interno di uno schema ottocentesco. Il fanciullino non ha nulla di metodica purezza. Perché non c’è purezza in un Omero, perché il suo io – Ulisse non ha la verità e non è verità ma è necessità e in questa necessità Pascoli trova ciò che Michelstaedter ha trovato nella solitudine come ospite indiscreta di Leopardi.

La solitudine è contemplazione ma anche vigor tragico. Pascoli diventa la sintesi del tragico moderno nel filtro di un Alfieri inquieto e di un Vico risonante nella metafisica dell’anima. E c’è esistenza. Ma l’esistenza è contraddizione perché il riso leopardino, nella sua ironia melanconica, è il deserto di Pavese che trasforma il canto notturno in un canto di morte.

Quale sarà la stella che dovrà sostituire l’oscura Minerva? Pascoli non decide di colloquiare con i morti assenti ma vuole recuperare l’assenza e far perdere alla morte la morte.

Ecco perché c’è la necessità di Odisseo di ritornare ad Itaca e riprende il viaggio verso un nuovo ritorno. La poetica dell’assenza è la frase che taglia il contemplante fanciullino in una non verità che è quella della follia. Werther non è un personaggio del tragico. È il personaggio nella modernità che segna la solitudine nell’agonia della modernità. E in questo Pascoli, come Leopardi ma anche come Foscolo, non baratta la metafora con l’illusione.

L’assenza e la perdita sono indissolubili nel paesaggio dello sguardo smarrito nel volto del tempo che cerca non l’assoluto ma l’assoluzione per continuare a cercare l’assoluto. La letteratura moderna è imbrigliata tra vizi che possono essere assurdi, come direbbe Pavese, ma sono vizi nella salvezza del genere umano che, come i personaggi perduti, chiedono di vivere oltre l’agonia e forse anche al di là del bene e del male.

Se Pascoli ha vissuto la morte del padre come la morte del proprio io Leopardi ha vissuto il destino come l’equilibro della disperante inquietudine.

Il naufrago è la tempesta e il sabato che si cerca è stato trafitto da quei “lampi” che hanno lacerato la storia perché oltre la storia “verranno le “stelle,/le tacite stelle” pascoliane per incontrare il Dante che ci propone “a salire a le stelle” nella consapevolezza che ogni bellezza cadendo può non solo dileguarsi ma anche distruggere e distruggersi.

Ma qui la religione induista spiana il viaggio di Pascoli sino a fargli recitare: “… ritrovando l’alba del mio giorno,/(…) ricantassi sempre il mio ritorno,/mio ritorno dal mondo di là” (così il Pascoli di “Addio!” dei “Canti di Castelvecchio”). Un invito a un viaggio baudeleriano che tocca gli estremi dell’esistere sino a far perdere Ulisse tra le braccia di Calipso. Il tragico e l’assenza nell’intreccio della vita.

Pierfranco Bruni

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