Trump e l’aspirina: “Ne ho bisogno psicologicamente”. Ma 325 mg al giorno non sono una dose innocua

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AgenPress. «Amo l’aspirina, ne ho bisogno psicologicamente». Donald Trump torna a parlare della sua abitudine più longeva, quella di assumere ogni giorno acido acetilsalicilico. Il presidente degli Stati Uniti ha raccontato di prendere una compressa di aspirina da 325 milligrammi al giorno, una dose che utilizza da oltre 25 anni e che, secondo quanto lui stesso ha riferito, gli sarebbe stata associata dai medici alla comparsa dei lividi sulle mani.

Il tema non è soltanto personale. L’affermazione di Trump riporta al centro dell’attenzione una domanda molto più ampia: quanto è davvero utile assumere aspirina ogni giorno per proteggere il cuore e quando, invece, i rischi possono superare i benefici?

Trump ha spiegato più volte la sua scelta con un ragionamento semplice: l’aspirina, a suo dire, renderebbe il sangue più fluido e quindi aiuterebbe a proteggere il cuore.

Dal punto di vista medico, però, il concetto è più complesso. L’acido acetilsalicilico non “diluisce” il sangue: riduce la capacità delle piastrine di aggregarsi, interferendo con la formazione dei coaguli. È proprio questo effetto antiaggregante che può essere prezioso in alcune persone con malattia cardiovascolare, ma che allo stesso tempo aumenta la possibilità di sanguinamenti.

Per questo l’aspirina non può essere considerata una sorta di assicurazione universale contro infarto e ictus. Il dosaggio raccontato da Trump è uno degli aspetti più discussi.

Negli Stati Uniti la cosiddetta low-dose aspirin corrisponde generalmente a 81 mg al giorno. I 325 mg assunti dal presidente sono quindi circa quattro volte superiori.

Le raccomandazioni contemporanee sono molto più prudenti rispetto al passato. Quando l’aspirina è indicata per la prevenzione cardiovascolare, la dose utilizzata è generalmente bassa. La U.S. Preventive Services Task Force indica 81 mg al giorno come dose pratica quando si decide di iniziare la terapia, sottolineando al tempo stesso che l’aspirina non dovrebbe essere iniziata di routine per la prevenzione primaria nelle persone di 60 anni o più.

Questo non significa, naturalmente, che chi assume 325 mg debba autonomamente ridurre o sospendere il farmaco. La dose deve essere valutata dal medico sulla base della storia cardiovascolare, del rischio di sanguinamento e delle altre terapie assunte.

I lividi sulle mani descritti da Trump sono compatibili con l’effetto antiaggregante dell’aspirina. Quando le piastrine sono meno efficienti nel formare il primo “tappo” che arresta un piccolo sanguinamento, anche traumi minimi possono lasciare ecchimosi più evidenti.

Il fenomeno diventa inoltre più frequente con l’avanzare dell’età, quando la pelle e i piccoli vasi sanguigni diventano più fragili.

Ma il livido è soltanto la manifestazione più visibile di un problema più importante: l’aspirina può aumentare il rischio di sanguinamenti gastrointestinali e intracranici. Il rischio cresce con l’età e può essere ulteriormente influenzato da altri farmaci e condizioni cliniche. Qui sta il punto fondamentale.

L’aspirina ha un ruolo consolidato nella prevenzione secondaria, cioè nelle persone che hanno già avuto determinati eventi cardiovascolari, come un infarto o un ictus ischemico, oppure che presentano specifiche condizioni coronariche.

Diverso è il caso della prevenzione primaria, cioè l’assunzione del farmaco da parte di persone che non hanno avuto un evento cardiovascolare e vogliono semplicemente ridurre il rischio futuro.

In questo secondo scenario, le evidenze degli ultimi anni hanno portato a un approccio molto più selettivo. Secondo la USPSTF, negli adulti di 60 anni o più non si dovrebbe iniziare l’aspirina per la prevenzione primaria. Anche nelle fasce di età inferiori la decisione deve essere individualizzata, perché il possibile beneficio cardiovascolare va confrontato con il rischio di sanguinamento.

Il presidente ha spiegato di essere restio a cambiare la propria abitudine anche perché, dopo decenni di assunzione, considera l’aspirina una sorta di protezione personale.

In un’intervista al Wall Street Journal, Trump ha raccontato che i suoi medici preferirebbero una dose più bassa, ma ha ammesso di essere «un po’ superstizioso» rispetto alla terapia che segue da tanti anni.

Il suo caso, però, non può essere trasferito automaticamente alla popolazione generale. Nel caso del presidente esistono infatti valutazioni individuali sul rischio cardiovascolare e sulla sua storia clinica che soltanto i suoi medici possono considerare nel loro complesso.

Il messaggio più importante per chi legge è quindi l’opposto di quello che potrebbe suggerire una semplice battuta presidenziale: non bisogna iniziare a prendere aspirina ogni giorno perché “fa bene al cuore”, né modificare la dose senza parlare con il proprio medico.

La frase di Trump — «ne ho bisogno psicologicamente» — aggiunge al tema un elemento interessante: quello dell’abitudine.

Dopo oltre due decenni, l’aspirina sembra essere diventata per il presidente anche un rituale, qualcosa che associa alla propria idea di protezione cardiovascolare. Ma la medicina non valuta un farmaco sulla base della rassicurazione che produce: valuta il rapporto tra benefici attesi e rischi.

E questo rapporto cambia con l’età, le malattie, i farmaci concomitanti e la storia cardiovascolare.

L’aspirina rimane un farmaco prezioso quando viene utilizzata nelle persone giuste e nelle situazioni appropriate. Ma proprio perché è efficace sulle piastrine, può anche aumentare il rischio di sanguinamento. Non è quindi una compressa innocua e non è una terapia da decidere sulla base dell’abitudine.

Nel caso di Trump, la domanda più interessante non è dunque se l’aspirina “funzioni” in assoluto. È capire se 325 mg al giorno siano ancora la dose più appropriata per lui. E questa è una decisione che, più che alla superstizione o alla consuetudine, dovrebbe spettare alla valutazione clinica dei suoi medici.

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