Nell’ambito di Autunno in Archivio 2026 l’Archivio di Stato di Matera, diretto da Pietro Sannelli, ospita venerdì 30 ottobre 2026 dalle 9.30 alle 12.30 in via Tommaso Stigliani 25 l’incontro Una donna una scrittrice Oriana Fallaci Tra Oriente e Occidente a cura di Pierfranco Bruni. Un’iniziativa del Ministero della Cultura con Direzione Generale Archivi e Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Basilicata
AgenPress. «Non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello». Con queste parole, poste a sigillo del Prologo a Un uomo del 1979, Oriana Fallaci consegna la sua lezione di libertà. Una lezione che non è invito ma comando interiore. Una lezione che oggi, a vent’anni dalla morte avvenuta a Firenze il 15 settembre 2006, brucia ancora come ferita aperta nell’Occidente.
Oriana Fallaci è nata a Firenze il 29 giugno 1929. È stata giornalista perché ha vissuto ciò che ha raccontato. Ha raccontato ciò che ha visto, ciò che ha sofferto, ciò che ha ascoltato nella polvere delle trincee. Nelle sue interviste è passata la storia internazionale di un secolo spezzato, lacerato, dilaniato da ideologie che hanno avuto come scacchiera l’Oriente e l’Occidente, il deserto e il mare, il Mediterraneo e la sua ombra.
Con la civiltà occidentale nel cuore, non ha mai smesso di denunciare un Occidente troppo debole, troppo stanco, troppo relativista per contrastare gli odi. Non ha mai temuto il giudizio secco, tagliente, definitivo. Come accadde per Dario Fo e Franca Rame, in quella intervista rilasciata a Riccardo Mazzoni su Panorama il 21 novembre 2002, dove disse: «In loro non vedevo dignità, ecco. A un certo punto l’amico che con me li guardava alla tv ha sussurrato: Ma lo sai che lui militava nella Repubblica di Salò. Non lo sapevo, no. Come essere umano non mi ha mai interessato. Come giullare, non m’è mai piaciuto. Come autore l’ho sempre bocciato. Così sono rimasta sorpresa, io che parlo sempre di fascisti rossi e di fascisti neri. E mentre lo fissavo sorpresa ho rivisto mio padre che nel 1944 venne torturato proprio da quelli della Repubblica di Salò».
La stessa schiettezza, senza riparo, la riservò ai comunisti, decifrando il loro metodo: «Perché sa su che cosa si basa il metodo bolscevico, anzi stalinista. Nel perseguitare l’avversario attraverso la calunnia e l’oltraggio e la menzogna. Nel diffamarlo, offenderlo, ridicolizzarlo, demonizzarlo. Nell’attribuirgli cose che non ha fatto, cose che non ha detto. Cose che non ha scritto. Infine, nel mandarlo in un gulag o buttarlo dinanzi a un plotone d’esecuzione».
Fu donna controcorrente, proprio perché non volle mai essere corrente. Avendo coraggio, si inoltrò nella realtà islamica, affermando fatti durissimi, tanto da essere messa sotto processo per le sue idee. Dopo La rabbia e l’orgoglio fu rinviata a giudizio in Francia su denuncia del MRAP e in Svizzera e in Italia su denuncia di Adel Smith per vilipendio e incitamento all’odio razziale. Rifiutò di presentarsi. Rifiutò l’ombrello del politicamente corretto. Scrisse su Saddam Hussein: «Un codardo che si nasconde nei bunker mentre il suo popolo muore». Della sinistra che aveva amato e rinnegato scrisse: «Quando ero bambina, i comunisti volevano che i ricchi si vergognassero d’essere ricchi. Sostenevano che la proprietà è un furto. Ora, se non sei ricco, ti sputano addosso. E spesso sono più ricchi dei ricchi di allora. Adorano il lusso e dicono di volersi battere per il superfluo».
Oltre che giornalista è stata vera scrittrice. I suoi libri non sono opere aperte, sono classici da far studiare nelle scuole, perché hanno cucito fisicamente e letterariamente il linguaggio giornalistico con la lingua alta della letteratura. Il suo primo articolo è del 1946 sul Mattino dell’Italia centrale, il suo primo libro è I sette peccati di Hollywood del 1958 con prefazione di Orson Welles. Ma la sua formazione è americana, tanto da introdurre nel 1975 Il richiamo della foresta di Jack London. Dal 1967 al 1990 vive a New York. È corrispondente dall’America, dalla Luna, dalla guerra. Vince il Premiolino, il Bancarella con Niente e così sia nel 1970, il Viareggio con Un uomo nel 1979.
La sua opera attraversa tutto il Novecento come attraversamento di frontiere. Penelope alla guerra nel 1962 è la donna che non attende Ulisse, lascia le mura di Itaca e va a cercare libertà. Nel 1969, dopo un anno in Vietnam, pubblica Niente e così sia. Nel 1975 Lettera a un bambino mai nato, che oggi appare come atto profetico, visione di una maternità che interroga il destino. Nel 1979 Un uomo, nato dall’incontro con Alekos Panagulis, conosciuto ad Atene il 21 agosto 1973, il giorno in cui usciva dal carcere dei colonnelli. Una storia durata tre anni, fino al misterioso incidente stradale del 1 maggio 1976, che Oriana ha sempre denunciato come assassinio politico. Di quel libro lei stessa disse: «Un libro sulla solitudine dell’individuo che rifiuta d’essere catalogato, schematizzato, incasellato dalle mode, dalle ideologie, dalle società, dal Potere».
Nel 1990 arriva Insciallah, nato da una sua spedizione tra le truppe italiane inviate a Beirut nel 1983: «Non di rado infatti sfuggo all’esilio delle scartoffie e non osservato osservo. Ascolto, spio, rubo alla realtà. Poi la correggo, la realtà, la reinvesto, la ricreo». Un filo consistente lega Insciallah agli scritti successivi. Un Medio Oriente che è terra di deserti, di scontri, di sabbie e un Occidente che si affaccia a un Mediterraneo fatto di tanti Mediterranei.
Ne nasce la trilogia finale, che è superamento culturale sia della storia musulmana sia delle eredità mediterranee: La rabbia e l’orgoglio del 2001, ampliamento del lungo articolo apparso sul Corriere della Sera il 29 settembre 2001, La forza della ragione del 2004 e Oriana Fallaci intervista se stessa, L’Apocalisse del 2004. Qui c’è tutta Oriana con la sua schiettezza di occidentale che sa guardare l’Oriente senza mai cadere nella trappola dell’attrazione e del fascino orientale.
Importanti anche i postumi, che sono parte integrante del suo testamento: La paura è un peccato del 2016, Sveglia Occidente. Dispacci dal fronte delle guerre dimenticate del 2021 e La forza della passione. Lettere a Monsignor Fisichella, di prossima pubblicazione.
Oriana si è sempre definita «una atea cristiana». Una formula che è già teologia della cultura. Non credeva, ma sapeva che senza cristianità l’Occidente muore. Rifiutò sempre l’etichetta di femminista, pur avendo scritto Il sesso inutile nel 1959. Fu donna libera, non donna di quota.
Resta centrale, negli ultimi anni, l’incontro privato con Benedetto XVI a Castel Gandolfo il 27 agosto 2005. Tra i temi affrontati: la crisi dell’Occidente e il rapporto tra Ragione e Fede. Oriana disse di lui: «Un Papa col quale mi capita di essere d’accordo in molte occasioni», e ancora: «L’uomo politico contemporaneo più degno di ammirazione e rispetto». Con lui si sentiva meno sola. Fu forse l’antesignana del Discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, che scatenò una tempesta mondiale sul rapporto tra islam, violenza e fede. Tre giorni dopo, il 15 settembre, Oriana ci lasciava.
Oriana Fallaci non è una storia. È la Storia di quasi settant’anni di vita letteraria. Dalla cronaca alla letteratura il suo lascito è aver trasformato l’intervista in genere letterario, il reportage in destino, la parola in passione. La passione della parola in una scrittrice tra confini. L’Oriente e l’Occidente. E le donne che restano impastate nella sabbia del deserto e nelle piramidi delle vetrate dei grattacieli occidentali.
Se l’Italia avesse coraggio, se la scuola avesse coerenza e identità e fortezza, se gli intellettuali ragionassero con l’anima e con le appartenenze geo politiche e non ideologiche, se le università conoscessero la grande storia dell’incontro tra Occidente e Oriente, se i cattolici e la chiesa fossero veri cristiani e non clerico comunisti, dedicherebbero in questi giorni seminari e convegni su una grande donna che si chiama Oriana Fallaci. Proprio in questi giorni di fuoco, di contraddizioni, di schiaffi segnati dal dubbio scavati nel cuore dell’Occidente, Oriana Fallaci resta un riferimento in quella strategia del coraggio che è forza di vita e di idee. Credo che Oriana Fallaci, con i suoi libri, possa e debba diventare un classico per le scuole. Ha vissuto la trincea di questi decenni terribili ed è stata una protagonista fondamentale per il coraggio di ciò che ha scritto e di ciò che ha vissuto.
Una figura imponente che ha accompagnato costantemente i miei anni di università e quelli successivi sino a oggi, sino al suo ultimo libro postumo, con le missive a Monsignor Fisichella. Passate le parole restano le immagini e le immagini fanno la storia.
