In vigore le nuove regole del Garante Privacy sul tracking pixel. Ecco cosa cambia nelle e-mail per utenti e aziende

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AgenPress. È scaduto il 29 ottobre il termine per aziende, piattaforme e newsletter per adeguare informative, consensi e sistemi di revoca alle Linee guida del Garante per la protezione dei dati personali sui tracking pixel nelle e-mail. Un cambiamento importante, che l’associazione Codici rilancia per informare soprattutto i consumatori.

I tracking pixel sono minuscole immagini trasparenti, praticamente invisibili, inserite nelle e-mail per rilevarne l’apertura e raccogliere informazioni sui comportamenti degli utenti. L’immagine non si trova nel messaggio ma su un server remoto, e si attiva quando il programma di posta la scarica. Il mittente può così sapere se, quando e da quale dispositivo l’e-mail è stata aperta, senza che il destinatario se ne accorga.

Le Linee guida applicano ai pixel l’articolo 122 del Codice privacy, che prevede un divieto generalizzato di trattamento, salvo deroghe. Fuori dalle deroghe, chi usa i pixel deve acquisire il consenso preventivo dei destinatari. L’uso dei pixel deve essere reso noto prima dell’invio, qualunque sia lo scopo della comunicazione o il mittente.

“Per anni milioni di cittadini sono stati monitorati ogni volta che aprivano una newsletter o una e-mail promozionale, senza saperlo e senza aver mai dato un consenso – dichiara l’avvocato Antonella Votta, referente del Settore Privacy e Nuove Tecnologie di Codici –. Le Linee guida del Garante vanno nella direzione giusta. La trasparenza non è un optional e il tracciamento occulto non può più essere la norma. Ora però servono rispetto delle regole e controlli effettivi. Invitiamo le imprese a adeguarsi con serietà, senza cercare scorciatoie, e i cittadini a non restare passivi: bloccare le immagini remote, chiedere informazioni e revocare il consenso sono strumenti semplici ed efficaci. Chi riscontra violazioni può segnalarlo ai nostri Sportelli: saremo al fianco dei consumatori anche nei confronti del Garante”.

Per verificare se un’e-mail contiene un pixel esistono tre modi semplici: controllare il codice sorgente, usare un programma di posta che li segnala, bloccare il caricamento delle immagini remote. Per il primo caso, in Gmail ad esempio basta aprire il messaggio, cliccare sui tre puntini e scegliere “Mostra originale”. Si cerca un’immagine di 1×1 pixel, spesso nascosta, ospitata su un dominio diverso da quello del mittente. Per quanto riguarda il programma da utilizzare, alcuni client mostrano un’icona o un avviso quando rilevano un pixel. In merito al blocco, il tracciamento scatta solo se le immagini vengono scaricate. Resta però il tracciamento dei clic sui link, che può passare da server di terzi.

I pixel compaiono soprattutto nelle newsletter, nelle e-mail promozionali (DEM) e in quelle automatiche, come le conferme di registrazione o di ordine. Sono molto più rari nella corrispondenza individuale scritta da una persona con un normale programma di posta.

Chi riceve e-mail commerciali può disattivare il caricamento automatico delle immagini, verificare se il mittente ha chiesto il consenso, revocare il consenso eventualmente prestato, esercitare i diritti previsti dal GDPR (informazioni, opposizione, cancellazione). In caso di mancata risposta, è possibile rivolgersi al Garante Privacy.

Le imprese, invece, devono mappare gli strumenti di e-mail marketing e i fornitori, distinguere i pixel soggetti a consenso da quelli che rientrano nelle deroghe, aggiornare informative e registro dei trattamenti e rendere disponibile una revoca semplice e selettiva. La verifica va estesa ai contratti con le piattaforme di invio, che trattano i dati per conto del titolare.

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