AgenPress. Non si tratta di applicare un metodo. Ma un attraversamento. Tra le immense luci dello scenario e l’uomo come umanità. Una favola in incipit che ha bisogno del mito. Un mito che per sopravvivere chiede all’essere di non assentarsi mai. Così Erich Fromm, il quale non è stato soltanto psicoanalista. È stato esegeta dell’uomo. Ha preso Freud e lo ha portato fuori dal lettino, Marx e lo ha portato fuori dal Capitale, la Bibbia e l’ha portata fuori dal tempio. Li ha fatti sedere allo stesso tavolo, come si fa con gli ospiti scomodi ma necessari. Perché Fromm sapeva che la nevrosi dell’Occidente non è sessuale. È esistenziale. È l’incapacità di distinguere tra avere e essere, tra fuga e libertà, tra idolo e Dio. La sua è una psicoanalisi che si fa favola. E la favola, in Fromm, è il mito che si consegna ai semplici. Non spiega: rivela. La favola è il linguaggio dell’inconscio, ma è anche la pedagogia dell’anima. Per questo Fromm attraversa il Novecento come un rabbino laico: legge i sogni, legge i miti, legge la società. E in ogni lettura cerca la stessa cosa: l’uomo che si salva non accumulando, ma diventando.
In “Il linguaggio dimenticato” del 1951, Fromm scrive: «Il mito, come il sogno, è un linguaggio simbolico, un linguaggio in cui le esperienze interiori, i sentimenti e i pensieri vengono espressi come se fossero esperienze sensoriali». È la chiave. Il mito non è menzogna primitiva. È grammatica dell’invisibile. Edipo non è un caso clinico: è l’archetipo della cecità, della colpa, della ricerca di sé. Prometeo non è favola: è la coscienza che ruba il fuoco e paga il prezzo. Fromm distingue tra mito e miti. I miti, al plurale, sono le narrazioni collettive che fondano le civiltà: Gilgamesh, Omero, la Genesi, il Buddha, il Cristo. Il mito, al singolare, è la struttura. È la necessità che l’uomo ha di raccontarsi per non morire di realtà. Quando una società smarrisce i miti, produce idoli. E l’idolo, ammonisce Fromm in “Voi sarete come dèi” del 1966, «è l’alienazione dell’uomo nella cosa». L’automobile, il denaro, lo Stato, il leader, il mercato: sono miti rovesciati. Non liberano. Legano.
La favola, allora, è il mito che si fa bambino. Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Barbablù: non sono intrattenimento. Sono iniziazione. In “I cosiddetti sani” Fromm dirà che la patologia del nostro tempo è la perdita della capacità simbolica. L’uomo che non sa più leggere una favola, non sa più leggere sé stesso. Ha occhi, ma non ha visione. Ha dati, ma non ha senso. Nel 1956 Fromm pubblica :L’arte di amare”. Non è un manuale sentimentale. È un trattato etico. «L’amore è un’arte», scrive, «come lo è il vivere. Se vogliamo imparare ad amare dobbiamo procedere nello stesso modo in cui dovremmo procedere se volessimo imparare qualsiasi altra arte: la musica, la pittura, la falegnameria, o l’arte della medicina».
L’amore, dunque, non è caduta. È ascesa. Non è passività. È disciplina. Richiede conoscenza, concentrazione, pazienza, dedizione. E soprattutto richiede il superamento del narcisismo. «L’amore immaturo dice: ti amo perché ho bisogno di te. L’amore maturo dice: ho bisogno di te perché ti amo». È la rivoluzione copernicana del cuore: non amo per colmare un vuoto, amo perché sono pieno. Qui Fromm rompe con Freud. Per Freud l’amore è sublimazione dell’eros, è compromesso tra pulsione e civiltà. Per Fromm l’amore è risposta alla separazione esistenziale. L’uomo nasce separato: dalla madre, dalla natura, dagli altri. La scissione è la sua condanna. L’amore è l’unica risposta sana. Le altre sono patologiche: il sadismo, il masochismo, il conformismo, la distruttività. In “Fuga dalla libertà” del 1941 lo aveva già intuito: l’uomo moderno, liberato dai vincoli medievali, non ha retto la vertigine. È fuggito nell’autorità, nel totalitarismo, nel consumo. Ha barattato l’essere_con l’avere.
“Avere o essere?” esce nel 1976. È il testamento. Fromm divide l’umanità in due modalità esistenziali. La modalità dell’avere: io sono ciò che possiedo, ciò che consumo, ciò che esibisco. La mia identità è il mio conto in banca, la mia auto, il mio ruolo. È la modalità della necrofilia: amore per ciò che è morto, per ciò che è cosa. La modalità dell’essere: io sono ciò che vivo, ciò che divento, ciò che dono. È la modalità della biofilia: amore per la vita, per la crescita, per il processo. «Nella modalità dell’avere, la mia felicità sta nella superiorità sugli altri, nel potere e, in ultima analisi, nella capacità di conquistare, saccheggiare, uccidere. Nella modalità dell’essere, essa sta nell’amare, nel condividere, nel dare».
Fromm non è moralista. È clinico. Diagnostica una società necrofila. Il capitalismo maturo, dice, ha trasformato l’avere in religione. Il marketing è la sua teologia, la pubblicità la sua liturgia, il centro commerciale la sua cattedrale. L’uomo avente non abita: accumula. Non ama: possiede. Non conosce: archivia. E muore di sazietà, come Mida. Ma Fromm indica la terapia. È il ritorno al sacro, non al clericale. Al sabbatico, non al domenicale. Al tempo in cui l’uomo smette di produrre e comincia a essere. «Il sabato è l’anticipazione del tempo messianico», scrive leggendo i profeti. È il giorno in cui l’uomo non ha, ma è. Non lavora, ma contempla. Non consuma, ma ringrazia.
C’è da dire che Fromm nasce freudiano. “La missione di Sigmund Freud” del 1959 è un omaggio e un congedo. Riconosce a Freud il merito di aver scoperto l’inconscio, ma lo accusa di aver ridotto l’uomo a libido. «Freud vide l’uomo come una macchina mossa dalla tensione degli istinti. Io lo vedo come un essere che cerca significato». Per questo Fromm fonda l’umanesimo radicale. Radicale perché va alle radici. E le radici sono tre: la tradizione ebraica dei profeti, il buddhismo zen, l’umanesimo di Marx. Isaia e Eckhart, Buddha e Spinoza, Meister Eckhart e Marx: una costellazione eretica. Al centro, l’idea che l’uomo è progetto, non destino. Che può scegliere. Che la sua natura non è data: è possibilità.
In “L’arte di vivere” del 1989, postumo, curato da Rainer Funk, Fromm raccoglie la sua sapienza ultima. Vivere è un’arte, e come ogni arte richiede pratica. La pratica è meditazione, è distacco, è concentrazione, è amore. «Lo scopo della vita è nascere completamente», scrive. Ma la maggior parte muore prima di nascere. Resta feto psichico, resta adattata, resta conformista. L’arte di vivere è allora l’arte di disobbedire. Ovvero l’arte della rivolta come direbbe Camus. Disobbedire all’idolo, al clan, al Super-io sociale. Adamo ed Eva, per Fromm, compiono il primo atto umano quando disobbediscono. È l’atto di libertà. Senza disobbedienza non c’è storia. Non c’è Prometeo, non c’è Antigone, non c’è Cristo. Non c’è Fromm.
L’uomo frommiano è più urgente che mai. Direi con una rivisitazione del progetto e del destino. Siamo nella società dell’algoritmo, dell’avatar, dell’identità liquida. Abbiamo tutto. E non siamo nulla. Abbiamo sostituito il mito con la serie tv, la favola con lo spot, il simbolo con l’emoji. Siamo malati di avere. Fromm ci lascia una favola. È la favola dell’uomo che smette di accumulare e comincia ad amare. Che smette di fuggire e comincia a scegliere. Che smette di adorare idoli e comincia a cercare Dio dentro di sé. «Il compito principale dell’uomo nella vita», scrive in “Psicoanalisi della società contemporanea”, «è dare alla luce sé stesso, diventare ciò che potenzialmente è». È il compito di sempre. È il compito di Giobbe, di Ulisse, di Dante, di Pinocchio. È il compito di ogni uomo che, una notte, si sveglia e si chiede: io, chi sono? E non si accontenta della risposta dell’anagrafe. Erich Fromm è morto il 18 marzo 1980 a Locarno. Ma la sua voce resta. È la voce del profeta che non grida nel deserto. Grida nella stanza. Nella nostra stanza. E ci dice: scegli. Tra l’avere e l’essere. Tra il sonno e la veglia. Tra la favola che ti addormenta e il mito che ti sveglia.
Perché l’arte di vivere, alla fine, è un’arte sola: l’arte di diventare umani. E umani si diventa solo amando. Il resto è tecnica. Il resto è mercato. Il resto è un morire lento senza averne consapevolezza. Forse sarebbe opportuno non leggere Fromm con la contraddizione o la contrapposizione di progetto e destino. Perché entrambi i percorsi possono intrecciarsi con la necessità di capire di più la potenzialità dell’uomo e la volontà di Dio. Il Dio al quale ci affidiamo è progetto ma è anche destino. Perché se si è iniziato parlando di mito e miti è pur vero che essi sono dentro il destino e si rivolgono al destino e non a un progetto. Ma l’uomo in Dio è comunque progetto. Noi viviamo tra le due sponde. Si nasce nel mito e con gli dèi e si continua con il sacro e Dio. Il fascino di tutto ciò risiede nel mistero. Era nato il 23 marzo del 1900.
Pierfranco Bruni
