La riflessione di Costantino Del Riccio, Presidente del Comitato Consultivo della Fondazione Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, sul significato civile e istituzionale del messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel cinquantesimo anniversario del disastro di Seveso
AgenPress. A cinquant’anni dal disastro dell’Icmesa, il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella offre l’occasione per una riflessione che va oltre la commemorazione di una delle pagine più drammatiche della storia ambientale italiana. È un invito a interrogarsi sul rapporto tra sviluppo, responsabilità, sicurezza e democrazia, con uno sguardo rivolto al futuro.
Il Capo dello Stato richiama innanzitutto la memoria delle vittime: chi ha perso la vita, chi ha convissuto con malattie e paure, i bambini colpiti dalla cloracne, le donne costrette a vivere gravidanze nell’incertezza, le famiglie allontanate dalle proprie case. Dietro i numeri della tragedia vi sono persone e destini segnati per sempre. Una memoria che restituisce dignità al dolore di un’intera comunità.
Di particolare rilievo è il richiamo alle responsabilità. Mattarella parla di «intollerabile irresponsabilità» dei vertici aziendali, denunciando ritardi, reticenze e occultamenti che aggravarono gli effetti della contaminazione da diossina. Non si trattò soltanto di un incidente industriale, ma anche di un grave fallimento della trasparenza: quando la verità viene nascosta, il danno si amplifica e si incrina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Da quella tragedia nacque però anche una svolta decisiva. Le direttive europee “Seveso”, le valutazioni di impatto ambientale e le autorizzazioni integrate ambientali rappresentano il frutto di quella dolorosa esperienza. La sicurezza sul lavoro e la tutela dell’ambiente cessarono di essere meri adempimenti burocratici per diventare diritti fondamentali. È un insegnamento di straordinaria attualità: la prevenzione non costituisce un costo, ma un investimento nella vita delle persone.
Il Presidente valorizza inoltre la capacità di reazione della comunità. Seveso ha saputo trasformare una ferita profonda in un percorso di rinascita. Il Bosco delle Querce, sorto sui terreni contaminati, e il pioppo sopravvissuto alla diossina diventano simboli di resilienza e della capacità di ricostruire senza cancellare la memoria.
Altrettanto significativo è il riconoscimento rivolto alle istituzioni, ai sindaci, alla Regione Lombardia, ai medici, ai vigili del fuoco, agli operatori sanitari e ai tanti cittadini che affrontarono l’emergenza con senso del dovere e spirito di servizio. La figura di Carlo Galante, l’operaio che con il proprio intervento limitò la fuoriuscita della nube tossica, rappresenta l’esempio concreto di una responsabilità personale capace di fare la differenza nei momenti più difficili.
Tra i passaggi più significativi del discorso presidenziale emerge l’affermazione secondo cui «qualsiasi opinione che immagini possibile pianificare cinicamente uno scambio tra costi umani e vantaggi economici va respinta con fermezza». È un principio che supera il ricordo di Seveso e interpella le grandi sfide del nostro tempo: la transizione ecologica, l’innovazione tecnologica, la sicurezza industriale. Nessun modello di sviluppo può dirsi autenticamente sostenibile se sacrifica la salute delle persone o l’integrità dell’ambiente.
Seveso, dunque, non appartiene soltanto alla memoria storica. Rimane un monito permanente che ricorda come il progresso, se privo di controlli e responsabilità, possa trasformarsi in tragedia, ma dimostra anche che una comunità coesa, sostenuta da istituzioni credibili e da regole rigorose, può trasformare una ferita in un esempio di rinascita.
Cinquant’anni dopo, il messaggio del Presidente Mattarella conserva tutta la sua forza: la memoria non serve a custodire il passato, ma a costruire un futuro più sicuro, più giusto e più responsabile. In un’epoca in cui crescita economica, innovazione e sostenibilità devono procedere insieme, Seveso continua a ricordarci che il valore supremo da tutelare è sempre la vita umana.
