L’attrice americana attacca l’ipotesi di trasmettere in diretta l’esecuzione di Nidal Malik Hasan e denuncia la mancanza di moralità e sensibilità dell’amministrazione statunitense. L’occasione è la sua partecipazione a Roma ad Alice nella città, dove presenta The Accompanist e riceve il Womenland Award 2026
AgenPress. «Hegseth doveva essere strafatto per pensarci». Susan Sarandon non usa mezzi termini per contestare l’ipotesi di trasmettere in diretta televisiva l’esecuzione di una condanna a morte. L’attrice premio Oscar, da sempre impegnata nelle battaglie civili e contro la pena capitale, interviene con parole durissime durante il suo incontro con la stampa a Roma, ospite di Alice nella città, il festival dedicato alle giovani generazioni che si svolge parallelamente alla Festa del Cinema di Roma.
Nel mirino dell’attrice c’è Pete Hegseth, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, al quale Sarandon attribuisce la responsabilità di aver avanzato l’idea di trasmettere in diretta streaming mondiale la fucilazione di Nidal Malik Hasan, l’ex psichiatra militare condannato per la strage di Fort Hood del 2009.
«Un annuncio come questo è il perfetto esempio della mancanza di moralità, di sensibilità del governo americano, di quanto sia infettato dalla mascolinità tossica», afferma Sarandon. E aggiunge, riferendosi a Hegseth: «Forse è la dimostrazione che fosse strafatto, oltre ogni limite, per fare un annuncio del genere». L’attrice è consapevole della durezza delle proprie parole e ironizza anche sulle possibili conseguenze delle sue dichiarazioni.
Per Sarandon, la questione non riguarda soltanto la legittimità della pena capitale, ma anche il rischio di trasformare un’esecuzione in uno spettacolo da consumare attraverso uno schermo. La diretta televisiva, secondo l’attrice, oltrepasserebbe un limite umano e morale, facendo della morte di una persona un evento da osservare pubblicamente.
«La maggior parte del mondo non prevede neanche la pena di morte», ricorda, sottolineando la distanza tra questa prospettiva e l’idea di mostrare un’esecuzione in diretta. Sarandon richiama inoltre le immagini diffuse dall’Isis, evocando la brutalità di quei filmati per descrivere l’orrore che, a suo giudizio, una simile trasmissione potrebbe suscitare.
L’attrice invita a considerare anche le conseguenze psicologiche per chi sarebbe chiamato a eseguire materialmente la condanna. «Pensate anche al danno che farebbe a quelli che tireranno il grilletto, a quelli che spareranno», osserva, ricordando che Hasan sarebbe su una sedia a rotelle. «Trasmettere dal vivo un omicidio, a sangue freddo, contro una persona assolutamente non in grado di difendersi, al di là di quello che lui poi abbia fatto, potrebbe rovinare anche le vite di coloro che procedono questa esecuzione».
Un ragionamento che sposta l’attenzione dalla punizione del condannato alla responsabilità di chi la esegue e di chi decide di trasformarla in un contenuto pubblico.
Nel suo intervento, Sarandon individua un solo possibile effetto positivo nell’annuncio contestato: aver riportato al centro della discussione pubblica il tema della pena di morte.
«Credo che l’unica cosa positiva provocata da questo annuncio sia che abbia avviato un dibattito, abbia avviato una discussione sulla pena di morte», dichiara. Un risultato che, tuttavia, non attenua la sua condanna dell’iniziativa: «Questo però la dice lunga e sottolinea la depravazione di questa amministrazione».
L’attrice ricorre anche a un paragone storico particolarmente forte, richiamando il periodo della schiavitù negli Stati Uniti, quando le folle si radunavano per assistere al linciaggio degli uomini neri. «È qualcosa di estremamente pericoloso, terribile e profondamente disumano», afferma, mettendo in guardia dal rischio che la violenza venga progressivamente accettata come una forma di intrattenimento.
Le sue dichiarazioni si inseriscono in un percorso pubblico segnato da prese di posizione contro la pena capitale e da un impegno politico e sociale che ha spesso accompagnato la sua carriera cinematografica.
Non è casuale che proprio Susan Sarandon torni a parlare di pena di morte. Nel 1996 l’attrice vinse l’Oscar come miglior protagonista per Dead Man Walking – Condannato a morte, il film diretto da Tim Robbins che affronta il rapporto tra giustizia, responsabilità, perdono e pena capitale attraverso la storia di una religiosa che accompagna spiritualmente un detenuto condannato all’esecuzione.
Un’opera che ha contribuito a legare il suo nome a una delle questioni più controverse del sistema giudiziario statunitense. A distanza di anni, Sarandon continua a utilizzare la propria notorietà per sollevare interrogativi che vanno oltre il cinema e investono la società, la politica e i diritti umani.
L’attrice è arrivata nella Capitale per presentare The Accompanist, esordio alla regia di Zach Woods, e ricevere il Womenland Award 2026 nell’ambito di Alice nella città. Il festival, parallelo alla Festa del Cinema di Roma, dedica particolare attenzione ai giovani spettatori, ai nuovi talenti e alle opere prime.
La sua presenza a Roma si trasforma così anche in un’occasione per affrontare temi lontani dai riflettori del set. Dalla pena di morte alla responsabilità delle istituzioni, Sarandon ribadisce la necessità di non considerare normale ciò che ritiene inaccettabile.
Il messaggio dell’attrice è netto: il problema non è soltanto mostrare un’esecuzione, ma interrogarsi sul significato di una società che potrebbe arrivare a trasformare la morte di un essere umano in uno spettacolo. E se l’annuncio ha riaperto il confronto sulla pena capitale, per Sarandon resta soprattutto il segnale di un’emergenza morale che non può essere ignorata.
