Adornato (pres. Fondazione Liberal): “La pandemia svela l’incompatibilità tra democrazia e civiltà digitale”

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AgenPress. “La pandemia produrrà effetti di rimescolamento sociale tra fasce di popolazione in via di impoverimento e altre che stanno emergendo- afferma a Interris.it il politologo Ferdinando Adornato, presidente della fondazione Liberal-. Ma ciò che colpisce di più, dal punto di vista dei possibili esiti dell’emergenza coronavirus, è il rischio che la formula ‘distanziamento sociale’ diventi una metafora della vita collettiva universale”.

Adornato

Ferdinando Adornato è stato deputato dell’Udc e membro della commissione Affari esteri. E’ uno dei più autorevoli teorici del dialogo tra il pensiero liberale e quello cattolico.

E’ una dinamica messa in moto dalla pandemia?
“Si tratta di un processo che era già in atto con la civiltà digitale che distanzia le persone anche nei luoghi di lavoro. La sociologa, psicologa e tecnologa statunitense Sherry Turkle ha teorizzato una società composta da ‘connessi ma soli’ e da tempo si fa a gara negli studi specialistici e nella pubblicistica a descrivere la nuova solitudine dell’uomo contemporaneo in una società generalmente sempre più tecnologizzata”.

Come incide l’emergenza sanitaria su questo processo già in atto?
“La pandemia finirà per accelerarlo facendo salire i livelli di paura dell’altro e rendendo ancora più rapida la digitalizzazione dell’intera società.  Tutto ciò si ripercuote anche positivamente sulla vita delle persone, ma, come ogni rivoluzione tecnologica, nasconde accanto ai miglioramenti nella condizione umana anche possibili rischi. E questo è un problema sul quale occorre richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica. Anche perché ne deriva una domanda inquietante”.

Quale?
“Dobbiamo chiederci se la democrazia sia compatibile con la civiltà digitale. Entro breve il 5g diventerà il volano per una dominanza totale degli apparati digitali sulla società. La civiltà digitale è immediatezza e consente di fare tutto in un secondo, mentre la democrazia è caratterizzata da inevitabili mediazioni. Non è un caso che le dittature, Cina in testa, già oggi siano perfettamente a loro agio con la digitalizzazione. Persino il presidente americano Donald Trump che non è dittatore scavalca le discussioni con i corpi intermedi della società attraverso le nuove tecnologie”.

Accade anche in Europa?
“In Europa i corpi intermedi sono più strutturati rispetto a quelli negli Stati Uniti, ma c’è la stessa tendenza a un loro superamento. La civiltà digitale favorisce la concentrazione del potere e anche il controllo sui cittadini da parte del potere. Quali saranno gli esiti è ancora presto per poterlo prevedere perché siamo solo all’inizio di un percorso. In Italia quello che è accaduto in pandemia è altamente significativo”.

A cosa si riferisce?
“In Italia il governo ha abdicado al potere cedendolo agli esperti. Non dico che le scelte adottare per contenere il contagio di coronavirus siano state sbagliate, anzi le considero giuste, ma si tratta comunque di un altro assetto di potere, giuste o sbagliate che siano le decisioni. Le democrazie, riguardo alla velocità delle decisioni, erano già in crisi da decenni, in particolare in Italia”.

Con quali risultati?
“La rapidità imposta dalla civiltà digitale è una minaccia per le lentezze inevitabili della democrazia. E mi riferisco alla democrazia generalmente intesa, non alle patologie come quelle della burocrazia italiana che rende gratuitamente complicate le cose. La teoria stessa della democrazia implica lentezza perché comporta il coinvolgimento di diversi attori e corpi intermedi chiamando in causa la complessità sociale. Tutto ciò viene irriso dalla velocità della civiltà digitale”.

Quale ruolo ha avuto l’emergenza coronavirus?
“La pandemia ha mostrato l’interezza della dinamica in atto. Tanto per fare un esempio una volta la politica si avvaleva del contribuito della cultura. Si parlava del ruolo degli intellettuali nella democrazia, di un ceto inviso da alcuni e osannato da altri. Oggi, invece, un’ influencer come Chiara Ferragni ha più potere di Norberto Bobbio. Ciò vuol dire che un’èlite di competenti che ha creato l’innovazione tecnologica ha finito per annullare la competenza politica e sociale”.