Aggressività giovanile e trasformazioni sociali: leggere la violenza oltre l’emergenza

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Intervento del sociologo Maurizio Fiasco, presidente del Comitato consultivo della Fondazione Insigniti OMRI per la prevenzione dei comportamenti a rischio in età giovanile, al seminario della Fondazione Insigniti OMRI del 18 aprile 2026 “Aggressività, violenza e fenomeni giovanili: prevenzione e responsabilità condivise tra istituzioni, educatori e comunità”


AgenPress. L’iniziativa si colloca nel più ampio percorso di approfondimento che la Fondazione sta sviluppando sui fenomeni di disagio e violenza giovanile, con l’obiettivo di promuovere una visione aggiornata, sociale e istituzionale del fenomeno.

Alla pubblicazione della relazione di Maurizio Fiasco seguiranno, nei prossimi giorni, i contributi di tutti gli altri relatori che hanno partecipato ai lavori del seminario: Anna Maria Giannini, Pietro Pietrini, Mario Rusconi, Giuseppe Linares, Silvia Nanni Massimo Santucci e Silvia Calzolari. L’obiettivo è restituire in forma organica e sequenziale le diverse prospettive emerse nel corso del confronto, offrendo al dibattito pubblico un quadro articolato e unitario di riflessione.

In questo quadro, il contributo di Maurizio Fiasco si distingue per l’impostazione analitica ampia e interdisciplinare, che interpreta i recenti episodi di cronaca non come fatti isolati, ma come indicatori di trasformazioni sociali più profonde. L’intervento, collocato all’interno di un confronto tra studiosi, rappresentanti istituzionali ed esperti dei diversi ambiti educativi e sociali, offre chiavi di lettura utili a comprendere l’evoluzione dei contesti urbani, delle relazioni sociali e delle forme contemporanee di aggregazione giovanile.

Di seguito il testo della relazione di Maurizio Fiasco

Come gli altri relatori e su mandato della Fondazione, mi sono sforzato di superare lo shock della tragedia di Massa. Si tratta di riflettere in modo rigoroso e di trarre tutti gli insegnamenti possibili dall’uccisione, lo scorso 12 aprile, di Giacomo Bongiorni, un quarantasettenne che aveva rimproverato un gruppo di adolescenti per atti vandalici. Neppure una settimana dopo, a Pavia, un nuovo episodio: un giovane di venticinque anni accoltellato al termine di un banale diverbio con altri ragazzi.

Appare dunque un fenomeno che presenta alcune costanti nelle cronache, con particolare intensità nell’ultimo anno e mezzo, ma che richiama episodi già registrati in passato. Per condurre un’analisi sensata e per formulare proposte appropriate, abbiamo ritenuto necessario ampliare lo sguardo. Occorre includere anche quei comportamenti prodromici che fanno da sfondo alle forme più estreme di violenza. Il tema riguarda quindi l’aggressività, le fenomenologie della violenza e, più in generale, l’evoluzione della devianza giovanile.

In linea con lo statuto e la missione della Fondazione, la domanda è: che cosa possiamo mettere a disposizione? In primo luogo, è utile invitare a utilizzare l’ampio patrimonio di competenze sociali, accademiche, istituzionali e operative presenti nel nostro Paese. È paradossale che, pur disponendo di saperi raffinati e di esperienze consolidate, non si riesca a concretizzare un programma capace di integrare questi apporti: educatori, comunità, istituzioni, cultura del servizio.

Si può pervenire a una pragmatica, supportata da visioni scientifiche, se si sceglie di partire dalla lettura dei fatti e da domande essenziali: chi sono gli autori, quali profili biografici presentano, in quali contesti avvengono gli episodi, dove si collocano nello spazio urbano, contro chi si dirigono.

Già emerge un primo elemento di riflessione nel cosiddetto paradosso demografico: sempre meno numerosa la popolazione giovanile, sempre più frequente l’allarme per la violenza attribuita ad adolescenti. Dati Istat mostrano che tra il 2002 e il 2025 in Italia vi è una riduzione di circa 700.000 unità nella fascia di età compresa tra i 14 e i 25 anni. E al calo demografico fa da contraltare la percezione del rischio e della violenza. Riflettiamo dunque sui dati e sulle informazioni disponibili.

Il report di fine 2024 del Dipartimento della pubblica sicurezza consente di rilevare la concentrazione degli episodi in tipi di spazi urbani ricorrenti, caratterizzati da un’elevata densità simbolica. Se da questo elemento di base passiamo a rilevare la condizione dei vari contesti, cogliamo la rarefazione delle mediazioni educative e del controllo sociale. Nel medio-lungo periodo, dal 2010 al 2023, la curva delle segnalazioni rimane infatti sostanzialmente stabile: si passa da circa 11.200 casi a 12.500.

Come accennato, più che alla quantità vale la pena osservare un cambiamento qualitativo, provando a passare a un nuovo paradigma: da un lato il peggioramento delle relazioni sociali e, dall’altro, una trasformazione disfunzionale degli spazi urbani. Fenomeni come la gentrificazione, l’espulsione di residenti dai quartieri centrali e la concentrazione della movida in pochi luoghi producono nuove condizioni di rischio.

A questo si aggiunge la riduzione della “socialità in presenza”. Un rapporto Istat del 2024 segnala un aumento significativo della sedentarietà tra i giovani e un calo marcato delle pratiche sportive. A partire dall’adolescenza, dall’età di 15 anni, la partecipazione inizia a diminuire, con un calo che prosegue via via nell’età adulta. L’Istituto Superiore di Sanità ha inoltre evidenziato correlazioni tra isolamento sociale e dipendenze comportamentali.

Esistono luoghi tipici dove questi fenomeni si riproducono: gli spazi di transito – stazioni, fermate – dove agisce il branco opportunistico; i luoghi della movida, per le prove di forza e le competizioni reputazionali (o “per la faccia”); la scuola e i suoi dintorni, che costituiscono una soglia critica tra istituzione e spazio pubblico. Su questi contesti è possibile intervenire: regolando l’ambiente urbano, agendo sui gruppi, contrastando la fascinazione per l’arma e la spettacolarizzazione del conflitto.

Infine, è necessario rilanciare un modello di coordinamento della giustizia minorile con le reti educative e sociali sul territorio, coinvolgendo gli enti locali. Ricordiamo, a questo proposito, l’opera che quasi cinquant’anni fa intraprese il presidente del Tribunale dei Minori di Roma, Alfredo Carlo Moro, uno dei padri della giustizia minorile moderna. Subito dopo lo scioglimento dell’arcaico e stigmatizzante circuito di “istituzionalizzazione” degli adolescenti (e anche di molti bambini), con il DPR 616 del 1977 che trasferì le competenze agli enti territoriali, Moro inviò ai presidenti delle Regioni un vademecum con tutti i passi da compiere per la collaborazione tra giustizia, servizi sociali, comuni e corpi sociali intermedi, affinché si strutturassero reti territoriali integrate per la prevenzione, il sostegno e la risocializzazione dei minori devianti.

Il principio resta valido oggi, anche perché promana dallo spirito e dalla lettera della Costituzione repubblicana: il minore che compie un reato è certamente responsabile delle proprie azioni, ma è anche titolare di un diritto inalienabile alla risocializzazione.

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