Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella città marchigiana simbolo di Resistenza civile. La riflessione di Costantino Del Riccio, presidente del Comitato consultivo della Fondazione per la comunicazione istituzionale
AgenPress. Non si tratta solo di una visita istituzionale, ma di un evento dal forte valore simbolico. È il riconoscimento di una storia locale che si intreccia con le vicende più ampie della Resistenza italiana, restituendo centralità a territori spesso marginalizzati dalla storiografia ufficiale.
Una scelta che parla non solo del passato, ma anche del modo in cui la Repubblica intende custodire e trasmettere la propria memoria.
La presenza del Capo dello Stato suggella un percorso di memoria condivisa che contribuisce a definire il carattere plurale della lotta di Liberazione.
La visita si inserisce in un cammino già avviato nel 2022, quando Mattarella conferì alla città la Medaglia d’Oro al Merito Civile.
L’onorificenza riconosce una lettura storiograficamente matura del fenomeno resistenziale: non solo lotta armata delle formazioni partigiane, ma anche mobilitazione della popolazione civile, protagonista di una diffusa rete di solidarietà.
San Severino Marche accolse e protesse centinaia di sfollati e perseguitati, offrendo un esempio concreto di “Resistenza civile”, che la ricerca più recente ha contribuito a valorizzare.
In questo senso, la giornata del 25 aprile assume una duplice dimensione: commemorazione di un passaggio cruciale della storia nazionale e riaffermazione del legame tra istituzioni repubblicane e territori.
Per comprendere il significato di questa visita, è necessario collocare l’esperienza di San Severino Marche nel quadro della Resistenza italiana.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il territorio maceratese fu occupato da truppe tedesche e dalla Repubblica Sociale Italiana, trasformandosi rapidamente in un’area di conflitto.
In quel contesto si sviluppò una forma di opposizione articolata, che coinvolse non solo la dimensione militare, ma l’intero tessuto sociale.
Le formazioni partigiane, tra cui la “banda Mario” guidata da Mario Depangher, operarono tra le colline di San Severino, Camerino e Fabriano, intrecciando azioni di sabotaggio con interventi di carattere sociale, come la distribuzione di grano alle comunità locali.
La Resistenza assumeva così una valenza multipla: militare, patriottica, civile e sociale, secondo quella complessità che la storiografia contemporanea ha progressivamente riconosciuto.
Accanto ai combattenti, la popolazione civile svolse un ruolo decisivo. Le case coloniche divennero rifugi, i sentieri montani vie di comunicazione, le attività quotidiane strumenti di supporto alla lotta partigiana.
Le donne furono protagoniste di un impegno spesso invisibile ma essenziale, svolgendo funzioni di collegamento, trasporto e assistenza. Senza questa rete di sostegno, la Resistenza non avrebbe potuto sopravvivere.
La reazione delle forze nazifasciste fu brutale: rastrellamenti, arresti e fucilazioni segnarono profondamente il territorio.
Episodi come l’eccidio di Chigiano del 24 marzo 1944 e la battaglia di Valdiola testimoniano il livello di violenza raggiunto dal conflitto.
Eppure, la repressione non spezzò il legame tra partigiani e popolazione, ma lo rafforzò, alimentando quel senso di appartenenza collettiva che costituisce uno degli elementi più significativi dell’esperienza resistenziale.
Nonostante le crescenti difficoltà, le formazioni partigiane mantennero una presenza significativa fino alla liberazione, con azioni volte a indebolire il nemico e ad alleviare le difficoltà della comunità, configurando la Resistenza anche come processo di trasformazione sociale.
Il 1° luglio 1944, con l’ingresso dei partigiani in città, si concluse simbolicamente un periodo di lotta che segnò non solo la fine dell’occupazione, ma l’inizio di una nuova fase storica.
La Resistenza italiana fu un fenomeno profondamente radicato nei territori e nelle comunità locali, e la sua comprensione richiede uno sguardo attento alle realtà periferiche.
A oltre ottant’anni di distanza, la memoria di quegli eventi interpella il presente in modo tutt’altro che retorico. La visita del Presidente Mattarella rappresenta un momento di riflessione sul rapporto tra storia, identità civile, memoria e cittadinanza.
San Severino Marche, segnata profondamente dal terremoto del 2016, è oggi un esempio di resilienza che richiama idealmente lo spirito della Liberazione: la ricostruzione materiale si accompagna a quella civile e culturale, e la memoria storica ne costituisce un fondamento imprescindibile, non un ornamento.
La presenza del Capo dello Stato, che già aveva visitato l’area colpita dal sisma, ribadisce la continuità tra attenzione istituzionale e comunità locali, tra dimensione nazionale e radicamento nel territorio.
Celebrare il 25 aprile con questa consapevolezza significa riconoscere che la libertà conquistata tra il 1943 e il 1945 fu il risultato di scelte individuali e collettive, spesso compiute in condizioni estreme e senza alcuna garanzia di esito.
Significa anche assumere la responsabilità di custodire e trasmettere i valori di libertà, solidarietà e partecipazione democratica che la Resistenza ha consegnato come fondamento della Repubblica.
La visita di Sergio Mattarella si configura, in questa prospettiva, non solo come un omaggio al passato, ma un invito esplicito a rinnovare l’impegno civile nel presente. Un richiamo alla responsabilità collettiva che ogni generazione è chiamata a raccogliere.
