AgenPress. Ritorniamo sulla questione scolastica. Da decenni mi interrogo sul problema della dirigenza scolastica e mi sarei aspettato che l’attuale governo e il Ministro dell’Istruzione e del Merito mettessero finalmente ordine in un sistema che si trascina da oltre vent’anni. Abbiamo snaturato la tradizionale figura del Preside, che era un mitico esempio di autorità culturale e morale, per ridurla a una figura amministrativa generica. La cosa più grave per un governo di centrodestra è non solo aver piallato la figura del Liceo nella sua specificità umanistica, ma non aver posto rimedio alla recluta indistinta dei Dirigenti scolastici da qualsiasi grado provengano. Si tratta di un problema serio. Soprattutto in un contesto culturale frammentato e in continua frammentazione.
Mi spiego meglio. Per un dirigente scolastico, antico preside, che è stato dirigente in un Istituto Comprensivo di scuole elementari e medie, è possibile in un solo colpo andare a dirigere un Istituto superiore tipo Liceo Classico o Scientifico? È un anacronismo. È stato un appiattimento culturale terribile e non solo culturale. Un insegnante di scuola elementare che è diventato direttore didattico e poi dirigente di scuola media si trova a dirigere licei o istituti superiori. Finora avevamo giocato al ribasso. Pensavo, speravo, mi auguravo che un governo di centrodestra avrebbe compreso la dicotomia e posto una soluzione forte su questo modo di reclutare dirigenti ex presidi. Invece no. Anzi appiattisce tutto. E allora dove sta una cultura di destra se si mantiene una organizzazione livellatrice di sinistra? Che amarezza.
La questione ha radici storiche e normative certe che vanno ricordate. Fino al Testo Unico dell’Istruzione http://D.Lgs. 16 aprile 1994 n. 297 esistevano due figure nette e separate. Da un lato il Direttore Didattico ex art. 396 del http://D.Lgs. 297 del 1994 che proveniva dal ruolo elementare e governava il Circolo Didattico. Dall’altro il Preside che proveniva dalla scuola secondaria e accedeva per concorso distinto per ordine e classe di concorso ex art. 397 e seguenti del medesimo http://D.Lgs. 297 del 1994. Era l’impostazione della Riforma Gentile del 1923, Regio Decreto 6 maggio 1923 n. 1054, che vedeva nel Preside del Liceo un garante di indirizzo culturale, un primus inter pares con alta qualificazione disciplinare. La Legge 11 luglio 1980 n. 312 e il DPR 31 maggio 1974 n. 417 avevano mantenuto questa distinzione di carriera e di funzione. Ma forse sono io che non sono riuscito ad adeguarmi a una scuola livellatrice di sinistra che l’attuale Ministro e governo continuano a non comprendere.
Ma facciamo ordine per quello che possa capire io. La prima rottura avviene con la Legge 15 marzo 1997 n. 59, Legge Bassanini, che all’art. 21 introduce l’autonomia delle istituzioni scolastiche. In attuazione, il http://D.Lgs. 6 marzo 1998 n. 59, art. 21 comma 16, attribuisce ai capi d’istituto la qualifica dirigenziale e unifica Presidi e Direttori in una unica figura denominata Dirigente Scolastico. Il successivo Regolamento dell’autonomia DPR 8 marzo 1999 n. 275 conferisce personalità giuridica ed autonomia didattica, organizzativa e finanziaria alle scuole e il http://D.Lgs. 30 marzo 2001 n. 165 all’art. 25 ne codifica il profilo come dirigente pubblico con autonomi poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane, nel rispetto delle competenze degli organi collegiali. Nasce il Preside manager. La funzione culturale viene subordinata alla funzione gestionale. L’art. 5 del http://D.Lgs. 165 del 2001 ne sancisce l’inquadramento nel ruolo unico della dirigenza statale, con contratto di Area V. Che bella pensata è stata allora.
Allora andiamo avanti. Il passaggio decisivo che produce l’anacronismo che denuncio è però normativo e concorsuale. L’art. 29 del http://D.Lgs. 165 del 2001, come sostituito dall’art. 5 comma 2 della Legge 28 marzo 2003 n. 53 e successive modificazioni, stabilisce che al concorso può partecipare il personale docente ed educativo di ruolo con almeno cinque anni di servizio e possesso di diploma di laurea magistrale, specialistica o vecchio ordinamento o titolo equipollente, senza distinzione di ordine di provenienza. Il DPR 10 luglio 2008 n. 140, Regolamento sul reclutamento, all’art. 3, sancisce definitivamente che con l’unificazione dei tre settori formativi della dirigenza il reclutamento si realizza mediante un unico concorso per esami e titoli che si svolge in sede regionale. Dal concorso unico del 2011 bandito con Decreto Direttoriale 13 luglio 2011, a quello disciplinato dal DM 3 agosto 2017 n. 138, fino all’ultimo concorso PNRR bandito con DD 13 luglio 2023 n. 2788 in attuazione del DM 13 ottobre 2022 n. 194 e DM 26 maggio 2023 n. 107, la regola resta identica. Un concorso unico, una graduatoria unica regionale, una mobilità interregionale al cento per cento. Che grande idea.
Ma a ciò si aggiunge la Legge 15 luglio 2011 n. 111, di conversione del DL 6 luglio 2011 n. 98, art. 19 comma 4, sul dimensionamento scolastico, che ha imposto la generalizzazione degli Istituti Comprensivi con almeno mille alunni, cinquecento nei comuni montani e nelle piccole isole, fondendo infanzia, primaria e secondaria di primo grado sotto un unico dirigente. Norma confermata dalla Legge 12 novembre 2011 n. 183 e dalla Legge 30 dicembre 2021 n. 234 art. 1 comma 978. La pratica quotidiana di un dirigente di comprensivo, inevitabilmente sbilanciata su problemi organizzativi della primaria e dell’infanzia, viene poi traslata senza filtro alla guida di un Liceo. Qui sta l’appiattimento culturale terribile. Dirigere un Liceo Classico richiede familiarità con i programmi di greco e latino, con la storia della filosofia, con la didattica orientativa verso l’università, con un corpo docente di altra formazione. Dirigere un Istituto Comprensivo richiede competenze organizzative diffuse, rapporti con gli enti locali per il trasporto e la mensa, gestione di personale ausiliario numeroso. Sono due mestieri diversi. Il diritto vigente li tratta come identici. E poi si pensa di fare cultura? Con quali modelli tradizionali?
Un governo di centrodestra avrebbe dovuto avere il coraggio di una rottura. Primo, reintrodurre una distinzione di filiera nel concorso dirigenziale, come avveniva storicamente e come avviene per il reclutamento degli Ispettori Tecnici ex art. 419 del http://D.Lgs. 297 del 1994, che distingue settori formativi, con canali distinti per primo ciclo e secondo ciclo. Secondo, prevedere, ai sensi dell’art. 29 comma 3 del http://D.Lgs. 165 del 2001 che rinvia al regolamento di cui al comma 1, requisiti aggiuntivi di servizio o di titoli per la dirigenza dei Licei e degli Istituti Tecnici Superiori. Terzo, valorizzare la specificità del Liceo come comunità culturale, non solo come segmento amministrativo, in coerenza con gli artt. 33 e 34 della Costituzione che tutelano la libertà di insegnamento e l’autonomia delle istituzioni di alta cultura. Non farlo significa mantenere in piedi una visione aziendalista e livellatrice che nulla ha di conservatore e nulla di meritocratico. Significa accettare che la figura del Preside, che era presidio culturale, resti definitivamente piallata a gestore fungibile. È questa la vera sconfitta culturale. È la sconfitta di ciò che l’idea di cultura della tradizione avrebbe dovuto ricreare in un sistema in cui la prassi ha preso il sopravvento. Mi chiedo dove sta la differenza tra la scuola degli stereotipi della pianificazione in basso con quella praticata dal Ministro oggi? Ministro di centrodestra? Ma perché non si è pensato a una scuola “forre” nella rivoluzione dei saperi nuovi?
Pierfranco Bruni
