AgenPress. Nei giorni scorsi a Montecitorio nella Sala della Regina è stata presentata l’Edizione Nazionale delle Opere di Aldo Moro alla presenza del Presidente della Repubblica. Il saluto è stato portato dal presidente della Camera Fontana.
Introduzioni di Renato Moro, presidente dell’edizione delle Opere e dalla professoressa Tomasi. E’ seguita una tavola rotonda a cui hanno partecipato illustri giuristi e docenti universitari. Un evento dunque di grande portata.
Auspicavo che fosse l’occasione per un approfondimento del pensiero dello statista assassinato dalle brigate rosse. Le relazioni tutte di alto spessore dottrinario, ma senza una qualche riflessione sul mistero della tragedia di Moro e della Sua scorta.
Ha avuto risalto il Suo grande impegno per allargare e rafforzare l’area della democrazia, coinvolgendo realtà in un progetto di difesa di valori in un tempo travagliato e incerto, in cui si chiedevano coraggiose scelte.
Esplorare percorsi per un progetto di crescita in cui pluralità, partecipazione, responsabilità fossero riferimento per una fase del Paese consapevole dei mutamenti e aderenti alle attese sempre nuove della società.
Moro avvertiva che il sorgere di spinte di rinnovamento avevano nei diritti, doveri e nei principi fondanti la nostra repubblica un percorso che non smentiva una storia ricca di conquiste ma lo esaltava nell’ attualità. Un amore per la libertà vissuto non nella staticità di un assunto ma intensamente.
Aldo Moro era preoccupato che quanto era stato costruito nel dopoguerra potesse dissolversi nell’ opacità degli egoismi, nella staticità del pensiero e dell’azione. Le norme erano funzionali a un disegno dove l’ Uomo fosse al centro al riparo di manipolazioni e a pericolosi adescamenti estremisti .
Il Parlamento era il depositario della sovranità popolare e le elezioni il momento più alto della democrazia e della libera scelta dei cittadini. Moro dedicava molto tempo, malgrado i tanti impegni, ai giovani studenti.
Il Suo sguardo era rivolto al futuro dove pluralismo, convergenze pur nelle dialettiche tra posizioni diverse, fosse non lo scandire delle ore che trascorrono, ma il tempo in cui nella società nascessero energie e disponibilità a costruire.
La sicurezza per Aldo Moro era rappresentata dall’insieme di quelle scelte democratiche lontane da transazioni ignobili e cedimenti innaturali.
Nell’evento di Montecitorio mi auguravo, anche se alcune relazioni sono state interessanti, che si materializzasse qualche interrogativo su cosa rimane della lezione di Aldo Moro, del Suo martirio e di tanti servitori dello Stato. Molto poco.
Se ci fosse stata una analisi con l’oggi si sarebbe dovuto parlare di una democrazia azzoppata, un Parlamento ridotto a un moncherino, ai grovigli di interessi che sono il contraltare del pubblico e delle istituzioni rappresentative.
Il pluralismo, la partecipazione, la solidarietà, i fermenti rigeneratori sono scomparsi in una desolazione, dove pochi ingannano se stessi e i molti.
Eppure alla vigilia dell’approvazione di una legge di riforma elettorale anti libertaria, anti costituzionale che rimuove sostanzialmente la visione e il progetto moroteo sarebbe stata indispensabile da parte dei relatori qualche riflessione in più. Moro e tanti altri sono stati sacrificati.
La legge elettorale è una “tappa” del disegno eversivo avviato nella metà degli anni ‘90 da uno strano sodalizio: pool di mani pulite, massoneria deviata, frange di infedeli dell’apparato dello Stato, da procuratori d’assalto in cerca di gloria e da una certa sinistra con varie diramazioni.
La eterogesi dei fini non ha fatto splendere il sol dell’avvenire, ma certamente ha dato lo scettro del comando ad una destra senza aggettivi cupa e saccente, che sta operando per completare lo smottamento delle garanzie costituzionali.
Le celebrazioni sono importanti se offrono stimoli per leggere correttamente. Con l’assassinio di Moro è finito l’entusiasmo, la passione, la visione profetica. Gli orizzonti si sono chiusi immiseriti e asfittici.
All’inizio il presidente della Camera, rivolgendo l’ indirizzo di saluto pedestre, senza slancio ha dato la dimensione di un Parlamento afono e diroccato. Il segno dei tempi? Non i nostri.
I nostri sono quelli da vivere con la forza dalla volontà e della ragione.
Mario Tassone (ex deputato della Repubblica Italiana – già vice Ministro).
