AgenPress. La produzione nell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto deve fermarsi: la Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia contro il provvedimento che impone lo stop alla parte centrale dello stabilimento siderurgico.
La decisione delle Sezioni Unite Civili conferma il decreto della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio, che aveva concesso all’azienda 90 giorni per adeguarsi.
Al centro della sentenza, le conseguenze dell’inquinamento industriale sulla salute dei cittadini e la presenza di amianto negli impianti. La Cassazione ribadisce che la libertà d’impresa non può essere esercitata a danno della salute e dell’ambiente, senza però ignorare la necessità di tutelare il lavoro e l’occupazione.
Nel provvedimento, le Sezioni Unite richiamano il principio secondo cui i diritti alla vita, alla salute e a un ambiente sano godono della massima tutela costituzionale. Un orientamento rafforzato dalla riforma degli articoli 9 e 41 della Costituzione, che riconoscono la tutela dell’ambiente e stabiliscono limiti precisi all’iniziativa economica privata.
La decisione è stata accolta con soddisfazione dalle associazioni che si sono battute per la tutela della salute dei tarantini. “La vita dei tarantini è importante anche per i giudici della Cassazione. Abbiamo vinto!”, ha scritto sui social l’associazione Genitori Tarantini, che ha sostenuto l’azione giudiziaria di 11 cittadini, tra cui un ragazzo di 13 anni affetto da una rara malattia genetica.
Il Codacons, che si è costituito in giudizio, ha definito la sentenza “una decisione storica”, sottolineando il riconoscimento dei rischi gravi per la salute e la necessità di una tutela ambientale effettiva.
Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha invece richiamato l’urgenza di individuare una prospettiva economica per il territorio. “Il verdetto della Cassazione ci restituisce l’urgenza di lavorare alle alternative economiche e produttive che abbiamo più volte richiesto al Governo”, ha dichiarato.
