Mediorente. Lettera Aperta del Prof. Foad Aodi alle Diplomazie Mondiali

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AgenPress. I numeri di queste ore sono chiari. Il bilancio è tragico. Centinaia di vittime in Iran. 165 bambine morte in una scuola. 96 feriti nello stesso edificio. 20 vittime iraniane registrate nelle ultime ore dopo gli attacchi. 3 soldati statunitensi caduti. 9 civili israeliani uccisi nei contrattacchi. Oltre 750 feriti registrati nelle prime fasi dell’offensiva.
Questo quadro dimostra che l’escalation è già in atto e che il rischio di estensione regionale è concreto.

Il 28 febbraio 2026 si è aperta una nuova fase del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. L’operazione militare congiunta lanciata contro obiettivi iraniani ha colpito infrastrutture strategiche e aree urbane, inclusa Teheran. Le autorità iraniane e fonti internazionali concordano su un bilancio che parla di diverse centinaia di vittime complessive sul territorio iraniano e di oltre 750 feriti nelle prime ore successive ai bombardamenti.

LE NOSTRE INDAGINI CON I NOSTRI MEDICI DI UMEM, UNIONE MEDICA EUROMEDITERRANEA E I NOSTRI CORRISPONDENTI DELLA RETE AISCNEWS


In Iran, nel sud del Paese, a Minab, nella provincia di Hormozgan, un missile ha centrato una scuola elementare femminile durante l’orario scolastico. Il bilancio riportato da più fonti internazionali è di 165 alunne uccise e 96 feriti. È uno degli episodi più gravi di questa escalation.
Il Pentagono ha confermato la morte di 3 soldati statunitensi coinvolti nelle operazioni. La risposta iraniana ha portato al lancio di missili verso Israele: a Beit Shemesh si registrano almeno 9 civili uccisi e numerosi feriti. La tensione ha coinvolto anche installazioni militari nella regione del Golfo, con un livello di rischio che non può essere sottovalutato.
Non si tratta più di tensioni indirette. È uno scontro aperto tra attori statali con capacità militari avanzate, in un’area dove sono presenti arsenali strategici e potenze con capacità nucleari.
La nostra rete composta da AMSI – Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, UMEM – Unione Medica Euromediterranea, Co-mai – Comunità del Mondo Arabo in Italia, AISCNEWS – Agenzia Mondiale di Informazione Senza Confini e dal Movimento Internazionale UNITI PER UNIRE analizza con estrema preoccupazione gli sviluppi e richiama con forza la diplomazia internazionale a un’assunzione immediata di responsabilità.

RICHIAMO ALLA RESPONSABILITÀ POLITICA INTERNAZIONALE
Alla luce delle indicazioni diffuse dall’Autorità araba d’emergenza in israele, che richiamano la popolazione alla disciplina, alla protezione dei civili e al sostegno delle squadre di soccorso, di stare vicini ai rifugi ,di non fare preghiera collettiva in Moschea ,sento il dovere di rivolgermi direttamente al mondo politico.
Se alle comunità viene chiesto di proteggere le vite, rispettare le direttive di sicurezza e sostenere i soccorritori, ai governi e alle istituzioni internazionali spetta un compito ancora più grande.
Chiedo con chiarezza:
-Che venga attivato immediatamente un tavolo diplomatico multilaterale permanente sotto l’egida delle Nazioni Unite.
-Che sia garantita la piena tutela del diritto internazionale umanitario e la protezione effettiva dei civili.
-Che vengano istituiti corridoi umanitari sicuri per personale sanitario e popolazione vulnerabile.
-Che si lavori concretamente per evitare un allargamento del conflitto, con il rischio di destabilizzazione regionale e globale.
-Che la politica torni a guidare le crisi con strumenti diplomatici e non esclusivamente militari.
Non possiamo chiedere disciplina ai cittadini se non chiediamo responsabilità alle leadership.
La sicurezza delle comunità locali e la stabilità internazionale dipendono dalle decisioni che verranno assunte ora.

RIPRISTINARE IL RUOLO DELLE NAZIONI UNITE E FERMARE LA DERIVA GLOBALE
Alla luce della proroga dello stato di emergenza in Israele fino al 12 marzo e dell’estensione del conflitto tra Israele e Iran, sento il dovere di rivolgermi ancora una volta alla diplomazia mondiale.
Non possiamo accettare che l’emergenza diventi normalità. Non possiamo permettere che la guerra sostituisca stabilmente il dialogo.
Chiedo con fermezza il ripristino pieno del ruolo delle Nazioni Unite, il rafforzamento degli strumenti multilaterali e l’intensificazione immediata del confronto diplomatico. Ogni giorno di conflitto aumenta il rischio di una escalation incontrollata.
Il pericolo non è solo regionale. Esiste il rischio concreto che lo scontro si allarghi, alimentando fratture tra sunniti e sciiti, acuendo tensioni tra Occidente e Oriente, approfondendo il distacco tra Europa, mondo arabo, mondo musulmano e Stati Uniti. Questa dinamica, già emersa negli ultimi anni, potrebbe trasformarsi in una frattura sistemica globale.
La guerra non costruisce ponti tra civiltà e religioni. Li distrugge. Allontana le comunità, radicalizza le posizioni, alimenta diffidenza e propaganda.
Da oltre venticinque anni, come presidente dell’AMSI e Co-mai e come analista di politica internazionale presente su reti televisive italiane ed europee, ho sempre sostenuto che l’unica via sostenibile è il dialogo. Dalla primavera araba in poi ho ribadito, in numerosi contesti mediatici nazionali e internazionali, che l’analisi deve essere fondata su dati concreti, non su percezioni ideologiche o letture parziali.
Rivolgo quindi un invito anche ai commentatori e agli esperti: valutare i fatti sulla base di informazioni verificate, ascoltare le voci indipendenti presenti sul territorio, distinguere tra informazione e orientamento politico. Ogni testata ha una propria linea editoriale; per questo è fondamentale confrontare le fonti e garantire trasparenza.
La rete che rappresento opera dal 2000 in piena indipendenza, riunendo medici e professionisti della sanità, e negli ultimi anni si è rafforzata anche sul piano informativo attraverso una rete giornalistica indipendente. La nostra credibilità si fonda proprio sull’autonomia e sulla responsabilità nell’analisi.
Ribadisco: fermare i conflitti oggi significa evitare una frattura globale domani. La politica internazionale deve assumersi questa responsabilità prima che la spirale militare renda irreversibile la crisi.

APPELLO ALLA POLITICA ITALIANA: RIENTRO SICURO DEI PROFESSIONISTI SANITARI DALL’AREA DEL GOLFO E DA IRAN, LIBANO, GIORDANIA E IRAQ
In queste ore riceviamo numerose segnalazioni da colleghi professionisti della sanità italiani che operano nei Paesi del Golfo – Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait e Oman – oltre che in Giordania, Iraq, Iran e Libano.
Alla luce della situazione geopolitica attuale e dei comunicati congiunti diffusi da alcuni di questi Paesi, che valutano possibili risposte all’Iran dopo il coinvolgimento di basi statunitensi nell’area, cresce la preoccupazione tra il personale sanitario italiano presente sul territorio.
Nel contesto dell’attuale instabilità e delle crescenti difficoltà operative nell’area mediorientale, registriamo un dato rilevante: secondo le nostre rilevazioni interne, circa il 35% dei professionisti sanitari italiani attualmente in servizio nei Paesi del Golfo, in Giordania, Libano, Iraq e Iran manifesta la volontà di rientrare in Italia per ragioni di sicurezza. Numerosi colleghi hanno già preso contatto con le nostre organizzazioni per valutare percorsi concreti di reinserimento nel Servizio sanitario nazionale e nel sistema sanitario accreditato.
Parallelamente, oltre il 30% dei medici e dei professionisti sanitari iraniani – tra cui infermieri, psicologi, farmacisti, logopedisti, podologi, osteopati e ingegneri clinici esperti in sanità, molti dei quali laureati o specializzati in Italia – esprime la medesima intenzione di trasferirsi o rientrare stabilmente nel nostro Paese, mettendo a disposizione competenze altamente qualificate.
Per questo rivolgo un appello diretto al Governo italiano e al Ministro della Salute, affinché vengano create con urgenza le condizioni operative e amministrative necessarie a garantire un rientro sicuro dei nostri professionisti sanitari e la possibilità concreta di reinserimento nel sistema sanitario nazionale.
In un momento in cui l’Italia soffre una carenza strutturale di personale medico e infermieristico, il rientro di professionisti già formati e qualificati rappresenterebbe non solo una misura di tutela umana e di responsabilità istituzionale, ma anche una scelta strategica per la tenuta e il rafforzamento del nostro sistema sanitario.

A nome della Co-mai esprimo, quindi, solidarietà a tutti i popoli arabi coinvolti in questa nuova fase di conflitto. A nome dell’AMSI esprimo solidarietà a tutti i professionisti sanitari, di ogni nazionalità, che stanno operando sotto le bombe e continuano a curare senza distinzione.
Chiedo ancora una volta con chiarezza e fermezza la riapertura immediata di canali diplomatici multilaterali credibili. Chiedo che la tutela di donne, bambini, civili e operatori sanitari venga posta al centro dell’agenda internazionale. Chiedo che venga interrotta la spirale di azioni e ritorsioni prima che il conflitto degeneri ulteriormente.
In un’area dove sono presenti potenze con capacità strategiche avanzate, ogni errore di calcolo può avere conseguenze globali. Ritardare un’iniziativa diplomatica oggi significa moltiplicare il numero delle vittime domani.
La diplomazia deve tornare ad essere lo strumento principale di gestione della crisi. È una responsabilità che non può più essere rinviata.
Con senso di responsabilità istituzionale,

Prof. Foad Aodi
Medico Giornalista
Presidente di Aisc News
Presidente Amsi-Umem e Uniti per Unire
Presidente onorario e fondatore Co-mai
 Medico-fisiatra
 Giornalista e divulgatore scientifico internazionale
 Esperto in salute globale
 Membro del Registro Esperti FNOMCEO 
Docente Università di Tor Vergata

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