Kierkegaard. Il filosofo della rottura delle idee della folla e della salvezza dell’uomo in Croce

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AgenPress. Non c’è un percorso omogeneo nella filosofia di Søren Kierkegaard. Volutamente. È il primo filosofo dell’età moderna che rompe drasticamente con la sistematicità della logica del filosofare per parametri fenomenologici. Non ci sono fenomeni. Ci sono esistenze.

Il pensiero non è un fenomeno. È una frammentazione di contraddizioni in cui non ci sono le “cose” a reggere l’impalcatura del “palazzo” delle idee. Ma non ci sono neppure idee separate dal pensiero sullo spirito dell’uomo. Tutto può essere contraddetto dall’esperienza perché l’esperienza è completamente umana.

L’angoscia che chiama “malattia mortale” è oltre l’essere della depressione. Ovvero oltre il deprimere l’anima a oggetto sconsiderato della materia. La materia è marmorea. Lo spirito è un inciso malleabile che diventa coscienza. Non scienza della cosa. Ma conoscenza della propria intimità. Della propria individualità. Del proprio essere nel mondo.

L’individualità è un atto di solitudine. Bisogna abitare la solitudine per essere unici al cospetto della propria sensibilità. Il suo Don Giovanni non è soltanto un legame con il ritmo della musica e con il dolore di Mozart. È l’uomo solo che vorrebbe sfuggire alla solitudine per attraversare il viaggio dentro la seduzione del vivere. Don Giovanni vorrebbe sedurre non la donna in sé ma attraverso la donna la vita.

La vita cederà alla seduzione o aprirà una lotta impari con Don Giovanni? C’è in Kierkegaard il Don Giovanni mozartiano ma anche il diario del seduttore. Ovvero l’estremo passaggio delle regole attraverso l’etica nel campo minato dell’estetica. Qui c’è l’uomo che si ribella. Quell’uomo in rivolta, attuato da Camus, che conosce la disperazione e proprio perché la conosce si trova davanti a un paradosso che si esprime in in Aut Aut. Restare tra l’etica e l’estetica o avviarsi verso la sfida di Dio con Abramo?

Fin dove l’uomo potrà estendersi per non toccare il limite della non vita? Dio è appunto una sfida e come tale è un rischio. Abramo arriverà a sacrificare il figlio Isacco? Eticamente ci prova. Forse avrebbe compiuto il sacrificio pur temendo il timore e avendo vissuto il tremore già a priori? Ma è sempre Dio che interviene. Non con una prassi teologica ma con una estetica che coinvolge la vita intera nell’approdo in una salvezza in cui Cristo è Croce e Redenzione.

La Rivelazione vera non sta nell’etica ma nella trasformazione dell’estetica in religiosità non della paura ma della Rigenerazione dell’uomo stesso. Cristo è l’uomo in Croce. La Croce lo reinventa come divinità immortale. Se da un versante c’è la morte dall’altro c’è il fatto che la Croce rende immortale. Ovvero la sofferenza il dolore il tragico vanno oltre il presente. Anzi si confrontano con il presente dell’uomo per dare un orizzonte di destino all’Uomo considerato Tradizione. La cristianità è un esercizio della Rivelazione. Quindi non può esserci ragione in tutto ciò. Bensì mistero.

L’uomo nella sua individualità può percepire il mistero. Non la folla. L’uomo individuale è il pensiero che supera il razionale che è conseguenza di una logica di una filosofia sistematica. La sistematicità non rende liberi. L’uomo di Kierkegaard ha la sua libertà perché può scegliere. Deve scegliere. Appunto Aut Aut. Può vivere l’angoscia come malattia. Appunto c’è la filosofia medicinale, come avrebbe detto Maria Zambrano, perché c’è la metafisica della Luce tra il giglio e l’uccello. La breve durata e il volo come metafora della libertà.

C’è la bellezza e c’è la rinuncia. Appunto il suo amore per Regina Olsen con la relativa metafora di Cordelia. La filosofia di Kierkegaard è un diario. Già a considerare ciò si esce dalla trincea del sistema condizionato.

Tutta la filosofa che verrà dopo Kierkegaard, compresa quella di Nietzsche e Heidegger, non potrà fare a meno di Søren che combatterà con Pascal fino a lacerare il cuore. Schopenhauer apre una strada. Kierkegaard la spalanca. Nietzsche la definisce. Camus Cioran Sgalambro Zambrano Ceronetti… scavano un cammino. Kant e Hegel appartengono a un mondo finito.

L’uomo è una percezione metafisica infinita sino al punto di custodire l’anima non in una caverna ma in una conchiglia in cui la Luce è beatitudine e tragedia e la folla è soltanto un cumulo di macerie che non ha mai compreso l’uomo come singolo portatore di memoria di emozioni di percezioni. Cristo in fondo é la vera metafora dell’uomo che accetta la solitudine e accogliendola salva.

Pierfranco Bruni

 

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