La forma di vita. Francesco secondo Agamben

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AgenPress. “Come pensare una forma-di-vita, cioè una vita umana del tutto sottratta alla presa del diritto e un uso dei corpi e del mondo che non si sostanzi mai in un’appropriazione? Come pensare la vita come ciò di cui non si dà mai proprietà, ma soltanto un uso comune?” (Giorgio Agamben, Altissima Povertà).

Spesso Francesco d’Assisi è stato letto dalla filosofia sul piano di una ontologia oltre la teologia. Uno sguardo che tocca decisamente la metafisica. Francesco d’Assisi non fonda una dottrina. Fonda un modo di stare al mondo. Giorgio Agamben, filosofo e non teologo, lo intuisce con lucidità. In  Francesco c’è il tentativo più radicale della storia occidentale di abolire lo scarto tra vita e regola.

Scrive Agamben: «La via indicata da Francesco è quella di una vita che si fa talmente aderente alla regola da non poter più essere distinta da essa. È l’utopia (e la pratica) di una “forma di vita” dove non c’è scarto tra il precetto e l’azione quotidiana».

Qui è il cuore di tutto. Non può essetci alcuna morale. È ontologia, dunque. Perché la domanda di Francesco non è: “Cosa devo fare?”.  La domanda è: “Chi devo essere perché ciò che faccio sia vero?”. Si è dentro la percezione della didattica. Anzi di una didattica della percezione. Francesco insegna a vedere.  È una didattica della percezione.  Vedere il sole e chiamarlo fratello. Vedere il lupo e non temerlo. Vedere il lebbroso e toccarlo.

Non è pietismo. È un rovesciamento del punto di vista. Fino ad allora l’uomo guardava il mondo per possederlo.  Francesco lo guarda per abitarlo.  E abitare, in francescano, significa riconoscere.  Riconoscere che ogni cosa ha nome, ha voce, ha dignità.  La pietra, l’acqua, il vento non sono oggetti. Sono creature.

Così nasce la vera rivoluzione: togliere al mondo la maschera dell’utile.  E restituirgli il volto. Agamben sottolinea:  «Francesco cerca di pensare e vivere un’esperienza umana e spirituale là dove il diritto (la proprietà, l’istituzione) non riesce ad arrivare, tentando di abolire la scissione tra ciò che si è e ciò che si deve fare». È la frattura della civiltà occidentale. Francesco taglia.  Sceglie l’altissima povertà. Non come miseria, ma come uscita dal diritto.  Chi non possiede non ha bisogno di difendersi.  Chi non possiede non ha bisogno di istituzioni che lo tutelino.  Chi non possiede può coincidere con se stesso.

La povertà francescana è dunque una scelta ontologica. In altri termini è l’utopia fatta carne. Ed è anche pratica quotidiana: pane chiesto, strada percorsa, corpo esposto. Si ravvisa una ermeneutica della povertà. Agamben legge Francesco e costruisce un’ermeneutica della povertà.

Interpretare la povertà non come mancanza, ma come pienezza.  Non come privazione, ma come forma. In fondo la povertà è linguaggio.  È il corpo che parla senza firma. È la parola che serve e non comanda.  È la regola che non costringe perché è già vita.

Per questo la figura di Francesco è scandalo.

Perché dimostra che si può vivere senza scarto. Che si può pensare e fare la stessa cosa.  Che si può essere credenti senza istituzioni, uomini senza proprietà, liberi senza potere. Insomma tutto si potrebbe chiamare anche armonia.

L’armonia di Francesco è tutta qui: nel cerchio chiuso.  Estetica, etica, religioso. Tutto in una sola vita.  Canta le creature e lava i piedi ai lebbrosi.  Predica agli uccelli e obbedisce al Vescovo.  Ride e piange.  Non c’è contraddizione. C’è aderenza.  È quello che Agamben chiama “forma-di-vita”.  Una vita che non ha bisogno di essere giustificata, perché si giustifica da sola nel viverla.

Si potrebbe parlare di attualità in questo incastro di idee? Oggi viviamo nel tempo dello scarto.  Diciamo valori e pratichiamo calcoli.  Parliamo di comunità e viviamo di profili.  Abbiamo diritti e abbiamo perso il senso.

Francesco sembra guardarci da Assisi e tace.  Il suo silenzio è più forte di ogni discorso.  Ci dice: tornate alla percezione.  Tornate a vedere.  Tornate a far coincidere ciò che siete con ciò che fate. Agamben ha ragione.  Francesco non è passato.  È una possibilità sempre aperta.  La possibilità di una vita che, senza proprietà e senza maschere,  riesce finalmente ad essere soltanto vita.

In questo la povertà diventa altissima:  perché è l’unico luogo dove l’uomo smette di possedere il mondo  e comincia ad appartenere al mondo. Non è un paradosso. È una visione possibilmente metafisica dentro l’esistere con armonia sapendo che la vita è l’intreccio tra forma e tempo o tra presenza quotidiana e durata immateriale. Un infinito in cui corpo e anima sostano e viaggiano. Il mistero si offe a questa ermeneutica della sacralità.

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