“Con il via libera della Camera al disegno di legge già ribattezzato ‘Melonellum’, l’Italia compie un nuovo passo verso quella che sarebbe la sesta legge elettorale in poco più di trent’anni. Il testo proseguirà ora il suo iter parlamentare al Senato, ma il significato politico dell’approvazione è già evidente: ancora una volta una maggioranza sceglie di riscrivere le regole del voto”.
È la riflessione di Costantino Del Riccio sul nuovo disegno di legge elettorale
AgenPress. “Dal Mattarellum al Porcellum, dall’Italicum al Rosatellum, fino al Melonellum, ogni stagione politica ha prodotto la propria legge elettorale. Più che strumenti destinati a garantire stabilità nel tempo, le norme elettorali sono diventate il riflesso degli equilibri della maggioranza del momento. È questa la vera anomalia italiana. Nelle principali democrazie europee le regole del voto vengono modificate raramente e solo dopo un ampio confronto politico. In Italia, invece, cambiano con sorprendente frequenza, alimentando l’idea che i problemi della politica possano essere risolti attraverso l’ingegneria elettorale.”
“Il nuovo disegno di legge si inserisce perfettamente in questa tradizione. L’obiettivo dichiarato è assicurare governi più solidi, riducendo il rischio di maggioranze fragili e crisi parlamentari. Per farlo introduce un premio di maggioranza assegnato alla coalizione che superi una determinata soglia di consenso, prevede l’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio e mantiene liste integralmente bloccate. Sono scelte che riaprono un dibattito antico: fino a che punto è legittimo comprimere la rappresentanza per favorire la governabilità?”
“La Costituzione non offre una risposta semplice, ma indica un equilibrio. La stabilità dell’esecutivo è certamente un obiettivo legittimo, purché non venga perseguita sacrificando oltre misura l’uguaglianza del voto e il pluralismo politico. Non a caso la Corte costituzionale è già intervenuta due volte, prima sul Porcellum e poi sull’Italicum, censurando alcuni meccanismi che alteravano in modo eccessivo il rapporto tra consenso elettorale e composizione del Parlamento.”
“Il nodo, dunque, non riguarda soltanto il nuovo premio di maggioranza. Riguarda soprattutto l’idea che una legge elettorale possa trasformarsi nello strumento principale per garantire la stabilità politica. È una convinzione che negli ultimi trent’anni ha accompagnato quasi tutte le riforme, senza produrre i risultati sperati.”
“Anche l’indicazione preventiva del candidato premier presenta profili delicati. Formalmente il testo ribadisce che restano immutati i poteri del Presidente della Repubblica previsti dall’articolo 92 della Costituzione. Politicamente, però, il messaggio è diverso: si suggerisce agli elettori che il voto determini direttamente il Presidente del Consiglio, quando il nostro ordinamento continua a essere parlamentare. Dopo le elezioni resta infatti il Capo dello Stato a conferire l’incarico, sulla base degli equilibri che emergono nelle Camere. Questa ambiguità rischia di alimentare aspettative che potrebbero scontrarsi con il funzionamento effettivo delle istituzioni. Se nessuna coalizione fosse in grado di sostenere un governo, il Presidente della Repubblica continuerebbe comunque a esercitare le proprie prerogative costituzionali. La comunicazione politica e il diritto costituzionale finirebbero così per seguire strade diverse.”
“A ciò si aggiunge il tema delle liste bloccate. La possibilità per gli elettori di scegliere i propri rappresentanti costituisce uno degli elementi essenziali della partecipazione democratica. Quando la selezione degli eletti è affidata esclusivamente alle segreterie dei partiti, il rapporto tra cittadini e Parlamento si indebolisce. Anche su questo punto la Consulta ha richiamato il legislatore alla necessità di evitare un’eccessiva compressione della libertà di scelta dell’elettore.”
“Naturalmente sarebbe sbagliato ignorare il problema della governabilità. L’Italia ha conosciuto governi di breve durata, maggioranze eterogenee e frequenti crisi politiche. È comprensibile che il legislatore cerchi strumenti per favorire esecutivi più stabili e capaci di completare il proprio mandato. Una democrazia efficace ha bisogno di istituzioni che sappiano decidere. Il punto, però, è che nessuna formula elettorale può sostituire la qualità della politica. La stabilità dipende anzitutto dalla credibilità dei partiti, dalla coerenza delle coalizioni, dalla capacità delle classi dirigenti di costruire consenso e assumersi responsabilità. Le regole possono facilitare questi processi, ma non crearli artificialmente.”
“C’è poi un dato che dovrebbe preoccupare più di qualsiasi riforma elettorale: la crescente astensione. Quasi un elettore su due sceglie ormai di non votare. È questo il vero segnale della crisi democratica italiana. Una legge elettorale può modificare il modo in cui i seggi vengono distribuiti, ma non basta a ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.”
“Per questa ragione il via libera della Camera non chiude il dibattito, ma lo apre. Se il testo diventerà legge, sarà inevitabilmente sottoposto non solo al giudizio della politica, ma anche a quello della Corte costituzionale e, soprattutto, alla prova dei fatti. L’esperienza insegna che nessuna riforma elettorale riesce a durare se viene percepita come la legge di una maggioranza anziché come una regola condivisa della Repubblica.”
“La lezione degli ultimi trent’anni è chiara. La stabilità non nasce dalla continua riscrittura delle regole del voto, ma dalla solidità delle istituzioni, dalla partecipazione dei cittadini e dalla qualità della rappresentanza. Una buona legge elettorale dovrebbe cercare un equilibrio tra governabilità e pluralismo, senza trasformare l’una nel sacrificio dell’altro. Fino a quando ogni legislatura sentirà il bisogno di costruire la propria legge elettorale, il problema non sarà il sistema di voto. Sarà la difficoltà della politica italiana di accettare regole pensate per durare oltre la convenienza del momento”, conclude Costantino Del Riccio.
