La scuola deve sempre includere. Mai escludere soprattutto per questioni etniche

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AgenPress. La scuola è inclusiva già di per sé. Per sua natura, per sua fondazione costituzionale, per sua vocazione pedagogica. Non è possibile pensare a classificazioni, a percentuali, a schedature. La scuola non è un ufficio anagrafe, non è una dogana. È il primo luogo della comunità.

È un atto culturale e pedagogico soprattutto in un tempo super tecnologico. Conoscenza e apprendimento. I due pilastri. Ridurre il problema dell’istruzione alla questione degli “extracomunitari” o alla presenza di alunni stranieri in classe significa non aver compreso che cosa sia oggi la scuola italiana e che cosa sia l’Italia stessa. È un problema molto serio e profondo che va toccare anche il tema delle contaminazioni.

Non si tratta di una questione soltanto politica o di scelte politiche. È un tratto psicologico che interessa l’educazione e l’integrazione. È un fatto antropologico. La classe non è un contenitore da riempire con quote etniche, è una relazione di esperienze. È un incontro tra biografie, tra lingue, tra fragilità e talenti. Quando si introduce una logica di separazione, di conteggio, di tetto massimo, si produce un effetto immediato e devastante sul piano psicologico: si dice a un bambino che la sua presenza è un problema, che è di troppo. È l’esatto contrario di ogni principio educativo. Educere! Tirare fuori ciò che si ha e riportarlo dentro con capacità cognitive percettevi sensoriali. Qui parliamo di una filosofia della pedagogia.

È giusto che la pedagogia dia il suo parere, e lo dia con forza. Perché la pedagogia non è ancella della politica. Ha un suo statuto scientifico, una sua autonomia. E la pedagogia ci dice da almeno cinquant’anni che l’apprendimento è cooperativo e collaborativo, che la differenza è un moltiplicatore cognitivo, che una classe plurale apprende di più e meglio di una classe omologata. Ma oltre questo bisogna partire dal punto che le infanzie sono sempre inclusive.

Qui entra la lezione che ho sempre difeso: il mio Francesco d’Assisi è stato il primo pedagogista della modernità. Non ha mai contato i suoi fratelli, non ha mai chiesto da dove venissero. Ha insegnato la fratellanza come metodo, non come predica. La scuola francescana è inclusiva perché guarda l’uomo, non l’etnia. Questa è la nostra radice occidentale e mediterranea. In fondo c’è sempre un tratto religioso in ciò.

Siamo una Nazione in cui il pluralismo ha un fondamento preciso, che non è una concessione moderna, ma è la nostra storia. Siamo una Nazione di etnie antiche e moderne. Siamo greci, latini, arabi, normanni, albanesi, sloveni, walser, occitani. Siamo la Magna Grecia e siamo l’emigrazione del Novecento. Il Mediterraneo che ci ha generati è un mare di contaminazioni, non di purezze. Parlare di Italia come di un blocco etnico puro è una falsificazione storica. Il pluralismo è un fattore antropologico e sulla questione antropologica non si può intervenire con un decreto. E tanto si può creare un conflitto.

Perciò non si insista sul problema degli “extracomunitari”, che è una definizione giuridica vecchia, superata e offensiva sul piano umano. Il bambino che siede accanto a mio figlio non è un “extracomunitario”. È un bambino. È un alunno. È un compagno di classe. Ha un nome, una storia, una lingua madre che diventerà una ricchezza anche per gli altri. E questo significa costume e tradizione.

Bisogna certamente pensare ad altre strade. La strada da seguire è un’altra. Non è quella delle classi separate, delle quote, delle paure agitate per consenso. È la strada dell’investimento. Servono più insegnanti, più mediatori culturali, più tempo scuola, più formazione per i docenti. Serve una scuola che non abbia paura della realtà, ma che la accolga e la trasformi in progetto educativo. Appunto. Un progetto educativo interattivo perché l’educazione è il pensare delle conoscenze.

Bisogna considerare però che l’inclusione non è buonismo. È l’unica forma di intelligenza possibile. Una scuola che esclude, che conta, che la schedatura, ha già fallito la sua missione prima ancora di iniziare. Sono bambini. Saranno ragazzi. Non pongo la questione in termini politici. È appunto pedagogico.  Ovvero trattasi di educazione permanente.

Pierfranco Bruni

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