La scuola non può essere considerata, pedagogicamente, sulla base di quote o non quote.
La scuola è un campo privilegiato per un dialogo con il futuro. Non coglierlo, in una civiltà multietnica e plurilinguistica come quella attuale, significa non comprendere il problema delle interazioni tra uomo e civiltà
AgenPress. Non comprendo per quale motivo la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a me cara, abbia ritenuto necessario intervenire sulla scuola con quel brutto termine delle “quote” per gli alunni stranieri, in specie bambini, e in più polemizzare con il Presidente Mattarella per le sue affermazioni in merito. Una bruttissima uscita, culturale e politica insieme. Non era assolutamente necessario porre sottolineature ed entrare in comparazioni con questioni del 1989-1990, quando era Ministro lo stesso Sergio Mattarella. Sono tempi completamente diversi e situazioni storiche non paragonabili.
Ma il problema è ancora un altro. La scuola non può essere considerata, pedagogicamente, sulla base di quote o non quote. Anche i precedenti decreti e circolari puntavano su questo. Ma la Meloni si sarebbe dovuta distinguere. Non lo ha fatto. Purtroppo si sgretola ancora di più un pensiero di scuola dell’umanesimo, ovvero una visione progettuale della scuola che dovrebbe tendere a un’accoglienza integrata e non disgregata e disgregante.
Il punto di tutto è l’Idea che manca, che è quella del Soggetto. Non è possibile considerare il bambino un Oggetto da collocare in un gruppo-classe invece che in un altro. Ciò significa che non si conosce il rapporto tra scuola, famiglia e territorio.
È stato completamente abiurato l’antico dilemma di una pedagogia che va dalle sorelle Agazzi a Giuseppe Lombardo Radice, collaboratore di Giovanni Gentile, la cui Riforma aveva un impianto integralmente spirituale, fino a tutto il modello del personalismo cattolico contemporaneo con Aldo Agazzi, che ha posto sempre al centro il bambino e l’uomo come persona.
Il problema dei bambini stranieri nella scuola è stato ed è ancora il riferimento del progetto educativo del personalismo cattolico. Penso a Monsignor Luigi Secco con la sua pedagogia interculturale, che ha puntato all’accoglienza del bambino straniero e a un’educazione come incontro di persone. Comunque, tuttora esiste in Italia una straordinaria linea metodologica del personalismo che ha un forte spessore cristiano.
Resto completamente perplesso per il fatto che si rinunci a questa visione per discutere di una politica dell’inclusione senza alcun senso motivazionale profondo. Non mi può appartenere l’uscita della Meloni su questo aspetto. Ha avuto un’opportunità singolare nel riprendere una visione progettuale della pedagogia applicata ai nuovi saperi e alla politica dell’accoglienza, con il metodo dell’apprendimento integrale in cui al centro non ci sono le cose o la “cosa”, ma il metodo dell’abitare la persona, uscendo dagli schemi relativisti dell’opportunismo politico. E non è detto che non possano verificarsi forme di opportunità elettoralistiche. Ma così si sradica una cultura di una tradizione anche gentiliana.
È pur vero che il contesto è mutato, ma è altrettanto vero che la persona resta sempre tale se alla base c’è una reale formazione di un umanesimo della vita e della cultura. Non tutto può essere trascinato sul terreno politico se il fatto o la scelta non nasce da una visione forte di esistenza basata sul valore della persona. E non si tratta neppure di identità occidentale o meno. Ormai la “verità”, la “rabbia” e la “ragione” sono state barattate da un’Europa senza alcuna radice e senza alcun riferimento identitario forte, se il mercato è il perno di un interesse che crea disinteresse antropologico.
Insomma, la scuola è un campo privilegiato per un dialogo con il futuro. Non coglierlo, in una civiltà multietnica e plurilinguistica come quella attuale, significa non comprendere il problema delle interazioni tra uomo e civiltà, tra tradizione e innovazione, tra città nei vissuti antropologici e territori distratti.
Certo, so che tutto passa attraverso una consapevolezza e una percezione culturale. Ma qui c’è di mezzo la pedagogia da applicare a una Nazione che cambia. Se si continua con le separazioni tra civiltà e società si raccoglieranno solo macerie. Vogliamo costruire un Valore che non sia Ideologia? L’Europa che si voleva costruire è morta e sepolta. Esistono le economie di un’Europa divisiva. Nella Patria Italia ci sia almeno la possibilità di riportare l’uomo al centro e non discutere di quote.
Sembra che il linguaggio sia effimero, ma costruisce l’asse di una comunità. La Meloni non si imbrigli in polemiche sterili e, in questa questione, parli di un progetto educativo in cui la pedagogia del personalismo possa ritornare al centro di un pensiero forte e non radicalmente debole.
Diceva bene Luigi Secco: “Siamo così di fronte ad una pedagogia dell’essere, più che della cultura; essa ci ricorda che l’educazione è formazione dell’essere, valorizzazione delle proprie potenzialità interiori attraverso una cultura che sempre travalica e verso la quale ci si apre per arricchirsi, per comprendere gli altri e comunicare con essi”.
La Presidente Meloni, ripeto a me cara per formazione anche se provenienti da generazioni diverse, lasci cadere parole e polemiche sulla scuola e sul metodo dell’integrazione e tenga presente ciò che si è detto e ciò che ha sempre pensato Monsignor Secco. La Persona al centro e non la politica. Ovvero si faccia una politica scolastica sull’essere persona in un tempo sradicante.
Pierfranco Bruni
