Primo contributo: La violenza che non sappiamo più riconoscere
di Silvia Calzolari
AgenPress. Fondazione Insigniti OMRI. Un’aggressione avvenuta in una scuola di Roma ha suscitato, oltre alla comprensibile attenzione della cronaca, una domanda che riguarda tutti noi: quali segnali possono precedere un comportamento violento e quanto siamo capaci, come adulti e come comunità, di riconoscerli per tempo?
È da questa domanda che la Fondazione Insigniti OMRI ha scelto di promuovere una riflessione a più voci, affidandola a studiosi e professionisti appartenenti alla Fondazione, con competenze diverse nel campo delle scienze comportamentali, della psicologia, della psichiatria, della sociologia, delle neuroscienze e del mondo della scuola.
Non si tratta di spiegare a posteriori il comportamento di un singolo ragazzo, né di formulare giudizi su una vicenda ancora oggetto degli accertamenti necessari. L’obiettivo è più ampio: provare a comprendere come sia cambiato il rapporto tra adolescenti, adulti, relazioni, ambiente digitale e violenza, e soprattutto interrogarci sulla nostra capacità di prevenire e intervenire prima che il disagio possa trasformarsi in comportamento violento.
Abbiamo chiesto a ciascun autore di offrire il proprio punto di osservazione, nella convinzione che su un tema così complesso non esista una sola chiave di lettura.
Apriamo questo percorso con la riflessione di Silvia Calzolari, psicologa clinica e forense e criminologa, sul volto della violenza nella società contemporanea e sulla crescente difficoltà di riconoscerne precocemente i segnali.
Nuovi predatori insospettabili
Diciamoci la verità. Siamo stati cresciuti con un’idea lombrosiana della violenza e del soggetto violento, ben riconoscibili dai tratti poco rassicuranti e da un lampante livello di disadattamento. Era chiaro: i cattivi, i balordi, gli assassini sanguinari, i delinquenti di mestiere appartenevano ad un altro mondo, non si mescolavano alla collettività delle persone perbene se non in casi eccezionali. E per un tempo sufficientemente lungo questa ripartizione mentale è stata forse riduttiva ma rispondente alla maggior parte della realtà che abbiamo vissuto, al punto da essere diventata una bussola rassicurante per noi naviganti del mondo cosiddetto sviluppato.
Almeno fino ad ora. Fino all’avvento dell’iperdigitalizzazione. Fino alla comparsa di quella sconfinata e indefinita entità chiamata World Wide Web con tutte quelle finestre virtuali, migliaia, attraverso le quali è stata resa legittima nel tempo ogni forma di esibizionismo e voyeurismo, decaduti immediatamente da comportamenti parafilici a categorie di inquietante normalità. Contestualmente a questo miracoloso processo di psicoterapia mondiale, ai nativi digitali è stato concesso anche di più. La sempre partoriente tecnologia ha prodotto meccanismi progressivamente più affinati per complicare il mondo delle relazioni interpersonali, l’unico contesto di significato finora sopravvissuto all’egemonia dell’artificiale.
Instagram, Telegram, Messenger, WhatsApp, TikTok sono solo alcuni degli strumenti nati per comunicare e condividere istantaneamente azzerando, o forse sarebbe più corretto dire manipolando, qualsiasi forma di attesa. Se da una parte infatti l’intento di comunicazione è immediato, dall’altra il tempo di feedback di chi riceve può variare enormemente. Benvenuti nella comunicazione asincrona all’interno della messaggistica sincrona. Un elemento di cui non sentivamo assolutamente il bisogno ma che ha creato un notevole scompiglio nella mente pensante di chi lo impiega quotidianamente. Il tempo nelle relazioni è diventato un organismo geneticamente modificabile: tu scrivi ma io leggo e rispondo quando voglio o simulo un momentaneo disinteresse alterando il mio ritmo emozionale. Lo spazio poi non ne parliamo. Sono qui ora, anzi no, dal gaslighting passo al ghosting fino a domani in cui appaio in una foto a Central Park. Il tutto ulteriormente trasfigurato, infine, dall’avvento dell’AI.
È strano come abbiamo potuto pensare che tutti questi stravolgimenti, che non hanno risparmiato alcuna forma di vita, non finissero per presentare dei costi sulla nostra psiche, soprattutto quella in età evolutiva. Quello specchio da borsetta che portiamo sempre con noi, che non può più essere chiamato “telefonino” avendone completamente perso la funzione nominale, ha irreversibilmente trasformato molti, troppi comportamenti umani, così tanto da rendere quasi ridicolo chi prende davvero sul serio la funzione “Selfie” diventando la parodia di sé stesso. Recitare non è più vivere. La finzione non è vita reale. Le emozioni dentro lo schermo possono non essere vere. La gioia è una condizione artefatta dai filtri. La paura è strumentale e serve a consultare compulsivamente le previsioni meteo o il sito di Verisure. La pietà ha le sembianze di un cane maltrattato acchiappalike. La vergogna questa sconosciuta. La rabbia ha mille e uno volti, molti dei quali nascosti nell’ombra e dietro la tastiera, pronti ad esplodere in violenza. Ecco che la nostra bussola lombrosiana inizia a perdere colpi, laddove le categorie del male si stanno dissolvendo in un’unica, indefinita area grigia, un po’ come accade ai centri urbani che pian piano invadono gli spazi verdi circostanti creando un’unica, vasta, area urbanizzata senza soluzione di continuità. Il male può avere le sembianze del mite vicino della porta accanto, dell’ex fidanzato perfettamente integrato nella società, dello sconosciuto che incontri per malasorte ad un parcheggio, dell’annoiato e solitario tiratore scelto da un terrazzo. Ma anche in quelle del maleducato che non uccide e non brandisce l’arma ma offende verbalmente commentando una qualsiasi notizia che nemmeno gli appartiene ma è di dominio pubblico. Oppure di colui che filma e condivide ogni forma di atrocità secondo la legge della domanda e dell’offerta, venendo premiato da migliaia di visualizzazioni e alimentando così una pornografia del male. Perché la violenza è un virus, che ha penetrato la società trasversalmente e conta molti, anzi moltissimi portatori sani. E quando ad esserlo è un tredicenne, poco più che un bambino, l’onda di indignazione e lo sbigottimento sono comprensibilmente più elevati. Ma è inutile che andiamo ad invocare teorie salvagente o categorie scientifiche ormai obsolete, che farebbero girare nella tomba persino chi ne è stato illustre genitore, perché il delinquente nato non esiste più.
Il male, inteso come violenza aspecifica, è una nuova categoria appartenente alla dimensione psico-sociale da monitorare in ognuno come l’emocromo, affinando gli strumenti di identificazione precoce dei markers e degli indicatori della violenza attraverso un ritorno alla conoscenza reale e all’umanità, questa sconosciuta.
Un confronto che continua
È questo il primo contributo di un percorso che la Fondazione Insigniti OMRI intende sviluppare nel tempo, dando spazio a punti di vista differenti e complementari.
Nei prossimi contributi torneremo sul ruolo della famiglia, della scuola e degli adulti, sui cambiamenti dell’adolescenza, sull’ambiente digitale, sui segnali di disagio, sulla prevenzione e sulla possibilità di costruire strumenti più efficaci di ascolto e di intervento.
Non cerchiamo una risposta unica. Cerchiamo le domande giuste e, attraverso il confronto tra competenze diverse, gli strumenti per affrontarle.
È anche questo, per la Fondazione, un modo concreto di mettere le proprie competenze al servizio della comunità e soprattutto delle nuove generazioni.
