AMSI-CO-MAI-UXU: “No al tetto del 30% per gli studenti stranieri”

- Advertisement -
- Advertisement -

L’INDAGINE DELLA RETE: OLTRE 930MILA ALUNNI SENZA CITTADINANZA ITALIANA, MA QUASI DUE SU TRE SONO NATI IN ITALIA.

FOAD AODI E NADIR AODI: “NON SCARICHIAMO SUI BAMBINI LE CRITICITÀ DELLA SCUOLA. IL PROBLEMA REALE È LA CONOSCENZA DELL’ITALIANO, NON L’ORIGINE. SERVE PIÙ LINGUA, MEDIATORI, INCLUSIONE E SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE. LA SCUOLA DEVE ABBATTERE I MURI, NON COSTRUIRNE DI NUOVI”


AgenPress. Il tetto del 30% agli studenti che non conoscono adeguatamente la lingua italiana arriva oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri con il decreto legge sulla scuola. La misura annunciata dal Governo dovrebbe riguardare i nuovi arrivi, senza modificare le classi già costituite, e avere come criterio centrale la conoscenza dell’italiano e non semplicemente la cittadinanza. Gli uffici scolastici territoriali dovrebbero coordinare la distribuzione degli studenti tra scuole di prossimità, con deroghe laddove ciò non sia materialmente possibile e oltre 14 milioni di euro destinati al potenziamento personalizzato dell’italiano.

È su questo scenario che AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, denominata anche Unione Professionisti della Sanità Internazionali), CO-MAI (Comunità del Mondo Arabo in Italia), AISCNEWS (Agenzia Mondiale di Informazione Senza Confini), CISC NETWORK (Consorzio Informazione Senza Confini) e il Movimento Internazionale UNITI PER UNIRE presentano una propria indagine e riflessione sulla presenza degli studenti di origine straniera nella scuola italiana, sulle classi interessate, sulle seconde generazioni e sulle reali criticità linguistiche, rilanciando contemporaneamente le proposte contenute nel Manifesto Internazionale Interculturale “Unione per l’Italia”.

A intervenire, a nome della rete associativa e dei movimenti, sono il Prof. Foad Aodi, medico-ortopedico-fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCEO e docente dell’Università di Tor Vergata, e il Dott. Nadir Aodi, podologo, vice Segretario Generale di AMSI e Uniti per Unire, coordinatore del Dipartimento Gioventù e Nuove Generazioni e della Commissione Podologi di Uniti per Unire, nonché socio fondatore di Unione per l’Italia (UN.IT).

L’INDAGINE: OLTRE 930MILA STUDENTI, MA QUASI DUE SU TRE SONO NATI IN ITALIA
L’indagine della rete parte dalla fotografia della popolazione scolastica e mette a confronto numero degli studenti senza cittadinanza italiana, seconde generazioni, distribuzione nelle classi e reale necessità di integrazione linguistica.
Gli studenti senza cittadinanza italiana sono circa 931mila, pari all’11,6% della popolazione scolastica complessiva. Ma il dato cambia profondamente quando si guarda al luogo di nascita: il 65,2%, oltre 607mila ragazzi, è nato in Italia.
Significa che, su 100 studenti classificati statisticamente come stranieri perché privi della cittadinanza italiana, circa 65 sono nati nel nostro Paese.
È questa, secondo la rete associativa, una delle distinzioni decisive nel dibattito sul tetto del 30%: studente senza cittadinanza italiana, studente nato all’estero e studente che non conosce adeguatamente l’italiano non sono tre definizioni equivalenti.
L’indagine evidenzia inoltre una forte concentrazione territoriale: circa il 65% degli studenti senza cittadinanza italiana frequenta le scuole del Nord e circa il 26% si trova nella sola Lombardia. Il fenomeno non è quindi distribuito uniformemente sul territorio nazionale e la possibilità concreta di redistribuire gli studenti cambia radicalmente tra grandi aree urbane, piccoli Comuni e territori caratterizzati da una maggiore concentrazione di famiglie di origine straniera.

IL NODO DELLE CLASSI OLTRE IL 30%
Un secondo elemento dell’indagine riguarda proprio le classi che superano la soglia indicata dal Governo.
Quando vengono considerati indistintamente tutti gli studenti senza cittadinanza italiana, comprese quindi le seconde generazioni nate nel nostro Paese, le classi statali oltre la soglia del 30% rappresentano circa il 7,6% del totale.
Quando invece si considera la presenza degli studenti senza cittadinanza italiana nati all’estero, la percentuale delle classi oltre quella soglia scende allo 0,6%.
La differenza emerge anche nei diversi cicli scolastici: nella primaria si passa dal 12,4% allo 0,6%, nella secondaria di primo grado dal 7% allo 0,2%, mentre nelle superiori dal 3,5% allo 0,8%.
Per la rete questi numeri non significano che le difficoltà linguistiche non esistano. Al contrario, indicano la necessità di individuarle con maggiore precisione, distinguendo tra chi nasce e cresce nel sistema scolastico italiano e chi arriva nel nostro Paese senza conoscere ancora la lingua.
«È proprio qui – affermano Foad Aodi e Nadir Aodi – che dobbiamo evitare generalizzazioni. Non condividiamo il tetto del 30% come soluzione rigida e generalizzata. Prendiamo atto che il Governo ha chiarito che il criterio sarà linguistico e non semplicemente legato alla cittadinanza, ma chiediamo che questo principio venga applicato fino in fondo.
Un ragazzo nato in Italia, che frequenta le nostre scuole dall’infanzia e parla italiano, non può essere considerato allo stesso modo di un ragazzo arrivato da pochi giorni che ha bisogno, legittimamente, di imparare la lingua.
Il problema esiste quando un bambino non riesce a comprendere l’insegnante, comunicare con i compagni o seguire il programma. È lì che dobbiamo intervenire. Il problema è linguistico ed educativo, non può diventare un problema di origine».

FOAD AODI E NADIR AODI: «NON SCARICHIAMO SUI BAMBINI I PROBLEMI DELLA SCUOLA»
«Non possiamo – proseguono Foad Aodi e Nadir Aodi – scaricare tutte le criticità della scuola italiana sulla presenza degli studenti di origine straniera. Abbiamo problemi di dispersione scolastica, difficoltà sociali, carenza di personale, necessità di maggiore sostegno linguistico, famiglie che devono essere maggiormente coinvolte e territori nei quali servono più mediatori.
Affrontiamo queste questioni una per una, ma non trasformiamo i bambini nel bersaglio più semplice.
C’è inoltre un dato che troppo spesso viene dimenticato: in numerosi territori italiani, davanti alla denatalità e alla progressiva diminuzione della popolazione scolastica, la presenza degli studenti di origine straniera ha contribuito a mantenere vive classi, plessi e comunità scolastiche.
La multietnicità non è un’ipotesi sul futuro. È già il presente dell’Italia e sarà sempre più il suo futuro. Il compito delle istituzioni deve essere governarla attraverso integrazione, conoscenza della lingua, rispetto delle regole e partecipazione».

FOAD AODI E NADIR AODI, FAMIGLIE: «UN BAMBINO NON È UN NUMERO DA SPOSTARE»
L’indagine e la riflessione della rete pongono anche un secondo problema: gli effetti concreti sulle famiglie di una eventuale redistribuzione degli studenti tra istituti.
«Dire che un bambino può essere spostato in un’altra scuola sembra semplice sulla carta – sottolineano Foad Aodi e Nadir Aodi – ma dietro quel bambino c’è una famiglia.
Bisogna considerare distanze, trasporti, costi economici, tempi degli spostamenti, orari lavorativi dei genitori, presenza di fratelli e sorelle nello stesso istituto e caratteristiche del territorio.
Non possiamo chiedere a una famiglia di percorrere chilometri ogni mattina semplicemente per far quadrare una percentuale. E ci sono quartieri e piccoli Comuni nei quali le alternative materialmente non esistono.
Per questo riteniamo importante che siano previste deroghe, ma chiediamo che la flessibilità non rappresenti l’eccezione: deve essere uno dei criteri fondamentali dell’applicazione della norma».

LE PROPOSTE: PIÙ ITALIANO, PIÙ MEDIATORI, PIÙ COINVOLGIMENTO DELLE FAMIGLIE
La rete associativa indica quindi una strada alternativa al semplice meccanismo numerico: valutare concretamente la competenza linguistica del singolo studente e intervenire dove esiste realmente il bisogno.
«Diciamo sì – spiegano Foad Aodi e Nadir Aodi – a una valutazione linguistica individuale all’ingresso nella scuola italiana, sì ai corsi intensivi di italiano L2, sì al potenziamento personalizzato per i nuovi arrivati, sì a verifiche periodiche dei progressi e sì a un maggiore utilizzo dei mediatori linguistico-culturali.
Ma dobbiamo lavorare anche con i genitori. Se una famiglia non conosce la lingua italiana diventa più difficile comunicare con gli insegnanti, comprendere le necessità del figlio e partecipare alla vita scolastica.
Per questo proponiamo percorsi di lingua italiana anche per le famiglie che ne hanno bisogno, insieme a programmi di educazione civica, conoscenza dei diritti e dei doveri e maggiore collaborazione tra scuole, istituzioni, associazioni e comunità presenti sul territorio.
I 14 milioni annunciati dal Governo per il potenziamento linguistico devono essere utilizzati proprio per costruire strumenti concreti e misurabili di integrazione».

FOAD AODI E NADIR AODI: «SERVONO CRITERI CHIARI PER STABILIRE CHI NON CONOSCE ADEGUATAMENTE L’ITALIANO»
La rete pone infine una questione che considera decisiva nell’applicazione del provvedimento: come verrà stabilito concretamente se uno studente possiede o meno una conoscenza adeguata della lingua italiana?
«Se il criterio è realmente linguistico – osservano Foad Aodi e Nadir Aodi – dobbiamo sapere chi effettua la valutazione, attraverso quali parametri, in quale momento e con quali verifiche successive.
Un ragazzo può arrivare senza parlare italiano e dopo alcuni mesi raggiungere un livello sufficiente per partecipare pienamente alla vita della classe. Per questo la valutazione non può diventare un’etichetta permanente.
Chiediamo un sistema trasparente, uniforme sul territorio nazionale e soprattutto finalizzato all’inclusione. La lingua deve essere lo strumento attraverso il quale inseriamo più rapidamente un bambino nella comunità scolastica, non il criterio attraverso il quale lo teniamo fuori».

FOAD AODI E NADIR AODI: «LA MULTIETNICITÀ È IL PRESENTE E IL FUTURO. NON STRUMENTALIZZIAMO I BAMBINI»
«Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato recentemente quanto la scuola sia fondamentale per l’integrazione e quanto sia necessario evitare ghetti e barriere.
Noi partiamo esattamente da qui. Vogliamo integrazione vera, non ghettizzazione. Vogliamo che chi arriva impari l’italiano, che le famiglie rispettino le regole, che i ragazzi conoscano diritti e doveri e che tutti partecipino alla comunità scolastica.
Ma chiediamo anche di non strumentalizzare questo tema e soprattutto di non fare battaglie politiche sulla pelle dei bambini di origine straniera.
La scuola è il primo luogo nel quale bambini con storie e origini differenti imparano a conoscersi. È lì che si costruisce la società di domani.
Per questo chiediamo al Governo di accompagnare qualsiasi nuova norma con un monitoraggio nazionale dei risultati, un confronto permanente con scuole, famiglie, mediatori e associazioni e una verifica concreta degli effetti del provvedimento sui territori.
Combattiamo le criticità vere. Insegniamo meglio e di più la lingua italiana. Promuoviamo inclusione e rispetto delle regole. Aiutiamo le famiglie a integrarsi.
Ma non costruiamo nuove divisioni proprio nel luogo che dovrebbe insegnare a superarle. L’inclusione comincia dalla scuola. I muri non devono cominciare proprio dalle scuole», concludono Foad Aodi e Nadir Aodi.

- Advertisement -

Potrebbe Interessarti

- Advertisement -

Ultime Notizie

- Advertisement -