Minori, radicalizzazione online e violenza: dai segnali della rete alla responsabilità degli adulti

- Advertisement -
- Advertisement -

Fondazione Insigniti OMRI: Quando la violenza diventa una comunità Gli ultimi giorni hanno consegnato alle cronache una serie di episodi diversi tra loro, ma accomunati da una presenza che non può essere ignorata: quella di ambienti digitali nei quali la violenza può trasformarsi da contenuto da osservare in linguaggio da condividere, e talvolta in modello di appartenenza.


AgenPress. Il 24 settembre il ROS dei Carabinieri e la Digos, coordinati dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, hanno eseguito 17 perquisizioni personali, locali e informatiche in diverse regioni italiane, nell’ambito di un’indagine coordinata dalle Procure di Roma, anche per i minorenni, e di Venezia. Le persone interessate sono 14 minorenni e tre maggiorenni. Secondo quanto comunicato dalla Polizia di Stato, l’attività investigativa riguarda ambienti online riconducibili all’area accelerazionista, suprematista e neonazista. Tra le ipotesi di reato contestate figurano, a vario titolo, l’istigazione a delinquere, la propaganda e l’istigazione per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e l’addestramento ad attività con finalità di terrorismo.

È importante fermarsi qui, prima di fare qualsiasi considerazione. Si tratta di persone indagate e di un procedimento nella fase investigativa. Le contestazioni non equivalgono a responsabilità definitivamente accertate. È una distinzione giuridica, ma anche un dovere di correttezza per chi vuole riflettere sul fenomeno senza trasformare un’indagine in una sentenza.

Ciò che emerge dalle attività investigative è tuttavia significativo. Secondo gli investigatori, nei gruppi monitorati sarebbero stati diffusi contenuti razzisti e antisemiti, propaganda neonazista e suprematista, materiale di esaltazione di attentatori e contenuti relativi alla preparazione di azioni violente. Durante le perquisizioni sarebbero stati sequestrati, tra l’altro, dispositivi informatici, armi bianche e oggetti riconducibili alla simbologia nazista.

Non è dunque soltanto il contenuto di un messaggio a meritare attenzione. È il contesto nel quale quel messaggio viene ricevuto, ripetuto, condiviso e trasformato in appartenenza.

Il segnale che arriva dalla rete È questo, forse, il punto sul quale vale la pena interrogarsi.
La rete non ha inventato l’odio, la violenza o il fanatismo. Ma ha modificato profondamente il modo nel quale possono essere incontrati, alimentati e diffusi.

Un ragazzo può entrare in contatto con un’immagine, un video, una conversazione. Può incontrare altri ragazzi che condividono lo stesso linguaggio. Può ricevere approvazione, attenzione, riconoscimento. Può scoprire una comunità nella quale ciò che altrove sarebbe considerato inaccettabile viene invece presentato come normale, coraggioso o addirittura meritorio.

È un processo che non può essere ridotto a una sola causa e che non riguarda indistintamente chiunque frequenti un social network.

La stessa documentazione europea sulla prevenzione della radicalizzazione sottolinea la complessità del fenomeno e individua nell’intreccio tra fattori personali, sociali e tecnologici una delle sue caratteristiche. L’Unione europea richiama inoltre il ruolo che possono avere, nei processi di attrazione verso ideologie estremiste, la ricerca di identità e di appartenenza e l’utilizzo di strumenti digitali sempre più sofisticati.

È una considerazione che merita attenzione soprattutto quando parliamo di adolescenti.
Perché nell’età nella quale si cerca di capire chi si è, il bisogno di appartenere può diventare particolarmente importante. E una comunità virtuale può offrire, molto rapidamente, un’identità, un linguaggio, un gruppo di riferimento e persino un nemico contro il quale definirsi.

Dal videogioco alla realtà Uno degli aspetti più delicati è che i percorsi di radicalizzazione non si sviluppano necessariamente all’interno di spazi dichiaratamente politici o ideologici.

Un approfondimento pubblicato nel 2026 nell’ambito dell’EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation ha analizzato proprio il rapporto tra ambienti di gioco online, minori e radicalizzazione dell’estrema destra, evidenziando come le interazioni durante il gioco possano creare relazioni di fiducia che, in alcuni casi, facilitano il successivo ingresso in gruppi chiusi e l’esposizione a ideologie estremiste.

È un passaggio che impone prudenza. Non significa che il gaming produca radicalizzazione. Significa che gli ambienti nei quali i ragazzi trascorrono parte della loro vita digitale possono essere utilizzati anche per costruire relazioni, conquistare fiducia e successivamente veicolare contenuti estremisti.

Europol segnala da tempo l’impiego di social network, giochi e altre piattaforme digitali per raggiungere e coinvolgere minori e sottolinea la necessità di una risposta che coinvolga famiglie, educatori, professionisti e forze di polizia.

Il caso di Roma: ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo. In questo quadro si inserisce anche l’indagine sull’aggressione alla docente di una scuola di Centocelle.

Gli investigatori hanno identificato digitalmente quattro o cinque account presenti online durante l’aggressione e stanno cercando di verificarne l’identità e l’eventuale ruolo nell’accaduto. La procura per i minorenni sta quindi esaminando anche la dimensione digitale della vicenda.

È proprio qui che bisogna evitare qualsiasi scorciatoia interpretativa. Il fatto che esistano contatti digitali, ambienti di fascinazione per la violenza o gruppi nei quali vengono celebrati autori di stragi non dimostra, di per sé, l’esistenza di un rapporto causale con un determinato gesto criminale.

Saranno le indagini a stabilire se e quale ruolo abbiano avuto eventuali interlocutori, se vi siano state forme di istigazione e se esistano collegamenti con altre reti.

Questa cautela non indebolisce la riflessione. La rende più seria. Il problema comincia prima del reato Forse è proprio questo il segnale che dovremmo cogliere.

La prevenzione non può iniziare soltanto quando compare un’arma, quando viene progettato un attentato o quando una violenza viene consumata.

Deve cominciare molto prima. Quando la violenza diventa intrattenimento. Quando l’autore di una strage viene trasformato in una celebrità. Quando l’odio diventa un linguaggio quotidiano. Quando l’avversario diventa un nemico da eliminare. Quando la sofferenza degli altri smette di suscitare una reazione e diventa materiale da condividere. Quando un ragazzo comincia a trovare nella rete una comunità che gli offre ciò che non riesce a trovare altrove.

Non significa che ogni comportamento trasgressivo sia un segnale di radicalizzazione. E non significa che ogni adolescente che guarda contenuti violenti sia destinato a diventare violento. Significa, piuttosto, che alcuni cambiamenti meritano attenzione prima che diventino irreversibili.

Anche Europol, nelle sue indicazioni sulla protezione dei minori, richiama l’attenzione su fenomeni quali il progressivo isolamento, la segretezza rispetto alle attività online, il cambiamento del linguaggio o dei simboli utilizzati e l’interesse crescente per contenuti dannosi. Sono indicatori da leggere nel loro insieme e nel loro contesto, non etichette da applicare automaticamente a un ragazzo.

La sfida degli adulti La domanda, allora, non riguarda soltanto la Polizia, la magistratura o le piattaforme digitali.

Riguarda tutti gli adulti. Riguarda la famiglia, la scuola, le istituzioni, gli educatori, il mondo dello sport, le comunità nelle quali i ragazzi crescono.

E riguarda soprattutto la nostra capacità di non accorgerci dei nostri ragazzi soltanto quando qualcosa è già accaduto.

La repressione è indispensabile quando un reato viene commesso o quando emergono concrete minacce. Ma la sicurezza delle future generazioni richiede anche un’altra forma di prevenzione: quella che prova a riconoscere per tempo la solitudine, la ricerca di appartenenza, la manipolazione, la normalizzazione dell’odio e della violenza.

Non basta dire ai ragazzi che cosa non devono guardare. Dobbiamo aiutarli a capire perché qualcuno vuole che guardino proprio quello.

Non basta insegnare a distinguere il vero dal falso. Dobbiamo insegnare a riconoscere la manipolazione, l’odio e la disumanizzazione dell’altro.

Non basta chiedere ai ragazzi di uscire da una comunità virtuale. Dobbiamo fare in modo che abbiano, nella vita reale, comunità nelle quali sentirsi riconosciuti, ascoltati e responsabili.

È forse questa la lezione più importante che arriva dalle indagini di questi giorni. La tecnologia può accelerare la diffusione di un messaggio. Ma non può sostituire la responsabilità degli adulti.

E se il primo segnale è arrivato dalla rete, la risposta più importante deve tornare alla realtà: più ascolto, più educazione, più comunità, più capacità di riconoscere per tempo ciò che sta accadendo ai nostri ragazzi.

Perché la prevenzione della violenza, prima ancora di essere una questione di sicurezza, è una responsabilità verso il futuro.

Lo scrive il Prefetto Francesco Tagliente, Presidente della Fondazione Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

- Advertisement -

Potrebbe Interessarti

- Advertisement -

Ultime Notizie

- Advertisement -