Fondazione Insigniti OMRI. L’acqua come fonte di democrazia e di valori territoriali

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L’acqua come fonte di democrazia e di valori territoriali. Una riflessione di Paolo Ghezzi sul ciclo idrico integrato tra diritti, comunità e sostenibilità Il contributo di Paolo Ghezzi, Consigliere di amministrazione della Fondazione Insigniti OMRI, in occasione degli Stati Generali dell’Acqua e del Territorio, in programma a Castel Gandolfo il 16 ottobre 2026


AgenPress.  In vista degli Stati Generali dell’Acqua e del Territorio, in programma il 16 ottobre a Castel Gandolfo, la Fondazione Insigniti OMRI propone una riflessione di Paolo Ghezzi, consigliere di amministrazione della Fondazione e studioso delle tematiche legate alla gestione della risorsa idrica.

Il suo contributo affronta il tema dell’acqua in una prospettiva che supera la dimensione strettamente tecnica, mettendo in relazione la tutela della risorsa con i diritti delle persone, la responsabilità delle istituzioni, la coesione delle comunità e la sostenibilità ambientale.

Una riflessione che si inserisce nel percorso di approfondimento promosso dall’Associazione Lago di Castel Gandolfo e che richiama principi particolarmente significativi anche per la missione della Fondazione: la centralità della persona, la cura del bene comune e la responsabilità verso le generazioni future.

La partecipazione della Fondazione all’incontro, con l’intervento del presidente Francesco Tagliente, rappresenta un’occasione per contribuire al dialogo tra istituzioni, competenze scientifiche e comunità territoriali, nella consapevolezza che la tutela dell’acqua è insieme una questione ambientale, sociale e di salute pubblica.Di seguito, il contributo integrale di Paolo Ghezzi.

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L’acqua, un bene essenziale che rende effettivi i diritti

L’acqua è molto più di una risorsa naturale e di un fattore produttivo. È una condizione materiale della vita, della salute, dell’abitare e dello sviluppo economico; è, allo stesso tempo, un elemento che definisce il rapporto tra comunità e territorio. Parlare di acqua come fonte di democrazia significa riconoscere che l’effettivo esercizio dei diritti dipende anche da infrastrutture collettive capaci di garantire disponibilità, qualità e continuità del servizio. Per tutti. Un diritto proclamato resta infatti incompleto quando non si traduce in una prestazione accessibile e affidabile nella quotidianità delle persone.

L’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è riconosciuto sul piano internazionale come diritto umano. Questa affermazione assume un significato particolarmente concreto nella gestione del servizio idrico integrato: captazione, adduzione, potabilizzazione, distribuzione, fognatura e depurazione non rappresentano soltanto una sequenza di operazioni tecniche, ma un sistema di garanzie pubbliche. La qualità dell’acqua al rubinetto dipende dalla tutela della fonte, dall’efficienza dei trattamenti e dall’integrità delle reti; la sicurezza collettiva, dunque, nasce da una catena di responsabilità che coinvolge istituzioni, gestori, lavoratori e cittadini.

La dimensione democratica emerge soprattutto quando il servizio deve affrontare condizioni diseguali. Le aree urbane densamente popolate, le periferie, i piccoli comuni e i territori montani presentano costi, rischi e bisogni differenti. L’uguaglianza non consiste nell’ignorare tali differenze, ma nel progettare risposte proporzionate per assicurare a tutti standard adeguati. Anche le scelte tariffarie e la programmazione degli investimenti hanno, perciò, una valenza sociale: devono tenere insieme sostenibilità economica, tutela delle utenze vulnerabili e capacità di rinnovare le infrastrutture, senza trasferire in modo irragionevole gli oneri alle generazioni future.

La democrazia dell’acqua non equivale, quindi, alla sola titolarità pubblica della risorsa, né si esaurisce nella forma giuridica del gestore. Si misura nella trasparenza delle decisioni, nella verificabilità dei risultati, nella possibilità dei cittadini di comprendere priorità e costi, nonché nella responsabilità di chi governa il servizio. Quantità, qualità, pressione, energia e rischio — i parametri che attraversano la presentazione tecnica di riferimento — diventano anche indicatori della concreta capacità delle istituzioni di mantenere le proprie promesse.

L’acqua costruisce identità, paesaggi e solidarietà territoriali

Ogni territorio possiede una propria geografia dell’acqua. Sorgenti, falde, fiumi, invasi e aree umide modellano il paesaggio, orientano gli insediamenti, condizionano le attività agricole e industriali e contribuiscono alla memoria delle comunità. La risorsa idrica è dunque un valore territoriale prima ancora di diventare un volume da captare e distribuire: custodisce relazioni tra ambiente, cultura, economia e forme di vita. La sua tutela non può essere separata dalla protezione degli ecosistemi che ne assicurano la disponibilità e la qualità.

Per questo è corretto e necessario distinguere opportunamente il “ciclo idrico naturale” dal “ciclo gestito”. Il primo comprende tratti indivisibili e un bene naturale comune: precipitazioni, infiltrazione, ricarica delle falde e deflussi; il secondo interviene sulla garanzia che il bene comune sia accessibile con giusta qualità ed equità: prelievi, trattamenti, distribuzione, raccolta e restituzione delle acque. Il punto decisivo è che il servizio deve operare entro i limiti quantitativi ed ecologici del bacino. Ciò comporta un cambio di prospettiva: non è sufficiente rendere efficiente un acquedotto se, a monte, l’equilibrio della risorsa viene compromesso da consumi eccessivi, inquinamento o degrado del territorio.

In questa prospettiva, il bacino idrografico rappresenta uno spazio di interdipendenza e, potenzialmente, di solidarietà. I confini delle acque non coincidono sempre con quelli amministrativi: ciò che accade a monte produce conseguenze a valle, così come il prelievo di un uso può ridurre la disponibilità per gli altri. La pianificazione deve quindi raccordare due perimetri, evidenziati nelle slide: quello del bacino, legato a stato dei corpi idrici, pressioni cumulative e obiettivi ecologici; e quello del servizio, legato a domanda, reti, investimenti e sostenibilità tariffaria. La qualità delle decisioni dipende dalla capacità di far dialogare queste due scale.

Gli effetti del cambiamento climatico accentuano tale necessità. Siccità pluriennali, eventi estremi, variazioni stagionali della domanda e vulnerabilità delle fonti rendono evidente che nessuna comunità è completamente autosufficiente. Diversificare gli approvvigionamenti, interconnettere sistemi, ridurre le perdite e sviluppare forme appropriate di riuso non sono soltanto scelte ingegneristiche: costituiscono strumenti di resilienza condivisa. Investire nella protezione delle sorgenti e nella restituzione di acque depurate significa inoltre preservare il capitale naturale che sostiene agricoltura, turismo, qualità urbana e attrattività dei luoghi.

L’acqua può così diventare un elemento di coesione anziché di competizione. Perché ciò avvenga, le differenze territoriali devono essere riconosciute nelle politiche pubbliche e tradotte in una distribuzione motivata delle risorse: le aree marginali non possono essere considerate residuali solo perché meno dense o più costose da servire. Il valore di un’infrastruttura idrica si misura anche nella sua capacità di mantenere vitali comunità, paesaggi e attività economiche che altrimenti rischierebbero di indebolirsi.

Governare l’acqua significa governare il futuro delle comunità

La gestione dell’acqua richiede decisioni che producono effetti per decenni. Una condotta sostituita oggi, un impianto di depurazione potenziato o una nuova connessione tra sistemi determinano la resilienza futura del territorio. Per questo la pianificazione non può ridursi alla risposta alle emergenze: deve basarsi su scenari di domanda, disponibilità della risorsa, condizioni delle infrastrutture, rischio climatico e sostenibilità economica. Pianificare significa scegliere prima che il vincolo diventi emergenza.

Le perdite nelle reti mostrano con particolare chiarezza il nesso tra prestazione tecnica e responsabilità civica. Ogni metro cubo disperso ha richiesto captazione, trattamento ed energia senza raggiungere l’utente. Ridurre le perdite significa conservare acqua, limitare i consumi energetici e liberare capacità per altri impieghi. La valutazione degli interventi deve tuttavia andare oltre il singolo indicatore percentuale: occorre considerare volumi effettivi, pressioni, lunghezza delle reti, criticità sanitarie, continuità del servizio e benefici ambientali. Solo così la selezione degli investimenti diventa intelligibile e giustificabile di fronte alla collettività.

Un ruolo analogo svolge la prevenzione dei rischi. Il quadro giuridico di settore — dal decreto legislativo n. 152 del 2006 al decreto legislativo n. 18 del 2023 — collega la tutela ambientale alla sicurezza dell’acqua destinata al consumo umano e promuove una valutazione preventiva del rischio lungo l’intera filiera. La condivisione dei dati tra autorità sanitarie, soggetti ambientali e gestori non è un adempimento puramente organizzativo: è la condizione per riconoscere tempestivamente le criticità, intervenire prima del danno e rendere conto delle scelte compiute.

Una governance democratica deve così mettere le persone in condizione di partecipare consapevolmente. Ciò richiede informazioni comprensibili sulla qualità dell’acqua, sui disservizi, sulle tariffe e sui programmi di investimento; processi di ascolto coerenti con la scala territoriale; indicatori pubblici che consentano di distinguere gli annunci dai risultati. La tecnologia, i sensori e l’analisi dei dati sono strumenti preziosi, ma non sostituiscono la deliberazione sui fini: stabilire quali aree servire prioritariamente, quanto investire in prevenzione e come ripartire i costi resta una scelta di responsabilità collettiva.

In ultima analisi, l’acqua rende visibile una verità essenziale: la prosperità di un territorio dipende da beni e infrastrutture che nessuno può garantire da solo. Dal bacino al rubinetto, e dal rubinetto alla restituzione nell’ambiente, ogni passaggio lega la libertà del singolo alla cura del bene comune. L’acqua è fonte di democrazia quando il suo governo rafforza l’uguaglianza sostanziale, la fiducia nelle istituzioni e la capacità di cooperare; è fonte di valori territoriali quando protegge paesaggi, economie locali, biodiversità e continuità delle comunità. Governarla bene significa, in definitiva, trasformare una necessità primaria in un progetto condiviso di futuro.

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L’impegno della Fondazione: i valori costituzionali al servizio del bene comune

La riflessione di Paolo Ghezzi richiama principi che appartengono pienamente alla missione della Fondazione Insigniti OMRI: promuovere i valori costituzionali, tutelare la dignità della persona e contribuire al benessere delle future generazioni. La salvaguardia dell’acqua, bene essenziale per la vita e la salute, rappresenta infatti una concreta espressione della responsabilità verso la comunità e della cura dei beni comuni. In questa prospettiva, la Fondazione intende favorire il dialogo tra istituzioni, competenze scientifiche e realtà territoriali, affinché la cultura della prevenzione, la tutela dell’ambiente e la protezione della salute diventino parte di un impegno condiviso. Perché i valori costituzionali non si affermano soltanto attraverso le parole, ma si traducono in scelte e comportamenti concreti, capaci di custodire il presente e garantire il futuro

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