L’ opinione di Roberto Napoletano.Il circuito velenoso della spesa pubblica non salva neppure i cervelli del Sud

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Roberto Napoletano Direttore del Quotidiano del Sud e l'Altravoce dell'Italia

Va fermato subito con l’operazione verità e una manovra fatta di investimenti e ricerca

Agenpress – Le “metastasi” di un circuito velenoso inserito nella circolazione sanguigna della spesa pubblica italiana sono pericolosamente ramificate e non salvano neppure i cervelli del futuro.

Non è più tollerabile che si continui a fare finta di niente girandosi
dall’altra parte facendo finta di non avere visto o di non capire. Siamo arrivati al punto che non solo le risorse pubbliche sono “pre-sequestrate” dalle Regioni del Nord a spese di quelle del Sud per le infrastrutture di sviluppo e per tutto ciò che attiene ai diritti di cittadinanza come scuola, sanità e trasporti, ma addirittura si decide a tavolino che gli atenei universitari delle aree ricche del Paese possono assumere tre professori ogni uno che lascia mentre al Sud non possono neppure sostituire il docente che va in pensione.

Se si vuole che le Italie siano due e si opera perché sia sempre più così togliendo a una parte e regalando all’altra, si abbia almeno la decenza di separare i destini in tutto e per tutto. Perché se la Regione Veneto può assumere e pagare a spese dello Stato 16 mila addetti in più nella sanità della Regione Campania con un milione di popolazione in meno, è doveroso che proceda almeno con le proprie risorse, con le tasse dei propri cittadini, e non con la spesa pubblica allargata che appartiene all’intera collettività italiana e va ripartita su base regionale secondo il criterio della popolazione. Se la Regione Piemonte per gli stessi servizi generali offerti dalla Regione Campania spende quasi cinque volte di più con un milione e mezzo di abitanti in meno siamo alla fine conclamata dello Stato unitario e si aprono scenari inquietanti sulle responsabilità di chi ha guidato la Conferenza Stato-Regioni e sull’arroganza istituzionale delle Regioni privilegiate che hanno perfino negato l’applicazione del dettato costituzionale rifiutandosi di dare vita al Fondo di perequazione.

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