AgenPress. A un anno dalla scomparsa di Papa Francesco. Jorge Mario Bergoglio (1936 – 2025) è stato un Pontefice che ha segnato un cammino edificante nella Chiesa riformatrice. Da questo punto di vista il segno del suo francescanesimo è stato fondamentale. Quando nella “Lumen Fidei” sottolinea: “La nuova logica della fede è centrata su Cristo. La fede in Cristo ci salva perché è in Lui che la vita si apre radicalmente a un Amore che ci precede e ci trasforma dall’interno, che agisce in noi e con noi” pone al centro chiaramente la visione della Cristocentricità. Un percorso che chiama in causa l’uomo e la dimensione dell’Alter Cristo del Santo d’Assisi.
Il suo pontificato ha avuto fasi a volte contraddittorie nella mia lettura ma ho cercato di guardarlo e ascoltarlo con i dubbi dell’uomo.
Il rischio è nelle scelte e dentro ci sono metodologie etiche estetiche e religiose come direbbe Kierkegaard. Comunque il riflettere sulle sofferenze degli uomini diventa fondamentale:
“Chi non soffre con il fratello sofferente, anche se è diverso da lui per razza, per religione, per lingua o per cultura, deve interrogarsi sulla sincerità della sua fede e sulla sua umanità. Sono stato molto toccato dall’incontro con i rifugiati Rohingya e ho chiesto loro di perdonarci per le nostre mancanze e per il nostro silenzio, chiedendo alla comunità internazionale di aiutarli e di soccorrere tutti i gruppi oppressi e perseguitati presenti nel mondo” (Papa Francesco).
La misericordia di Papa Francesco. Un uomo in Cristo. Un Pontefice in carità.
Ci fu la misericordia in parole di fede e di amore. Assunse subito San Francesco d’Assisi come riferimento di apostolato e seppe coniugare con amore e benevolenza i gesuiti e i francescani. Un camminamento. La fede è cammino.
Era il Lunedì dell’Angelo 2025. Papa Francesco non c’è più. Ovvero Papa Bergoglio in un giorno particolare ha lasciato il viaggio terreno. Oltre al cordoglio resta il vuoto di un pontefice che ha rivoluzionato non solo la Curia e il sistema “pontificale” ma ha cambiato il modo di pensare la fede.
Sì, anche se la fede è un mistero unico con lui la fede stessa è diventata un credo “popolare” tra le genti scavando nei cuori e nelle Genti. Un cammino che è stato attraversato soprattutto da un uomo di Dio che ha saputo ben comprendere non il tempo che cambia ma il mondo cambiato da un tempo pieno di contraddizioni e di lacerazioni.
Un uomo che ha fatto del papato la vera sede della accoglienza e del Vangelo. Non era facile dopo due papati importanti e “ingombranti” nelle civiltà del mondo inserirsi in quella Tradizione innovativa di Giovanni Paolo II e in quella Tradizione conservatrice di Benedetto XVI. Eppure Francesco, dopo i primi inizi un po’ incerti, ha colto l’Essenziale. Quale è l’Essenziale? È aver proiettato nell’uomo moderno la parola di Maria e la parola forte di Cristo.
L’Essenziale è in modo apostolico non la forma orante della Chiesa, bensì la preghiera dell’umiltà. Quel “pregate per me…” Suonava come il pregare per tutti noi, ovvero un pregare per l’uomo. Eppure ha vissuto diverse problematiche. Un gesuita che portava sempre con sé la lingua di Sant’Ignazio. La innovazione della rivolta rispetta a una Chiesa in attesa.
Francesco ha superato l’attesa perché ha saputo cogliere proprio quell’essenziale che vibra in ogni uomo e che a volte resta velato. Ha saputo disvelare il buio delle crisi con un umanesimo cristiano.
Infatti ci sono stati messaggi politici e messaggi escatologici. Quello politico è il superamento della storia e insistere nella centralità dell’anima. Quello escatologico è il Dio che decide e al quale affidarsi proprio attraverso la preghiera. Direi un uomo maestoso che ha usato la parola dell’agorà. Un Pontefice singolare per aver messo al centro il dialogo tra l’uomo del nostro tempo e l’universalità di Dio.
Credo che sarà molto difficile vivere una continuità oltre Francesco. Tra Giovanni Paolo e Benedetto c’era una condivisione sul piano religioso e teologico. Francesco è stato un darsi agli altri con la consapevolezza che gli altri ci sono sempre e possono essere l’espressione della carità. Carità che proviene dal francescanesimo.
Mi restano sulla pelle alcune sue parole quando disse: “A me fa male quando vedo un prete o una suora con un’auto di ultimo modello: ma non si può! Non si può andare con auto costose. La macchina è necessaria per fare tanto lavoro, ma prendetene una umile. Se ne volete una bella pensate ai bambini che muoiono di fame”.
Una visione profondamente spirituale che ci lascia come testamento. Da consegnare a tutta la comunità dei fedeli e dei cristiani laici e al mondo sacerdotale. Il tutto in misericordia di gesti e di linguaggio. Tutto si innova nel nome dell’abbraccio misericordioso. Ovvero nella speranza. Mai perderla. Mai disconoscerla. Sempre offrirla.
Con Leone XIV si è aperto comunque un Tempo altro con delle precise attenzioni al legame tra tradizione e modernità.
Si va verso una Chiesa che sa comprendere i tre ultimi pontificati con pazienza e umiltà. Siamo in viaggio verso una Santità di cui gli uomini di un tempo di intelligenze artificiale hanno necessariamente bisogno. Proprio su questi temi Leone XIV si confronta oltre che le divisioni internazionali del mondo.
Ma resta un punto sul quale si basa tutta la comunità dei cristiani e non. Ovvero da Leone XIV: “Non bisogna cedere alla tentazione di vivere isolati, separati in un palazzo, appagati da un certo livello sociale o da un certo livello dentro la Chiesa. E non bisogna nascondersi dietro un’idea di autorità che oggi non ha più senso. L’autorità che abbiamo è per servire, accompagnare i sacerdoti, per essere pastori e maestri”. Dalla cristianità agli uomini che guardano il tempo nuovo che avanza. In tutto questo Papa Francesco è ancora presente. La Chiesa come comunità di Pace. Non come pacifismo. Ma come Uomini di Pace.
Pierfranco Bruni
