AgenPress. Il “ducento” è un secolo (o una Epoca) delle sfide. Davanti ai conflitti Francesco partendo da una visione “popolare” propone la grande speranza cristiana. Davanti agli Imperi offre il tempo delle rinunce. Davanti alle Crociate si impone con la parola e con il silenzio. È il contesto se pur precedente di altre personalità che combattono e predicano. Francesco predica. Prima della conversazione è un uomo in rivolta. Laico. Dopo chiede l’esigenza della letizia mistica. Comunque tre uomini hanno camminato quelle strade che vanno dal rischio della perdizione alla comunione della preghiera.
Tre uomini, tre tempi, un solo enigma.
Folco di Neilly. Gioacchino da Fiore. Francesco d’Assisi. Il primo è grido. Il secondo è visione. Il terzo è silenzio. Il primo vuole la crociata. Il secondo attende l’Età dello Spirito. Il terzo vive il Vangelo senza glossa.
Tra loro non c’è continuità. C’è strappo. C’è la lacerazione di un secolo che non sa più cosa sia la cristianità. Folco predica nel 1198 e raccoglie spade per Gerusalemme. Gioacchino scrive nel monastero di San Giovanni in Fiore e divide la storia in tre stati: del Padre, del Figlio, dello Spirito. Francesco si spoglia ad Assisi nel 1206 e inaugura un tempo che non ha calendario. Non sono contemporanei. Sono contemporanei dell’anima. Perché ciascuno risponde all’assenza. Folco risponde con la guerra. Gioacchino risponde con l’attesa. Francesco risponde con la nudità. E in queste tre risposte si gioca il senso della vita quando la vita non sa più dove andare.
Folco è ars predicandi che diventa reclutamento. La sua parola è ordine. È decima. È Deus lo vult gridato nelle piazze. È teologia che si fa esercito. È assolutismo che si fa legge. Gioacchino è exegesi che diventa profezia. La sua parola è concordia tra Antico e Nuovo Testamento. È disegno. È figura. È attesa di un tempo in cui la Chiesa di Pietro sarà superata dalla Chiesa di Giovanni. La sua parola non comanda. Interpreta. Non muove eserciti. Muove speranze. Francesco è anti-parola. È la parola che si vergogna di sé e si fa gesto. Non spiega l’Apocalisse. La vive. Non annuncia l’Età dello Spirito. La incarna. Non scrive trattati. Cuce un saio. Folco vuole possedere il tempo con la spada. Gioacchino vuole comprenderlo con il simbolo. Francesco vuole perderlo con la povertà. E nella perdita sta la differenza tra attimo e eterno. La crociata di Folco è Croce impugnata. È il legno che diventa arma. È il sepolcro da liberare con il sangue. È l’Esso di Buber che si fa geografia da conquistare. È la cristianità che si fa impero e chiama ragione la conquista.
L’Età dello Spirito di Gioacchino è Croce interpretata. È il legno che diventa libro. È la storia che si apre e si chiude secondo un disegno trinitario. È la cristianità che si fa attesa e chiama speranza la dilazione. La Croce di Francesco è Croce patita. È il legno che diventa corpo. È il sepolcro vuoto che non si difende. È il Tu che non si possiede. È la cristianità che si fa esilio e chiama povertà la libertà. Non c’è sintesi tra Folco, Gioacchino e Francesco. C’è scelta. C’è un vissuto che è un confronto non dialettico ma metafisico. O la spada, o l’attesa, o la nudità. O la legge, o il simbolo, o la vita. Per Folco il tempo è urgenza. Gerusalemme va presa ora. L’inferno incombe. La storia è campo di battaglia e chi non combatte è dannato. Per Gioacchino il tempo è figura. È spirale che sale. È terzo stato che verrà dopo la corruzione del clero. Il tempo non muore. Matura. E maturando giudica. La sua è memoria e ricordo che si fanno calendario dell’avvenire. È richiamare le radici per leggere i frutti.
Per Francesco il tempo è già compiuto. Non perché finisce. Perché si dona. Il tempo è una follia negli attimi solo quando l’attimo è possesso. Quando l’attimo è offerta, l’attimo è eterno. Francesco non aspetta l’Età dello Spirito. La vive tra i lebbrosi. Non interpreta l’Apocalisse. Dà da mangiare al lupo. Folco muore nel 1202 senza vedere la Quarta Crociata che saccheggia Costantinopoli. La sua parola genera l’opposto di ciò che voleva. Gioacchino muore nel 1202 in Calabria, vegliando sulle sue carte. Lascia discepoli che fraintenderanno. Lascia un’attesa che diventerà eresia. Lascia un’Età dello Spirito che la Chiesa condannerà perché ogni attesa è accusa al presente. Francesco muore nel 1226 sulla nuda terra della Porziuncola. Non lascia trattati. Lascia stimmate. Non lascia disegni. Lascia fratelli. Non lascia l’Età dello Spirito. Lascia lo Spirito in un saio. Folco attraversa l’Europa per armare. Gioacchino attraversa la Scrittura per decifrare. Francesco attraversa il mare per parlare con il Sultano senza armi. È la sublimazione politica e sociale del fatto religioso. È l’Io-Tu che disarma. È l’amicizia che quando supera un certo limite, ha qualcosa di profondo, di alto, di ideale e di infinitamente dolce, come ha scritto Sabatier. Folco finanzia la crociata con la decima. Gioacchino riforma il monachesimo con la regola florense. Francesco distrugge ogni regola che non sia Vangelo.
In Folco la povertà è nemica. In Gioacchino la povertà è figura. In Francesco la povertà è sposa. Madonna Povertà non è allegoria. È persona. È eros di Cristo che si veste di metafisica. È bellezza che non promette se non sé stessa. La Chiesa teme Gioacchino perché l’attesa giudica il potere. Teme Francesco perché la povertà giudica la ricchezza. Non teme Folco. Lo usa. Perché Folco serve. Perché Folco trasforma la Croce in bandiera. E la bandiera copre il mercato.
Dunque. Quella temperie fu rivoluzione. Folco, Gioacchino, Francesco. La spada, il libro, il saio. La legge, la profezia, la vita. Non si sono incontrati. Eppure si giudicano. La cristianità ha scelto Folco e lo ha chiamato crociata. Ha sopportato Gioacchino e lo ha chiamato eresia. Ha canonizzato Francesco e lo ha tradito con l’oro. Ma Francesco resta. Resta come apolidia metafisica. Resta come focolare domestico nel labirinto del secolo. Resta come domanda che non vuole risposta. Resta come Sorella Morte che non fa paura. Gioacchino resta come ferita. La ferita di un’attesa che non si compie. E l’attesa che non si compie è già giudizio. È già la visione delle rovine e delle macerie che ricorda che una volta c’è stata vita. Folco non resta. Resta la sua ombra. L’ombra della cristianità che ha dato razionalità anche alla morte. L’ombra del mondo biblico tradotto in catasto. L’ombra della ribalta dove la lode è catena. Con Folco la fine è guerra. Con Gioacchino la fine è attesa. Con Francesco la fine è inizio. Un percorso che fu incipit di cristianità come modello religioso.
Siamo nell’epoca in cui la Provvidenza conosce io Vangelo. Anche gli eretici vivono il Vangelo. Il cammino della storia lascia l’idea della storia e si occupa della fede. Ovvero entra nel cammino della fede. Con la tonica e con I sandali. Il “ducento” è salvato dalla utopia della fede che si fa teatro. Il mistico supera i segni e abbraccia l’azione della parola. Perché ogni parola ha il linguaggio delle azioni che diventano pacificazione. Francesco racconta con i Fioretti. Il seguito ha il canto divino dell’amore che tocca la profezia. Nei secoli la profezia è silenzio miracoloso della preghiera.
