Il leader di Sud chiama Nord conferma l’intesa con il centrodestra per le elezioni nazionali. «Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. Ma una sola lo piglia». L’accordo non coinvolge la Sicilia, dove resta in piedi il progetto autonomista e progressista. E su Vannacci lancia la stoccata: «La politica seria è un argine alle caricature»
AgenPress. «Finalmente sono uscito dalla fase Barbiere di Siviglia». Cateno De Luca rompe gli indugi e conferma l’accordo con il centrodestra guidato da Giorgia Meloni in vista delle prossime elezioni politiche. Il leader di Sud chiama Nord, intervistato dal Corriere della Sera, mette così fine alla fase delle interlocuzioni con i diversi schieramenti e ufficializza una scelta che punta a ridefinire il suo ruolo nello scenario politico nazionale.
La metafora del Barbiere di Siviglia è tutta nella spiegazione che lo stesso De Luca offre: «Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. Ma una sola lo piglia». Il riferimento è alla presidente del Consiglio, che il leader siciliano definisce «una supereroina». Una battuta che racconta, con il consueto stile provocatorio, anche la competizione che si sarebbe consumata attorno alla sua disponibilità politica. Perché, assicura De Luca, fino all’ultimo anche il campo largo avrebbe cercato di arrivare a un’intesa.
La scelta nazionale non modifica, almeno nelle intenzioni dichiarate, il percorso politico di De Luca nell’Isola. L’intesa con il centrodestra, precisa, riguarda esclusivamente il livello nazionale e non comporta un’alleanza automatica in Sicilia.
«Vale in ambito nazionale – spiega –. L’abbiamo chiarito ben bene: il mio progetto per una Sicilia civica, autonomista e progressista va avanti per i fatti suoi».
È una distinzione politicamente rilevante. De Luca punta a tenere separati i due piani, rivendicando da una parte un accordo con la coalizione di governo per le elezioni politiche e dall’altra la propria autonomia nel contesto siciliano. Una linea che gli consente di presentarsi come interlocutore nazionale del centrodestra senza rinunciare a un progetto regionale che, nelle sue parole, conserva una propria identità civica e progressista.
Resta da capire come questa doppia strategia verrà recepita dagli alleati e dagli elettori, soprattutto in un quadro in cui le appartenenze nazionali e gli equilibri locali non sempre coincidono.
De Luca sostiene di aver posto una condizione preliminare a entrambe le coalizioni prima di scegliere con chi dialogare: cambiare il rapporto tra governo centrale e amministrazioni locali.
«Noi abbiamo posto una condizione preliminare alle due coalizioni: che i Comuni smettano di essere il bancomat del governo centrale», racconta.
Secondo il leader di Sud chiama Nord, il centrodestra avrebbe accettato la richiesta, mentre dal centrosinistra non sarebbe arrivata una risposta. Da qui la sua critica, destinata soprattutto agli avversari del campo largo: «Il centrodestra ha accettato, il centrosinistra muto. Si vede che preferiscono il civismo salottiero a quello delle trincee».
Il tema dei Comuni diventa così il punto politico attraverso cui De Luca giustifica la propria scelta. Non soltanto un accordo elettorale, dunque, ma una rivendicazione legata all’autonomia finanziaria degli enti locali e alla necessità di sottrarli a una dipendenza eccessiva dalle decisioni del governo centrale.
Il messaggio è chiaro: per De Luca, il civismo non può limitarsi alle dichiarazioni di principio o alle formule di coalizione, ma deve misurarsi con i problemi concreti degli amministratori e dei territori.
Nel quadro dell’intesa nazionale trova spazio anche la polemica con Roberto Vannacci e con il suo progetto politico, Futuro nazionale. De Luca rivendica un ruolo che, nelle sue intenzioni, dovrebbe contribuire a rafforzare il centrodestra senza lasciare spazio a forze che considera espressione di una politica più spettacolare che concreta.
«Faremo vincere il centrodestra rendendo ininfluente il risultato di Futuro nazionale», afferma.
Una dichiarazione che va oltre la semplice presa di posizione personale e assume il valore di una sfida politica. De Luca si propone come interprete di un pragmatismo amministrativo alternativo alla comunicazione muscolare e alle provocazioni che, a suo giudizio, caratterizzano l’ex generale.
La stoccata diventa ancora più diretta quando parla delle rispettive capacità di governo: «Cateno De Luca fa cose serie. Vannacci fa supercazzole».
Poi l’affondo sulla possibilità che l’ex generale possa cimentarsi nell’amministrazione locale: «Ha detto che non farebbe il sindaco perché non ne sarebbe capace. Diffidare sempre da chi vuole fare politica senza saper aver mai amministrato neanche un condominio».
Il riferimento all’esperienza amministrativa è il cuore della contrapposizione costruita da De Luca. Da una parte, la rivendicazione di chi ha fatto della gestione dei Comuni e del rapporto diretto con i territori il centro della propria identità politica; dall’altra, la critica a una leadership che, secondo lui, non avrebbe dimostrato la stessa esperienza sul campo.
L’uscita dalla fase del Barbiere di Siviglia segna, nelle parole del leader di Sud chiama Nord, la conclusione di una stagione di trattative e l’inizio di una nuova fase. L’accordo con Meloni gli offre una collocazione sul piano nazionale, mentre la rivendicazione di autonomia in Sicilia gli permette di mantenere aperto uno spazio politico distinto dagli schieramenti tradizionali.
La scommessa è tenere insieme due esigenze: contare nelle dinamiche nazionali senza disperdere il radicamento territoriale e il progetto siciliano. Il tutto attraverso un linguaggio che alterna ironia, attacchi frontali e rivendicazioni amministrative.
Resta da verificare quanto questa strategia sarà in grado di tradursi in risultati elettorali e in un effettivo peso negoziale. Per ora, De Luca sembra aver scelto il suo campo per le politiche, ma non intende rinunciare a giocare una partita autonoma in Sicilia.
E se fino a ieri, nella sua metafora, tutti lo cercavano senza riuscire a portarlo dalla propria parte, oggi il leader siciliano rivendica di aver finalmente sciolto la riserva. Con una precisazione: l’intesa nazionale non significa consegnare anche le chiavi della politica siciliana.
