Aldo Moro e la filosofia della persona: la pietà come radice, il limite come legge

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AgenPress. “Il diritto degli altri, anche dei più lontani, sia da tutelare non meno del proprio. La ragione di Stato e la ragione della forza dovranno cedere, alla fine, a questa incontenibile logica della fraternità dei popoli che si lega al destino di un’umanità davvero rinnovata” (Aldo Moro). La persona non delega alla dialettica e tanto meno all”etica. Giunge srmpre prima del sistema. Aldo Moro non attraversa Hegel. Lo costeggia e lo lascia. Non cerca la totalità che riconcilia. Cerca la singolarità che resiste. La sua filosofia è lontana dalla dialettica dello Spirito che si fa Stato. È vicina al respiro biblico dell’uomo creato, caduto, redento, mai riducibile a momento. È vicina a Jacques Maritain ma anche a Emmanuel Mounier,  alla distinzione tra individuo e persona, tra massa e comunità, tra potere e autorità. Per Moro la politica non nasce dalla necessità storica. Nasce dalla pietà. Non la pietà come sentimento. La pietà come categoria ontologica. È il riconoscimento che l’altro mi riguarda prima di ogni contratto. Che il volto precede la legge. Che la comunità non è somma, ma comunione di destini irriducibili. Per questo la sua non è filosofia del sistema. È filosofia della coscienza.

Dal carcere delle Brigate Rosse, nella notte della ragione, Moro scrive una frase che è testamento metafisico: “Se la pietà prevale il Paese non è finito”. Non invoca la forza. Non chiede vendetta. Chiede pietà. Perché la pietà è il solo argine contro la disumanizzazione. Quando la politica perde la pietà, perde il contatto con la sua radice. Diventa tecnica di dominio. Diventa calcolo. E un Paese che si regge sul calcolo è già finito, anche se le istituzioni restano in piedi. La fine non è crollo. È svuotamento. È quando le forme restano e l’anima è partita.  Moro sa che l’uomo non è etico per decreto. È etico perché è coscienza, anima, cuore. Tre parole che non entrano nelle costituzioni, ma senza le quali le costituzioni sono lettera morta. La coscienza è il luogo in cui l’universale si fa singolare. L’anima è la memoria del limite. Il cuore è il coraggio di restare umani quando l’umano è insidiato. La pietà tiene insieme i tre. E tenendoli insieme, tiene insieme il Paese. Nel 1969, all’XI Congresso della Democrazia Cristiana, Moro consegna la sua teoria del potere: “Il potere si legittima davvero e solo per il continuo contatto con la sua radice umana e si pone con un limite invalicabile: le forze sociali che contano per se stesse, il crescere dei centri di decisione, il pluralismo che esprime la molteplicità irriducibile delle libere forme della vita comunitaria”.

È Maritain tradotto in prassi. Il potere non è sovrano. È servitore. Si legittima non per investitura, ma per contatto. Il contatto è con la radice umana. Fuori da quella radice, il potere è usurpazione. Il limite invalicabile non è imposto dall’esterno. È iscritto nella struttura stessa della persona. La persona non è funzione dello Stato. Lo Stato è funzione della persona. Per questo il pluralismo non è concessione. È riconoscimento. Le forze sociali contano per se stesse perché la vita comunitaria è molteplicità irriducibile. Ridurla è violentarla. Ogni totalità che pretende di riassumere il reale è menzogna. Moro non pensa per sintesi. Pensa per mediazione. E la mediazione è l’arte di tenere insieme senza fondere, di unire senza uniformare. È l’arte biblica dell’alleanza: patto tra diversi che restano diversi.

C’è una geografia dell’anima che suoera tutte le carte geografiche soprattutto quando la cultura ha radici mediterranee e l’uomo vive l’esodo degi popoli del Mediterraneo. Dirà: “Nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa e nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo”. Non è geopolitica. È antropologia. Moro rifiuta l’aut aut perché la persona non è alternativa. È compresenza. L’Europa senza Mediterraneo è ragione senza corpo. Il Mediterraneo senza Europa è corpo senza memoria. Il Mediterraneo è il luogo in cui la Bibbia incontra il pensiero greco, in cui Gerusalemme interroga Atene, in cui il diritto romano ascolta la profezia. Moro sa che l’identità non è confine. È crocevia. E il crocevia è pericoloso. Espone. Ma solo esponendosi l’uomo diventa persona. Chi si chiude nell’identità monolitica tradisce la propria radice. Perché la radice umana è plurale. È dialogo tra sponde. È mare. C’è sempre una verità che illumina della quale nulla bisogna temere: “Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta: la verità è sempre illuminante”. Moro non è hegeliano perché non crede che la verità sia risultato. Crede che sia luce. La luce non si deduce. Si accoglie. E accoglierla costa. La verità illumina, ma prima brucia. Brucia le ideologie, brucia le convenienze, brucia le prudenze.

In Maritain la verità è adeguazione dell’intelletto alla cosa. In Moro la verità è adeguazione della politica alla persona. Quando la politica mente, non tradisce un programma. Tradisce un volto. E il volto tradito è ferita che non si rimargina. Per questo la verità non ammette pentimenti. Dirla è già salvarsi. Tacerla è già perdersi. Atreaversa il suo percorso biblico. Ovvero  l’uomo non etico, ma coscienza. Ciò avviene soprattutto negli ultimi giorni della sua vita. Moro non fonda l’etica neppure  sul dovere kantiano. La fonda sulla creaturalità. L’uomo biblico non è autosufficiente. È relazione. È chiamato. È responsabile perché è stato chiamato. La politica, allora, non crea valori. Li riconosce. Non inventa la dignità. La serve. L’uomo non etico di cui parla Moro è l’uomo delle ideologie chiuse, delle appartenenze senza dubbio, delle decisioni senza ascolto. L’uomo coscienza è l’uomo che sa di non bastare a se stesso. Che sa che il potere, senza pietà, diventa idolo. Che sa che la comunità, senza pluralismo, diventa prigione.

Il percorso biblico è percorso dell’esodo: uscire da sé per incontrare l’altro. La filosofia della persona è esodo permanente. Moro lo vive nella Democrazia Cristiana, nel dialogo con i comunisti, nella prigionia. Sempre in uscita. Mai in possesso. Perché possedere la verità è perderla. Cosi a politica come attraversamento filosofico si fa custodia. Infatti  non ha lasciato un sistema tranne modelli giuridici. Ha lasciato stile. Lo stile di chi sa che la politica è custodia. Custodia della persona, custodia del limite, custodia della pietà.  Non segue Hegel perché non crede che la storia assolva. Segue Maritain perché crede che la storia giudichi, e giudica a partire dai volti. Segue il percorso biblico perché sa che l’uomo è più grande dei suoi atti, ma responsabile di ogni suo atto.

Se la pietà prevale, il Paese non è finito. Se il potere ricorda la sua radice umana, il Paese non è finito. Se la verità viene detta senza dolsi, il Paese non è finito. La fine non è la morte. È l’oblio della persona. Moro ha combattuto contro quell’oblio. Con la parola, con la mediazione, con il corpo dato. Resta la sua lezione. La politica senza anima è amministrazione del nulla. La filosofia della persona è l’anima che impedisce al nulla di vincere. E finché c’è un uomo che dice io davanti a un altro uomo, il nulla non ha vinto. Una visione certamente ontologica e non completamente speculativa. Percorrere i passi dell’umilta cristiana stava alla base del suo viaggio nella filosofia che considerava la base del processo politico. Negli ultimi cinquanta cinque giorni aveva con sé la Bibbia come unico e solo libro che lo conduceva alla preghiera. Il segreto nel quale ha raccolto le sue iltime ore. Aveva perfettamente ragione nel dire che “Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino”. Ovvero è in ciò che scrisse Emmanuel Mounier nelle “Lettere sul dolore”: “Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne”. O come scrisse proprio Maritain: “La verità è la conformità dello spirito con l’essere, secondo che essere è ciò che è, e il non essere, ciò che non è”. Insomma Aldo Moro capiì la politica ma profondamente comrese l’uomo come filosofia.

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