Guido Ceronetti, San Francesco e l’abisso da colmare. Il sacro senza metafisica contro la modernità

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AgenPress. Il senso spirituale che vive Guido Ceronetti rileggendo il Cantico di San Francesco è profondamente oltre la metafisica. Infatti parte da Assisi il quale è un luogo spazio come contro-tempo rispetto al tempo della modernità.

Ceronetti non va ad Assisi da pellegrino. Va da profugo. “Un Viaggio in Italia” non è itinerario. È esilio. Assisi è per lui la soglia che separa due epoche. Da una parte la modernità che calcola, produce, consuma, uccide. Dall’altra Francesco che spoglia, tace, canta, muore.  Assisi è un contro-tempo. È città che rifiuta il cronometro. È pietra che non serve alla speculazione. È spazio dove il tempo non corre. Si raccoglie. Si fa attesa. Si fa Sorella Morte che non è fine. È compimento. Qui Ceronetti incontra Francesco. Non il santo di cartolina. Il povero. Il nudo. Il non metafisico. Il Francesco che ha detto no all’impero prima ancora che l’impero avesse un nome. Francesco è assenza di potere. Non fonda. Non conquista. Non insegna. Vive. La sua vita è modello di amore perché l’amore non possiede. Dona. E dona fino a farsi stigmate.

Chiara è assenza di parola. Si chiude. Non predica. Resta. La sua clausura è metafisica del limite. È il muro che protegge il sacro dal mercato. È il silenzio che dice più di ogni trattato.  Giotto è assenza di ornamento. Affresca Francesco non come trionfatore. Come uomo che abbraccia una sposa nuda. Madonna Povertà non è allegoria. È evento pittorico. È il sacro che si fa corpo senza aureola. Ceronetti legge questa triade come giudizio sulla modernità. La modernità ha potere senza Francesco. Ha parola senza Chiara. Ha immagini senza Giotto. Ha tutto. E non ha nulla. Perché ha perso l’eredità cristiana che non è dogma. È forma di vita. “Colmare l’abisso. Lettere 1968 1996” tra Sergio Quinzio e Ceronetti è testo chiave. L’abisso è la modernità. È la frattura tra uomo e sacro. È la distanza tra il “Messia” e l’uomo senza attesa. Quinzio scrive dal dentro della teologia. Ceronetti risponde dal dentro del mistero. Due veglie. Due modi di stare sul bordo. L’uno parla di speranza messianica. L’altro parla di completamente sacro. Non si contraddicono. Si sostengono. Perché speranza messianica non è futuro. È intensità del presente. È capacità di vedere il sacro dove il sacro non è autorizzato. È il Messia  che non viene con eserciti. Viene con un povero. Viene con un pazzo. Viene con Francesco.

Ceronetti propone una formula radicale. Il sacro senza metafisica. Non metafisica come sistema. Non metafisica come fondamento. Non metafisica come ragionamento su Dio. Il sacro, per Ceronetti, è ciò che resiste al calcolo. È Francesco che parla al lupo. È Chiara che rifiuta il mondo. È Giotto che dipinge la terra e non il cielo. È completamente sacro perché non lascia residuo al profano. Non perché neghi il mondo. Perché lo attraversa senza contaminarlo. La modernità ha ucciso questo sacro. L’ha tradotto in metafisica. L’ha ridotto a idea. L’ha imprigionato in teodicee, in ontologie, in catechismi. Francesco l’ha liberato. L’ha restituito alla carne. L’ha fatto modello di amore che non dimostra. Ama. La modernità è tecnica. È volontà di potenza. È uomo che si fa misura. È assolutismo che si fa legge. Francesco è l’opposto. È povertà come arma. È rinuncia che disarma. È nudo che vince il vestito.

Ceronetti vede in Francesco il nemico della modernità. Non perché Francesco sia reazionario. Perché Francesco è apolidia. Non appartiene a nessuna nazione, a nessuna economia, a nessuna ideologia. Appartiene al Tu. E il Tu non si vende. Non si produce. Non si consuma. Per questo Francesco è intollerabile. Per questo la modernità lo ha canonizzato e neutralizzato. Lo ha messo in basilica. Lo ha tolto dalla strada. Lo ha fatto arte. E l’arte, nella modernità, è già sepoltura. L’eredità cristiana non è per Ceronetti un corpus di verità. È una forma. È la forma della rinuncia. È la forma della misericordia. È la forma dell’attesa. Francesco è eredità cristiana che cammina. Non spiega il Vangelo. Lo abita. Non difende la Chiesa. La giudica con la sua vita. Non attende il Messia. Lo fa presente nei lebbrosi. Quinzio lo sapeva. Per questo scriveva a Ceronetti. Perché Ceronetti è testimone che l’eredità cristiana sopravvive solo fuori dalle istituzioni. Sopravvive nei margini. Sopravvive nei Viaggi senza ritorno. Sopravvive nel cimitero dove i morti insegnano ai vivi. “Messia” è il libro di Ceronetti dove la speranza non ha teologia. Ha volto. Il Messia non è concetto. È completamente sacro. È presenza che non spiega. Accoglie.

La speranza messianica non è aspettare un uomo su una nuvola. È attendere l’uomo accanto. È riconoscere il sacro nel vicino. È Francesco che bacia il lebbroso. È Chiara che divide il pane. È Giotto che dipinge la mano che tocca. Questo è sacro senza metafisica. È il sacro che non necessita dimostrazione. Necessita gesto. Necessita amore. Necessita di un modello di amore che non si insegna. Si imita. Si subisce. Si vive. Ceronetti non propone soluzioni. Propone sguardo. Lo sguardo che vede ad  Assisi e vede il giudizio. Vede Francesco e vede la condanna della modernità. Vede Chiara e vede il limite che salva. Vede Giotto e vede il sacro che non ha bisogno di parole.

Colmare l’abisso non significa costruire ponti verso la modernità. Significa abitare l’abisso. Significa restare sul bordo. Significa scegliere Francesco contro il secolo. Scegliere la povertà contro il profitto. Scegliere il silenzio contro il rumore. Scegliere l’eredità cristiana contro la civiltà della tecnica. Il Messia non viene a salvare la modernità. Viene a salvarci dalla modernità. E viene come Francesco. Nudo. Senza metafisica. Completamente sacro.  E finché un uomo sceglie questo, la speranza messianica non è utopia. È realtà. È modello di amore che non muore. Nei suoi testi Ceronetti attraversa completamente la metafisica non per impossessarsi ma per sostituirla completamente al sacro. Il sacro non come valore. Bensi come viaggio completamente spirituale e mistico. Francesco è dentro questo essere spirituale del mistico.

Pierfranco Bruni

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