Rachel Bespaloff. La filosofia che resiste all’esilio

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AgenPress. Rachel Bespaloff. La filosofa ebrea che non riuscì a sconfiggere l’esilio e con esso la tragedia dell’erranza. Un tempo nel tracciato di una esistenza squarciata all’età di 54 anni. Uno dei maestri più importanti fu Lev Šestov. Il quale sosteneva: “La verità è ciò che passa davanti alla storia e che la storia non nota”. Forse proprio da questo concetto è partita per giungere a Heidegger. Ma chi era Rachel Bespaloff? Tra Nova Zagora e New York corre una vita che non ha avuto patria se non nella parola. Rachel Bespaloff nasce a Kiev nel 1895 e muore suicida a New York nel 1949. In mezzo, Parigi, la guerra, l’esilio. Non è una biografia da catalogare. È un taglio. Perché Bespaloff non ha scritto per spiegare il mondo, ma per non rassegnarsi al suo silenzio.

La sua cifra è l’esilio, detto a Gabriel Marcel senza retorica: “L’esilio è una sorta di amputazione, ci si abitua – e non ci si abitua mai, facciamo finta”. L’amputazione non cicatrizza. Diventa metodo. Bespaloff pensa da smembrata: senza Stato, senza scuola, senza Dio che risponda. Accanto a lei non maestri, ma compagni di soglia: Julien Green, André Malraux, Léon Chestov, Gabriel Marcel. E prima di tutti Kierkegaard, che le insegna a stare nel tremito dell’esistenza senza cercare sistemi che lo coprano. Non è un circolo filosofico. È una parentela tragica. Uomini e donne che hanno rifiutato la ragione che giustifica, per tenere aperta la ferita della domanda.

Fu in quella ferita che Camus la incontrò. Mentre pensava e scriveva “Il Mito di Sisifo”, Camus leggeva Bespaloff. Non per prenderle idee, ma per riconoscere un tono. Il tono del senso tragico e del vissuto della caduta. Non caduta metafisica, astratta. Caduta storica, di corpi: campi, treni bestiame, camere a gas, tortura. Camus chiedeva come vivere senza Dio. Bespaloff chiedeva come restare uomo quando l’uomo era stato annullato. Annoiando su Heidegger: “…vincere in noi l’opacità e l’impermeabilità che si oppongono alla nostra chiaroveggenza”.

Il cuore del suo pensiero è in “L’istante e la libertà”, testo che non argomenta, taglia. Osserva: “Laddove l’ultima scelta non esiste più, dove si muore nel carro bestiame, nella camera a gas o sotto tortura, l’uomo trova forse una suprema risorsa che gli permetta di affermare il suo essere al di là della propria distruzione?”.  La risposta non arriva. La dialettica rimane sospesa. E proprio in quella sospensione Bespaloff colloca la libertà. Non come scelta tra alternative, ma come affermazione minima, impossibile, dell’essere quando tutto è stato tolto. È un “forse” che non cede. È un residuo che la storia non può incenerire.

Dopo il 1945 il problema si fa più aspro.  Rachel Bespaloff: “Alla fine di una guerra mostruosa che ha quasi cancellato la distinzione tra innocenti e colpevoli, talmente profonda è l’umiliazione che ha inflitto all’uomo, come allontanare la tentazione di rassegnarsi alla futilità della storia?”.  La guerra ha mescolato le colpe, ha livellato l’uomo a cosa. Contro la futilità, Camus oppone la rivolta. Bespaloff oppone un legame più fragile e più vero: “precaria solidarietà del noi”. Precaria perché spezzata, insanguinata. Solidarietà perché è l’unica casa rimasta quando patria, legge e cielo sono crollati.

Per non cedere al nulla, Bespaloff torna indietro, molto indietro, all’Iliade. Non per erudizione. Per voce. Nell’Iliade trova la “tregua sacra”, la pausa tra stragi in cui anche i nemici depongono le armi per seppellire i morti. È una legge anteriore a ogni codice. È limite. E Bespaloff vi si aggrappa: “Mi sono aggrappata a Omero – è stato il vero, il suono, l’accento, il linguaggio stesso della verità”. Omero non le dà una dottrina. Le dà accento. E l’accento è ciò che resta quando le parole sono state bruciate. Accanto a Omero mette la Bibbia. Infatti  sostiene: “c’è, ci sarà sempre un certo modo di dire il vero, di proclamare il giusto, di cercare Dio, di onorare l’uomo, che ci è stato insegnato all’inizio e non cessa di esserci insegnato di nuovo, dalla Bibbia e da Omero”. Gerusalemme e Atene, giusto e canto. Due sorgenti che non si contraddicono. Si sorreggono.

Così nasce ciò che si può chiamare una filosofia dell’errare. Errare non è smarrirsi. È camminare senza approdo, senza patria, tra l’istante e la catastrofe, tra la camera a gas e la tregua di Omero. Bespaloff non costruisce. Testimonia. Non chiude. Apre. La sua scrittura non consola. Veglia. Veglia su chi è morto senza nome. Veglia su chi resta e deve ancora dire il vero.

New York, 1949. Bespaloff si toglie la vita nonostante abbia scritto: “…Eppure, la vita può ancora, in certi minuti, essere incredibilmente bella – come un tema che riappare verso la fine con qualche nota in meno, una sincope, un ritardo…”. Ma non si spegne la voce. Resta il suono: quello che dice che anche dopo Auschwitz, anche dopo l’esilio, ci sarà sempre un certo modo di dire il vero. Un modo che non appartiene alla storia. Appartiene all’uomo. Ed è il modo di Rachel Bespaloff che resta una figura importante tra la filosofia dell’esilio e la filosofia, appunto, dell’erranza. Tra questi due mondi la solitudine campeggia come nuvola in viaggio o come colomba che tocca il giglio nel giardino dell’esistenza tra il vivere e la morte come scelta. Uno dei suoi compagni di strada è proprio Paul Celan che sottolinea: “Chi impara realmente a vedere, si avvicina all’invisibile”.

Pierfranco Bruni

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