Jean-Jacques Rousseau. Oltre il Contratto. Il filosofo in attesa che non volle rinunciare alle confessioni

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AgenPress. Le attese sono già nei sentieri del distacco. Il filosofo accoglie il gioco indefinibile a volte della fenomenologia e cerca nella speculazione il senso delle “cose”. Non tutti i filosofi cadono in questa terribile trappola.  Non tutti i filosofi credono o pensano alle “cose”. Il destino è altro. Comunque dall’attesa al distacco si vivono le contraddizioni del senso o del non senso. Rousseau  comincia come speculativo. Vuole correggere l’uomo con la ragione. Poi si ferma. L’attesa diventa forma. La ragione intrappola il senso. Diventa non senso. Con le “Confessioni” esce dal sistema e entra nella consolazione. Non fonda più il mondo. Si racconta. È il punto in cui il filosofo abbandona la trincea del reale-rappresentazione e resta solo con sé. Anche se il “Contratto sociale”  lo rende padre della modernità politica. Anticipa Marx nel gesto di mettere la volontà al centro della storia. Ma Rousseau non abita completamente quel libro. Lo lascia alle spalle. Diventa pensatore della personalità e della pedagogia dell’essere. È come se non accettasse più la sua stessa legge. La ragione, quando tocca la storia, si svuota. Ma resta l’uomo con la sua identità e la verità diventa una vera ferita. Così non costruisce una dottrina. Consegna esperienza. Dice che la pazienza è amara, ma solo l’amaro produce frutto. Dice che una passione infelice è maestra di saggezza. Dice che entriamo in lizza con la nascita e ne usciamo con la morte. E prima di dire o di dare insegnamenti esige di sapere per sé. Ma il filosofo propone insegnamenti? Non è morale  della supremazia. È morale da corpo. Per questo tocca. Perché non parla dall’alto, parla dal fondo. Subentra in fondo la posterità che lo divide subito.

Cioran lo condanna: Montaigne resta saggio senza discepoli, Rousseau isterico con discepoli che non finiscono. Schopenhauer lo assolve: lo chiama il più grande moralista moderno perché non ha preso la sapienza dai libri, ma dalla vita, e perché ha parlato all’umanità senza diventare noioso. Ma Cioran e Schopenhauer sono due temperie completamente diverse anche se tra i due il senso del tragico è profondità dell’inqietudine. Baudelaire invece lo fissa in un gesto. L’uomo timido che entra in un caffè con emozione. Per lui il controllo dei biglietti a teatro è un tribunale degli Inferi. Il giudizio non è fuori. È dentro. È la colpa del solitario che ha scelto la confessione al posto della maschera superando il contratto. Ed qui che le contraddizioni diventano una struttura. Da questo punto di vista fu più interessante di Marx perché non chiude alcuna porta. Dove sta la differenza in una sola battura? Marx sistema la storia. Rousseau smonta l’uomo. Vuole l’uomo naturale e scrive leggi. Vuole la solitudine e fonda il popolo. Vuole autenticità e inventa metodo. Non risolve la tensione. La abita. La sua patria è la lizza. Non vince. Resiste. Ama la solitudine fino al punto di dire: “C’è da meravigliarsi se amo la solitudine? Sul volto degli uomini non scorgo che odio, mentre la natura mi sorride sempre”.

Bespaloff lo salva? Piuttosto lo toglie dalle strette maglie della ragione e lo consegna al “Passeggiatore solitario”. Lì il legislatore muore. Resta il confesso. Rousseau accanto ad Agostino e Montaigne? Tre “poeti” in fondo della soggettività e dell’istante. Tre modi per dire che la verità non è hegelismo. È storia trasformata in verità individuale. È la lezione di Kierkegaard: il singolo contro il sistema. È la lezione di Camus: Sisifo che si rivolta. Nessuna promessa di stabilità. Solo l’istante da sostenere e da vivere.  Infatti: “…oso credere che non sono fatto come nessuno di quanti esistono”. Si confessa con queste parole: “È soprattutto nella solitudine che si sente il vantaggio di vivere con qualcuno che sappia pensare”.

Resta una domanda che mi assilla da anni. Fu un grande filosofo? No, se grande significa sistema compiuto. Sì, se grande significa verità che non invecchia. Rousseau è il filosofo in attesa. Aspetta che la ragione ceda, che la storia taccia, che resti l’uomo nudo. Senza contratto. Con la sola pazienza che consuma e, alla fine, consola. Non ha fondato una scuola. Ha fondato un tremore. Insomma resta il filosofo incerto perché è completamente dentro le contrazioni di un’epoca contraddittoria e ambigua. Era nato nel 1712 e morto nel 1778. Nel tempo della ragione e della storia innalzate come sistema. Scrisse: “…la mia natura ardente mi agita, la mia natura indolente mi acquieta”. Siamo oltte il Contratto. Resta terribile comunque ciò che scrive Jules Renard: “Rousseau, lo leggevo sonnecchiando, e io voglio sopprimere in me tutto ciò che di lui mi faceva sonnecchiare”.

Pierfranco Bruni

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